Il patto Aukus siglato tra Stati Uniti, Australia e Regno Unito, non è solamente un accordo riguardante la costruzione/vendita preferenziale di sistemi d’arma tra i tre Paesi, ma si configura come una vera a propria alleanza che mette a sistema le rispettive capacità militari e tecnologiche.

Oltre alla nota questione legata ai sottomarini da attacco a propulsione nucleare, che saranno forniti all’Australia attraverso un accordo che ha provocato la risoluzione del contratto con la Francia che prevedeva l’acquisizione da parte australiana di 12 battelli tipo “Barracuda Shortfin” diesel/elettrici costruiti tramite un partenariato industriale, e alla condivisione tecnologica nel settore della missilistica ipersonica (che tuttavia è cominciata, tra Usa e Australia, prima della sigla dell’Aukus), stiamo assistendo alle prime esercitazioni congiunte focalizzate su alcune delle nuove “tecnologie dirompenti”.

Ad aprile le forze armate di Stati Uniti, Australia e Regno Unito hanno effettuato un test che ha impiegato Uav (Unmanned Air Vehicle) e veicoli terrestri (anche a pilotaggio remoto) che hanno mostrato nuove capacità sfruttanti l’intelligenza artificiale e il machine learning (apprendimento automatico) per individuare e tracciare automaticamente obiettivi nemici. Il test ha riguardato, in particolare, l’aggiornamento in tempo reale degli algoritmi di puntamento degli Uav, che hanno operato anche “a sciami” interconnessi mentre erano in volo.

L’esercitazione è stata svolta il 28 aprile a Upavon nel Wiltshire, nel Regno Unito, ed è stata patrocinata dal Defence Science and Technology Laboratory britannico, ma è stata comunicata solo di recente. A destare particolare interesse, oltre alla presenza di Uav e Ugv (Unmanned Ground Vehicle), è stata la modalità di impiego dei droni a sciami, che hanno permesso di raccogliere dati sulla posizione dei bersagli (e condividerli in tempo reale con gli altri assetti presenti) che erano posti al di là della linea di visuale dei sistemi di attacco.

Uno sciame quindi riesce a osservare una zona designata del campo di battaglia, individuando rapidamente, categorizzando e geolocalizzando le minacce presenti, e immediatamente passare i dati ad altri assetti presenti, come le unità amiche vicine ai centri di comando nelle retrovie. Queste informazioni possono quindi venire usate per aiutare il personale a pianificare assalti, evitare pericoli o semplicemente implementare la situational awareness (consapevolezza della situazione).

Il fatto che siano stati impiegati sistemi unmanned a intelligenza artificiale e machine learning che si sono scambiati informazioni effettuando il riconoscimento automatico dei bersagli, ha dimostrato l’effetto moltiplicatore di questa nuova tecnologia che, oltre a ridurre estremamente i tempi di reazione, diminuisce notevolmente il carico di lavoro per il personale.

The Drive ci informa che la società statunitense di analisi dei dati Palantir, che ha una lunga storia di collaborazione con le agenzie di intelligence e le forze armate statunitensi, ha recentemente offerto una dimostrazione pubblica di questo tipo di capacità, che sta sviluppando come parte di una serie di software chiamata Piattaforma di Intelligenza Artificiale (Artificial Intelligence Platform – Aip). L’Aip, ad esempio, include anche un chatbot basato su Ia con cui gli operatori possono interagire direttamente per ricevere consigli.

Il sistema di riconoscimento automatico dei bersagli è strettamente dipendente dal data base caricato, utilizzato dall’Ia per agire, pertanto l’improvvisa presenza di assetti mai visti prima sul campo di battaglia potrebbe mettere in crisi il sistema, però riteniamo che il machine learning, che sfrutta la capacità di riprogrammare gli algoritmi di riconoscimento dei bersagli e diffonderli nello sciame, potrebbe ovviare a questa problematica.

Sempre The Drive ci ricorda che l’esercito americano sta già esplorando questo tipo di capacità per quanto riguarda la guerra elettronica (Ew – Electronic Warfare). In quel campo si parla in particolare di guerra elettronica cognitiva ovvero la capacità delle suite di sistemi da Ew di aggiornarsi automaticamente in tempo reale grazie a capacità di apprendimento automatico in risposta all’emergere di informazioni inaspettate. Lo stesso principio, quindi, pare sia applicabile agli sciami di droni per il riconoscimento automatico del bersaglio.

Gli Stati Uniti stanno decisamente virando verso questo tipo di tecnologie: da tempo vengono fatti esperimenti ed esercitazione che utilizzano sia sciami di droni sia generici sistemi unmanned dotati di Ai: a febbraio 2021 Raytheon si era aggiudicata un contratto per sviluppare un sistema di droni a sciame in grado di operare autonomamente secondo il principio delle “munizioni vaganti” (loitering munitions) per la Us Navy. Tali piccoli droni avranno la capacità di essere lanciati da unità di superficie senza equipaggio (Usv) e veicoli sottomarini senza pilota (Uuv). Questo sistema è previsto che venga usato per condurre operazioni di intelligence, sorveglianza e ricognizione (Isr) nonché per attacchi di precisione da piattaforme marittime. La marina statunitense ha testato anche la possibilità di colpire bersagli oltre la linea di visuale utilizzando proprio un’architettura multiassetto che prevede anche la presenza di diversi sistemi unmanned, navali e aerei: il 26 aprile del 2021 si è tenuta infatti al largo della California la Unmanned Integrated Battle Problem 21 (UxS IBP 21), che ha visto la partecipazione di 29 diversi sistemi senza pilota, di cui circa il 50% erano Usv, circa il 30% erano Uuv e il restante 20% circa erano piattaforme aeree.

L’utilizzo di sciami di droni dotati di intelligenza artificiale, ovviamente, non è perseguito solo dal mondo occidentale: anche la Cina sta facendo progressi in questo campo e vari testi di piccoli droni “killer” che si muovono a sciami per colpire i bersagli sono stati effettuati nel corso del tempo.

Dal punto di vista politico, quanto osservato nel Regno Unito tra i membri dell’Aukus ha dimostrato una volta di più come il fronte Indo-Pacifico sia preponderante per gli Stati Uniti (la sola presenza australiana nel nuovo accordo è indicativa in tal senso) rispetto a quello europeo, e come lo stesso Aukus rappresenti un club più ristretto del “Five Eyes” di Paesi “fedelissimi” di Washington, dimostrando come si preferisca di gran lunga condividere esperienze, tecnologie e sviluppare alleanze con l’anglosfera.

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