I droni sono considerati la vera arma del futuro della guerra aerea. Oggi vengono utilizzati nei conflitti in modo sempre più esteso. E per la loro capacità di impiego – che passa dalla sorveglianza allo spionaggio fino al trasporto di missili e bombe – sono ormai comunemente impiegati in ogni fronte di guerra.

Il programma turco per i droni

La Turchia ha da tempo avviato un forte programma di modernizzazione del proprio arsenale di droni. Una scelta dettata sia da esigenze di tipo strategico che di tipo economico. Dal punto di vista militare, il drone ha tre peculiarità che lo rendono preferibile rispetto a un aereo: non ha bisogno di un pilota, quindi riduce notevolmente il rischio di perdite umane per chi lo utilizza; può essere sfruttato per voli molto più lunghi e senza rifornimento, in quanto estremamente più leggero di un aereo; e infine ha una capacità di colpire il bersaglio molto più selettiva e chirurgica, tanto da essere utilizzato in larga parte per le più moderne missioni di “esecuzioni mirate” tipiche delle campagne contro organizzazioni terroristiche o milizie. E a livello economico, l’industria turca ha subito una forte accelerazione anche grazie alla spinta del “Sultano” di offrire prodotti “made in Turkey” da poter usare ed esportare.

Ankara non ha mai avuto remore nell’utilizzare i suoi più moderni aeromobili senza pilota nei conflitti in cui è coinvolta. Le immagini dal Nagorno Karabakh avevano mostrato a tutto il mondo la letalità dei droni turchi che hanno martellato le forze armene durante l’escalation con l’Azerbaijan. Ma i droni della Mezzaluna sono anche stati impiegati in Libia e in Siria, nel primo caso per sostenere le forze della Tripolitania, e nel secondo in particolare per sorvegliare e colpire le forze curde.

I Bayraktar al centro di tutto

Un ventaglio di campagne militari cui è unito anche l’utilizzo da parte delle forze turche come deterrente in mano agli arsenali di aeronautica e marina. L’aviazione turca ha inviato i suoi droni Bayraktar TB2 nelle basi di Cipro Nord come avvertimento nei confronti di chiunque provi a inserirsi nella disputa sull’isola del Mediterraneo orientale. Mentre la Marina non solo ha deciso di utilizzare i droni sulla futura portaerei Anadolu in assenza degli F-35 (per ora negati dagli Stati Uniti), ma ne dà anche sfoggio nelle più importanti e recenti esercitazioni militari. L’ultima, in questo senso, è l’esercitazione Denizkurdu (in turco “Lupo di mare”), un’imponente manovra su più specchi d’acqua che vede impiegati 25mila uomini, 132 navi, sottomarini, aerei, elicotteri e 14 droni.

Ma i droni turchi non sono solo un’arma dell’arsenale di Ankara e dei suoi più preziosi alleati in guerra. I velivoli sono diventati parte integrante del sistema diplomatico-militare di Recep Tayyip Erdogan, che li utilizza anche come importante base negoziale su diversi fronti, a partire da quello dell’Europa centrale e orientale. L’asse con l’Ucraina è ormai consolidata proprio per quanto riguarda lo sviluppo di tecnologie utilizzabili per i droni e per la loro compravendita, e i Bayraktar TB2 sono da tempo entrati a far parte dei mezzi a disposizioni delle forze di Kiev.

La vendita dei droni alla Polonia

Le mire di Ankara non si sono fermate al Mar Nero. Ed è un tema che adesso inizia a preoccupare anche la Russia, che inizia a vedere un eccessivo dispiegamento di velivoli turchi in un’area particolarmente ostile proprio a Mosca. Dopo aver blindato gli accordi con l’Ucraina, infatti, la Turchia ha fatto capolino anche in Polonia, siglando un accordo per la vendita di 24 droni da guerra a Varsavia. Per Erdogan si tratta di una vittoria diplomatica da non sottovalutare, e l’ha ribadito anche sottolineando che con questo accordo esporterà per la prima volta armi in un Paese Nato e dell’Unione europea. Il ministro della Difesa polacco, Mariusz Blaszczak, ha definito i Bayraktar TB2 “una vera e propria macchina da guerra, usata con successo nell’Europa orientale e in Medio Oriente”.

Ed è un segnale molto importante di come si stiano muovendo i fili della diplomazia nella regione. Ankara offre un mezzo tecnologicamente all’avanguardia (27 ore consecutive di volo, che può volare fino a un massimo di ottomila metri e che opera fino ai 5.400 metri di altezza e in grado di colpire con sei missili) e soprattutto senza imporre limitazioni al suo utilizzo. La scelta di orientarsi alla vendita verso Paesi al confine con la Russia indica anche l’intento turco di mostrarsi affine alla linea programmatica Nato inserendosi in un mercato non solo fiorente, ma anche il larga espansione. Oggi i droni turchi volano dalla Libia al Baltico, dal Mar Nero al Golfo Persico, e su tutte le aree di crisi in cui sono coinvolte le forze di Ankara. Una sfida all’industria bellica europea ma anche un messaggio rivolto agli altri partner Nato: l’industria militare turca non vuole più essere considerata un partner di secondo piano nelle gerarchie atlantiche.