Nella mattina di ieri, martedì 14 marzo, uno Uav (Unmanned Air Vehicle) statunitense tipo Mq-9 “Reaper” è precipitato nelle acque del Mar Nero mentre stava effettuando una missione di sorveglianza nei pressi della penisola di Crimea.

Il comando Usa in Europa, in un comunicato stampa, sostiene che il “Reaper” è entrato in collisione con uno dei due caccia Sukhoi Su-27 sollevatisi in volo per intercettarlo e scortarlo durante la sua rotta. In particolare, approssimativamente alle 7:03 (ora dell’Europa Centrale), un Su-27 ha urtato il rotore del drone – il “Reaper” monta un’elica spingente – costringendo l’operatore a farlo precipitare in mare in acque internazionali. La nota del comando europeo degli Stati Uniti riporta anche che “parecchie volte prima della collisione”, i due caccia hanno scaricato carburante davanti al drone, forse nel tentativo di ingolfarne il motore a turboelica provocandone lo spegnimento. Viene affermato che si tratta di una intercettazione “non professionale e pericolosa” che avrebbe potuto causare “la perdita di entrambi i velivoli”.

Il ministero della Difesa russo, di rimando, ha affermato in merito a quanto accaduto che “il volo dello Uav è stato effettuato con transponder spento in violazione dei confini dell’area del regime temporaneo per l’uso dello spazio aereo, istituito ai fini dello svolgimento di un’operazione militare speciale” e che “al fine di identificare l’intruso, sono stati mandati in volo i caccia delle forze di difesa aerea in servizio. A seguito di brusche manovre intorno alle 9:30 (ora di Mosca), il drone Mq-9 è entrato in volo incontrollato con una perdita di quota e si è schiantato in acqua”. Il Cremlino riferisce anche che i caccia “non hanno utilizzato armi, non sono entrati in contatto con lo Uav e sono tornati sani e salvi al loro aeroporto di base”.

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Washington, sebbene abbia apertamente attribuito alla Russia la responsabilità dell’incidente nel comunicato stampa, ha minimizzato successivamente l’accaduto affermando che non si è trattato di un atto deliberato, ma solo di un incidente dovuto appunto a un’intercettazione effettuata con metodi poco professionali.

Effettivamente i piloti russi hanno dimostrato molte volte di tenere un comportamento a dir poco “esuberante” durante le intercettazioni dei velivoli statunitensi e della Nato: si ricordano, nella storia recente ma anche passata, diversi casi in cui i caccia russi hanno effettuato manovre pericolose vicino agli aerei intercettati, e in qualche caso ci sono state collisioni in volo.

Il 13 settembre del 1987, ad esempio, sempre un caccia Su-27 dell’aviazione sovietica urtò con uno dei due timoni verticali le eliche di uno dei quattro motori di un P-3B “Orion” norvegese impegnato a seguire un’esercitazione navale nel Mare di Barents. Le foto scattate dall’equipaggio del P-3B sono indicative di quanto vicino al pattugliatore volasse il caccia russo. Parimenti, più recentemente, i piloti russi hanno dimostrato di volersi avvicinare parecchio agli aerei occidentali: in almeno due occasioni i caccia di Mosca hanno effettuato manovre spericolate vicino a un bombardiere B-52H e a un P-8 “Poseidon”, in località diverse.

Sembra essere quindi una prassi consolidata quella di mostrare le proprie abilità di volo in sprezzo delle regole di sicurezza durante le intercettazioni da parte dei piloti russi, e probabilmente anche in questo caso si è trattato dello stesso fenomeno, anche se resta sempre il dubbio che possa trattarsi di un atto deliberato dalla duplica valenza.

Il “Reaper”, in configurazione raccolta dati, è dotato di tutta una suite di sensori elettronici/telecamere per svolgere l’attività Isr (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance) quindi è “pieno” di materiale sensibile. Il fatto di averlo “urtato” nei pressi della Crimea potrebbe far pensare che i piloti abbiano ricevuto l’ordine di farlo precipitare in modo da recuperarne i rottami e così poter mettere le mani sulle preziose dotazioni elettroniche dello Uav.

Sembra infatti che navi russe con sommozzatori a bordo siano già nel luogo supposto dello schianto, ma al momento non è possibile confermarlo. Sappiamo però che il direttore del Russian Foreign Intelligence Service, Serghei Naryshkin, citato da Ria Novosti, ha affermato che ci siano le possibilità tecniche per recuperarlo e studiarlo, lasciando intendere che forse la Russia si sia già veramente attivata in tal senso.

Da parte statunitense, il portavoce della sicurezza nazionale della Casa Bianca, John Kirby, ha affermato che gli Stati Uniti stanno cercando di impedire che il drone caduto finisca nelle mani sbagliate e che il Pentagono sta “ancora valutando se è possibile organizzare un recupero. Potrebbe non esserci”, in quanto, secondo Washington, le acque dov’è precipitato il drone sarebbero “molto molto profonde”.

L’incidente potrebbe facilmente avere anche una valenza politica, ovvero dissuadere la Nato dall’effettuare questo tipo di voli in una zona di spazio aereo internazionale che Mosca ha unilateralmente chiuso al volo da quando è cominciato il conflitto.

A questo punto occorre fare una precisazione: questo tipo di voli di ricognizione sono ormai diventati di routine. Infatti diversi assetti aerei da ricognizione della Nato e di altri Paesi amici (come la Svezia) effettuano missioni di sorveglianza/intelligence da ben prima dell’inizio della guerra in Ucraina, muovendosi nello spazio aereo internazionale a ridosso di quello russo e bielorusso. L’invasione ha portato, almeno nel Mar Nero e sull’Ucraina, a un atteggiamento più prudente da parte dell’Alleanza Atlantica, che ha generalmente spostato le rotte lontano dalla “zona calda” – ovvero al perimetro della zona chiusa al volo dalla Russia – appunto per evitare incidenti di questo tipo che potrebbero innescare un’escalation non controllata.

Quanto accaduto ieri, però, non avrà dinamiche di questo tipo in quanto si è trattato di uno Uav, quindi di un velivolo senza equipaggio, la cui perdita rappresenta sì un atto ostile (se ne viene appurato l’abbattimento) ma non grave come potrebbe essere il colpire con un missile un velivolo pilotato. Anche in quest’ultimo caso, non è detto che ci possa essere un rapido scivolamento verso un conflitto aperto tra le parti: la storia ci insegna che è molto più facile che si aprano profonde crisi diplomatiche piuttosto che si dia il via a una guerra guerreggiata, ma non è comunque da sottovalutare quest’ultimo rischio.

Cosa potrebbe succedere ora? Chi scrive ritiene difficile che gli Stati Uniti decidano di scortare i voli dei droni da ricognizione coi caccia: il rischio di altre azioni ostili pericolose dall’esito aleatorio è troppo alto. È però possibile che il Pentagono decida di dare una scorta ai velivoli Isr, Sigint, Elint con equipaggio – come ha fatto il Regno Unito dopo l’incidente al suo Rc-135 – , mantenendoli però al di fuori dello spazio aereo che la Russia ha chiuso per effettuare la sua “operazione militare speciale”.