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Quando il 25 ottobre del 2016 sul poligono di China Lake (California), tre F/A-18D del Vx-30, lo stormo della U.S. Navy deputato ai test e valutazioni di nuovi armamenti, hanno rilasciato da dei pod subalari 103 “microdroni” del tipo Perdex che hanno effettuato una missione di ricognizione comportandosi in modo autonomo come uno sciame di insetti, si apriva ufficialmente una nuova era nel campo della guerra aerea.

Non tanto per l’utilizzo estensivo dell’intelligenza artificiale, che ne governava i movimenti individuando autonomamente i bersagli (pur sempre con la caratteristica human-in-the-loop), nemmeno per il fatto di aver utilizzato diversi Uav (Unmanned Air Vehicle) in modo coordinato, quanto perché i Perdex sono stati progettati da un gruppo di studenti di ingegneria del Massachusetts Institute of Technology (Mit) utilizzando un’architettura di componenti interamente reperibile in commercio.

Se la tecnologia degli sciami di droni è abbastanza accessibile da consentire agli studenti di svilupparla, la proliferazione globale è praticamente inevitabile, di conseguenza le Forze Armate di tutto il mondo stanno implementando questo nuovo settore basato su piccoli Uav così rapidamente da sfuggire all’occhio attento di esperti e analisti.

La creazione di uno sciame di droni è fondamentalmente un problema di programmazione: droni di piccole dimensioni possono essere facilmente acquistati nei negozi di elettronica o semplicemente costruiti con nastro adesivo e compensato come ha fatto l’Is in Siria, dove risulta averli utilizzati in almeno un paio di tentati attacchi alle basi russe: a gennaio del 2018 uno sciame di Uav ha attaccato la base di Hmeimim ed il centro logistico della base navale di Tartus e 13 di essi sono stati abbattuti o intercettati dai sistemi di difesa; ad agosto dello stesso anno altri 45 piccoli Uav di fabbricazione artigianale sono stati intercettati e distrutti dalle difese russe della base.

I droni kamikaze russi

Proprio grazie a questa esperienza, la Russia sta correndo ai ripari per colmare il divario tecnologico che la separa da Stati Uniti, Cina, Turchia e Israele nel campo dei sistemi aerei autonomi e della difesa dagli stessi. Le unità russe risultano aver utilizzato diverse dozzine di droni Lancet-3 “kamikaze” per attaccare i terroristi in Siria, ha detto a Ria Novosti una fonte nel complesso militare-industriale.

“L’anno scorso, per i test in condizioni di combattimento, un lotto sperimentale di munizioni Lancet è stato consegnato al gruppo di forze russe in Siria. Questi droni hanno già inflitto diverse dozzine di attacchi ad alta precisione contro i terroristi. È stata dimostrata l’elevata efficienza del nuovo complesso”, ha detto la fonte, che ha aggiunto che le tattiche di utilizzo di questo nuovo tipo di arma sono ancora in fase di studio. La fonte ha poi riferito che altri droni “kamikaze”, i Kub, sono stati utilizzati in Siria dal 2019.

Poiché il campo di battaglia è un ambiente complesso, con soldati, civili e veicoli aerei, terrestri e navali, che entrano ed escono, con anche pericoli ambientali che mettono a rischio i droni, una robusta capacità militare utilizzante gli stormi di droni richiede ancora un percorso serio di progettazione, test e verifica. Le capacità avanzate dello sciame come l’eterogeneità (droni di dimensioni diverse o che operano in domini diversi) e la flessibilità (la capacità di aggiungere o sottrarre facilmente Uav) sono ancora piuttosto nuove, al contrario, come detto, della possibilità di operare in modo congiunto e di sganciare armamento.

La soluzione di affidarsi al mondo accademico e/o privato, dove gli Stati Uniti hanno fatto da apripista, è stata seguita anche dalla Russia proprio per le caratteristiche descritte sinora. Zala Aero Group, che sostiene di essere il principale produttore di sistemi senza pilota in Russia, è stato fondato da appassionati di droni nel 2005 ed è successivamente stato acquisito dalla Kalashnikov divenendo una realtà solida nel settore. Le forze russe, sino a oggi, hanno fatto ampio uso di piccoli droni per la ricognizione: in particolare il loro utilizzo è stato strettamente legato alle unità di artiglieria a lungo raggio, entrate in azione nel conflitto ucraino. La Russia risulta aver fatto uno scarso uso di droni letali portatili, come lo SwitchBlade statunitense, ma questa tendenza è destinata a invertirsi proprio grazie alle nuove creazioni del gruppo Zala.

