Droni bersaglio più grandi, veloci e adatti a simulare l’ingaggio e conseguente abbattimento delle numerose minacce che un avversario tecnologicamente avanzato potrebbe schierare e usare in un conflitto convenzionale. L’Us Air Force vuole dei droni in grado di simulare le prestazioni dei caccia stealth e bombardieri strategici per affinare le proprie capacità d’intercettazione e mettere alla prova i sistemi d’arma che da impiegare contro di loro. L’obiettivo è quello di creare una “famiglia di droni in grado di rappresentare l’intera gamma di minacce aeree“, partendo dai droni commerciali modificati per essere un’arma a basso costo, ai più avanzati caccia stealth, senza tralasciare piattaforme di grandi dimensioni, come gli aerei da trasporto tattico, gli AWCS e i bombardieri strategici.
È quanto si apprende dalla Request for Information dell’Aeronautica Militare statunitense che, per prepararsi a combattere contro i caccia stealth di quinta generazione, non vuole più limitarsi alle simulazioni computerizzate che prevedono l’interazione di sistemi radar e missili, intercettori o aria-aria, per valutare la capacità di individuare e abbattere un bersaglio, ma vuole combattere contro un simulacro con prestazioni e grandezza paragonabili alla minaccia reale. Una condizione che si può realizzare solo attraverso una nuova generazione di droni bersaglio capaci di riprodurre non soltanto le prestazioni di caccia avanzati, ma praticamente l’intero spettro delle minacce aeree che potrebbero essere incontrate in un futuro conflitto ad alta intensità. Affiancando agli “Aggressor” con cui si addestrando i piloti da caccia, delle piattaforme che possono essere abbattute, davvero.
Secondo quanto riportato da Defense News, l”USAF, sta sondando le capacità dell’industria civile per trovare “piattaforme sufficientemente economiche e semplici da produrre da poter essere considerate sacrificabili o sostituibili all’occorrenza“, affinché un drone bersaglio possa essere intercettato e potenzialmente distrutto durante prove di sistemi d’arma, sensori e missili. Cosa che non può essere fatta, ad esempio, con uno dei cosiddetti “Zombie Vipers“, gli F-16 Viper più antiquati che sono stati modificati per diventare dei caccia condotti in remoto classificati come QF-16. Questa piattaforma, per prestazioni e capacità, ha sostituito i QF-4, derivati dalla piattaforma F-4 Phantom. Per ottenere questi nuovi bersagli ad alte prestazioni, il governo statunitense si essere particolarmente interessato a sistemi “non tradizionali” capaci di garantire vantaggi in termini di costo, semplicità e soprattutto scalabilità rispetto alle piattaforme già disponibili.

Un bersaglio che si comporta come un caccia stealth
Secondo le richieste dell’USAF non è “sufficiente” costruire un drone veloce come un caccia stealth – un punto che anche andando off-topic ci potrebbe lasciare interrogare sulla quantità di “avvistamenti” di velivoli non identificati (UAP) dalle straordinarie prestazioni che sono stati osservati negli ultimi anni – ma per essere un bersaglio perfetto deve apparire ai sensori e ai sistemi d’arma quanto più possibile simile alla minaccia reale.
Secondo i requisiti riportati da Defense News, che ha analizzato il documento dall’Aeronautica statunitense, i nuovi droni destinati a simulare i caccia dovrebbero raggiungere la velocità supersonica, superandoMach 1,6 ad un’altitudine di 40mila piedi, ed effettuare manovre di combattimento che mostrino elevata agilità e forti accelerazioni, proprio come i caccia di 5ª generazione. Inoltre, per rappresentare al meglio una minaccia “stealth“, devo riprodurre accuratamente una Radar Cross Section a bassa osservabilità. A queste caratteristiche dovrebbero aggiungersi firme infrarosse multispettrali, emissioni in radiofrequenza attive e capacità integrate di guerra elettronica.
In altri termini, il drone non deve necessariamente assomigliare esteriormente a un determinato caccia avversario, come si è sempre fatto con gli Aggressor, addirittura dipinti con le livree che si potrebbero trovare sui caccia russi o cinesi, ma dovrebbe cercare di “apparire” come tale ai radar, ai sensori infrarossi e ai sistemi di guida delle armi chiamati a individuarlo, seguirlo e infine intercettarlo. Un requisito particolarmente importante considerando la crescente diffusione di velivoli a bassa osservabilità nelle flotte dei principali potenziali avversari degli Stati Uniti, a cominciare dalla Cina.
