La geopolitica della corsa allo spazio
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La sfida lanciata dai droni di fabbricazione turca Bayraktar contro le forze russe è un nodo strategico che non riguarda solo la guerra in Ucraina. Il conflitto, infatti, sta certamente mostrando le capacità di questi droni in dotazione alle forze di Kiev, ma per Ankara il messaggio lanciato attraverso il loro continuo (ed efficace) utilizzo riguarda anche i prossimi sviluppi delle proprie forze armate. Questione che si traduce in un avvertimento che interessa tutti gli scenari nell’agenda della Sublime Porta.

I droni turchi, oltre ad avere impresso un cambio di passo notevole nella guerra in Ucraina, sono serviti soprattutto come sfoggio per Recep Tayyip Erdogan su quelli che sono diventati, a tutti gli effetti, i campioni dell’industria turca. Il programma di produzione di armi e sistemi è uno dei pilastri dell’agenda di Ankara e il conflitto ha reso di dominio pubblico quello che per gli addetti ai lavori era già evidente: lo sviluppo dell’arsenale di droni è un dato di fatto che può cambiare gli equilibri in cui sono coinvolte non solo e forze turche, ma anche i clienti dell’industria anatolica. Motivo per il quale da tempo diversi attori internazionali hanno iniziato ad acquistare o mostrarsi interessi ai modelli prodotti dal colosso turco.

Ma se fino a questo momento è stato posto l’accento in particolare sull’utilizzo esclusivamente aria-terra di questi mezzi, negli ultimi tempi l’attenzione mediatica si è arricchita anche di un ulteriore elemento: l’impiego “navale” di questi droni. Da qualche settimana, infatti, i Bayraktar vengono sfruttati (e pubblicizzati) anche per colpire obiettivi in mare. Nonostante qualcuno abbia ipotizzato che questi mezzi fossero stati impiegati per “distrarre” l’incrociatore russo Moskva nelle fasi del siluramento, fino all’affondamento delle motovedette russe classe Raptor i velivoli senza pilota turchi avevano colpito ufficialmente bersagli in mare solo l’anno prima durante un’esercitazione nei pressi di Antalya. Nell’arco di un anno – l’esercitazione era di marzo 2021 – questi mezzi hanno avuto il loro “battesimo del fuoco” direttamente sul campo più difficile, ovvero in Ucraina e contro le unità russe, mostrandosi perfettamente in grado di colpire anche mezzi nemici in mare.

Un “cambio di status” che modifica la percezione di questi droni a livello di sicurezza marittima e a cui deve aggiungere che nei prossimi mesi e anni è altamente probabilmente che i droni Bayraktar siano schierati in modo sempre più ampio nelle operazioni navali, diventando dei veri “game-changer” del dominio marittimo. Va ricordato che la Turchia, per ora estromessa dal programma F-35 da parte degli Stati Uniti, ha fatto già capire di essere pronta a “sostituire” i caccia multiruolo della Lockheed Martin con i propri droni sulla sua prossima portaerei, la Anadolu.

Come riporta Naval News, già a fine aprile i vertici del colosso Bayraktar stavano studiando come poter far decollare e atterrare i droni sul ponte di volo del gioiello della Marina di Ankara, pronta a essere consegnata per fine 2022. Ed è molto probabile che a bordo della portaerei saranno schierati i droni TB3 . Esistono ancora delle incertezze su come organizzare le fasi di decollo e atterraggio e i loro movimenti, ma sembra ormai certo che la Difesa turca abbia deciso di utilizzare questi velivoli a bordo della flotta anche (ma non solo) per bypassare lo stop agli F-35. La scelta chiaramente non può essere considerata paritaria, visto che un aereo non è un drone e che sono ben diverse le funzioni, ma potrebbe essere una chiave di lettura per comprendere le future mosse turche nel Mediterraneo allargato e anche un nuovo modo di vendere all’estero i propri prodotti.

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