Il drone Kub, lanciato nel 2019, avente un’apertura alare di 120 centimetri, ha un carico bellico di tre chilogrammi, e sebbene manchi di sensori di bordo, può colpire un bersaglio grazie all’immissione manuale di coordinate prestabilite. È ipotizzabile che possa anche avere un qualche tipo di sistema di acquisizione di immagini (a discapito del carico bellico) per il targeting.

Sempre Zala ha in produzione un altro drone, il 421-16E5G sensibilmente più grande del precedente (apertura alare di più di 4,6 metri), utilizzato per la ricognizione e in grado, grazie al suo sistema propulsivo ibrido, di restare in volo per più di 12 ore o di avere un raggio d’azione massimo di 100 chilometri. La potenza di calcolo del computer di bordo, basata sull’intelligenza artificiale, consente di elaborare i dati in Full HD e trasmettere video e foto ad alta definizione tramite canali di comunicazione crittografati alla stazione di controllo a terra, garantendo l’efficacia del monitoraggio anche prima dell’atterraggio dell’aereo.

La vera novità russa sta però nella formulazione di un concetto operativo diverso rispetto a quello dell’attacco verso obiettivi prestabiliti. Qui entra in gioco un’altra creazione di Zala che si affianca ai Kub, il drone Lancet 3. Il drone ha un peso massimo al decollo di 12 chilogrammi, con un carico bellico di tre, ed è dotato di ala cruciforme. Il Lancet 3 viene lanciato da una catapulta e l’atterraggio non è previsto, poiché il veicolo deve autodistruggersi quando colpisce obiettivi nemici. Lancet 3 ha una velocità di crociera fino a 110 chilometri orari, ma quando punta un bersaglio terrestre o aereo, accelera fino a 300. Il raggio d’azione viene dato intorno ai 40 chilometri.

Loitering munitions

Si tratta quindi di un drone “kamikaze” ma che verrà usato, in un numero adeguato di esemplari, come una sorta di “campo minato” aereo, seguendo il concetto operativo delle “loitering munitions” ovvero dei sistemi d’arma che “vagabondano” sul campo di battaglia in attesa di trovare un bersaglio.

I Lancet 3, quindi, resterebbero di pattuglia in volo, e all’apparire un drone nemico andrebbero a gettarsi contemporaneamente su di esso facendo detonare la testata bellica.

Questo tipo di tattica è stata estensivamente usata durante il recente conflitto nel Nagorno-Karabakh, dove i droni azeri (di fabbricazione turca e israeliana) hanno colpito le postazioni di artiglieria armene, i concentramenti di truppe e i veicoli corazzati, facendone strage. Mosca è rimasta parecchio impressionata da quanto avvenuto in quel conflitto, e ha conseguentemente dato impulso al programma counter-Uav utilizzante i droni kamikaze come “loitering munitions”.

L’utilizzo di piccoli Uav dotati di intelligenza artificiale come armi offensive è una delle nuove frontiere della guerra aerea: i Laws, acronimo di Lethal Autonomous Weapons Systems, sono sempre più diffusi proprio per le loro caratteristiche intrinseche. La Cina, l’anno scorso, ha dimostrato di essere in grado di dispiegare questi sistemi quando ha mostrato un video di un test di uno sciame di droni kamikaze.

Il proliferare di questa tecnologia apre nuove frontiere di rischio: in teoria, gli sciami potrebbero essere ridimensionati sino a decine di migliaia di esemplari, creando quella che diverrebbe un’arma di distruzione di massa a tutti gli effetti. Sebbene, per una questione di etica, il fattore del controllo umano (human-in-the-loop) sia discriminante in Occidente, paesi come Cina e Russia sono orientati, al momento, verso la filosofia del human-out-of-the-loop, pur sempre considerando che la tendenza generale sembri essere quella di non affidare eccessiva autonomia nell’identificazione e ingaggio dei bersagli alle macchine, ma mantenere una qualche forma di controllo da parte degli operatori, come mostrato anche nel video del test cinese.

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