Dai bombardieri strategici agli sciami
Diversa invece la richiesta per i droni bersaglio che dovranno riprodurre la traccia di un velivolo plurimotore di generose dimensioni come un aereo da trasporto tattico o un bombardiere strategico. Pensiamo ad esempio ad C-130 Hercules. In quel caso la capacità di replicare le dimensioni e le caratteristiche della propulsione a turboelica di una piattaforma subsonica di grandi dimensioni, o quella di un grande bombardieri saranno essenziali per osservare l’efficacia dei sistemi d’arma. Per questo i futuri drone bersaglio dovranno quindi possedere un “volume fisico rappresentativo”, emissioni RF/IR credibili e una firma radar sufficientemente realistica da permettere di verificare non soltanto il funzionamento dei sensori e dei sistemi di guida dei missili, ma anche l’efficacia delle testate contro obiettivi di grandi dimensioni. Lo stesso varrà per bersagli di massima importanza come bombardieri strategici e velivoli comando e controllo AWACS. In quel caso l’attenzione si sposta ulteriormente sulla riproduzione delle grandi dimensioni fisiche, delle firme termiche multispettrali e delle caratteristiche radar associate agli aerei pesanti.
La vasta gamma di droni bersaglio immaginata dall’Usaf dovrebbe inoltre comprendere bersagli capaci di simulare praticamente ogni categoria di drone oggi presente sui campi di battaglia. Per rappresentare gli Uav appartenenti al Gruppo 5, ossia i grandi velivoli senza pilota, viene richiesta la capacità di raggiungere una quota di 50mila piedi. I bersagli destinati a replicare i droni dei Gruppi 3 e 4 dovrebbero invece raggiungere velocità comprese tra Mach 0,5 e Mach 0,8 ed essere capaci di effettuare manovre comprese tra 3 e 6 G. Questo senza dimenticare i droni appartenenti ai Gruppi 1 e 2, ossia quei droni che potrebbero essere impiegati in sciame.

Un vecchio strumento da implementare in vista dei conflitti del futuro
L’idea del drone bersaglio, naturalmente, non rappresenta una novità. Velivoli senza pilota, generalmente controllati a distanza, vengono impiegati per l’addestramento degli equipaggi e la sperimentazione dei sistemi di difesa antiaerea da quasi un secolo. Uno dei primi esempi celebri fu il britannico DH.82 Queen Bee, derivato dall’addestratore de Havilland Tiger Moth ed entrato in servizio negli anni ’30 come bersaglio radiocomandato. Nel corso dei decenni queste piattaforme si sono evolute da semplici aeromodelli a sistemi sempre più sofisticati, capaci di riprodurre radar, contromisure e altre caratteristiche proprie dei velivoli da combattimento. Parallelamente, soprattutto gli Stati Uniti hanno seguito una strada differente e più costosa, convertendo aerei militari ritirati dal servizio in bersagli a grandezza naturale: è stato il caso degli F-4 Phantom II, trasformati nei QF-4, e successivamente degli F-16 Fighting Falcon, convertiti nei QF-16.
Dal 2007, l’Us Air Force si affida inoltre al BQM-167A, un bersaglio aereo subsonico in scala ridotta, lungo circa sei metri e con un’apertura alare di 3,3 metri. Dimensioni che rendono immediatamente evidente uno dei problemi che il nuovo programma intende risolvere: un simile drone è profondamente diverso da un moderno caccia stealth cinese J-20, lungo circa 20 metri, e ancora di più da un bombardiere H-6, la cui apertura alare supera i 30 metri. I QF-16 permettono invece di disporre di un bersaglio a grandezza naturale capace di rappresentare realisticamente un caccia di quarta generazione, ma presentano a loro volta limiti evidenti. Un QF-16 rimane infatti un F-16: non possiede le caratteristiche di bassa osservabilità di un caccia di quinta generazione, non può riprodurre realisticamente un bombardiere o un grande velivolo da supporto e, soprattutto, non costituisce una piattaforma sufficientemente economica e facilmente riproducibile da poter essere impiegata in grandi quantità.
La richiesta dell’Us Air Force mette in evidenza come gli Stati Uniti non stiano semplicemente cercando il successore di un drone bersaglio, ma sembra voler costruire un vero e proprio ecosistema di minacce simulate, modulare e relativamente economico, attraverso il quale mettere alla prova radar, missili, sistemi di guerra elettronica e procedure operative contro bersagli capaci di riprodurre sempre più fedelmente quelli che potrebbero essere impiegati in combattimento su vasta scala, ossia analogo a quelli che sono stati impiegati nell’ operazione Epic Fury – caccia stealth, aerei da trasporto, bombardieri a lungo raggio e droni – per scoprire se una rete di difesa o un singolo missile sarebbe davvero capace di fronteggiare ogni livello di minaccia nel terzo dominio.
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