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Difesa

Difesa e crescita economica, la sottile linea rossa nell’epoca dell’economia di guerra

Mentre le società occidentali vanno sempre più incontro a un’epoca di nuova esposizione a scenari che sembravano dimenticati, come la guerra alle porte di casa e la presenza di discorsi legati al riarmo, alla deterrenza, alla proiezione militare nell’opinione pubblica...
"Non c'è più separazione tra spazio della guerra e spazio della pace": parla il generale Capitini

Mentre le società occidentali vanno sempre più incontro a un’epoca di nuova esposizione a scenari che sembravano dimenticati, come la guerra alle porte di casa e la presenza di discorsi legati al riarmo, alla deterrenza, alla proiezione militare nell’opinione pubblica e nella politica, l’aumento sostenuto delle spese militari, che nel mondo sono cresciute di 116 miliardi di euro nel solo 2023 e ormai battono quota 2.200 miliardi, interroga i decisori sulle conseguenze di tale investimento.

Su queste colonne abbiamo scritto più volte delle opportunità e dei rischi connessi allo sdoganamento di dinamiche di economia di guerranei Paesi occidentali: il ritorno in campo della programmazione pubblica, l’aumento delle spese finalizzate a usare la leva militare per generare occupazione e Pil, i rischi inflazionistici di questo processo sono sotto gli occhi di tutti. Resta da capire in che misura questa svolta riceverà il sostegno della politica e delle società occidentali nei Paesi più avanzati e, soprattutto, quanto questa dinamica sia sostenibile.

Abbiamo visto la Russia, dall’invasione dell’Ucraina in avanti, espandere costantemente il proprio bilancio militare e generare effetti positivi sul Pil sul breve periodo, anche se sono da valutare le prevedibili conseguenze inflazionistiche della produzione di dispositivi destinati ad andare … in fumo. I Paesi occidentali intendono spendere per innalzare la deterrenza (Europa occidentale), rafforzare la leadership (Stati Uniti e in alcuni settori Regno Unito e Francia) o promuovere precise agende politiche (la volontà della Polonia di consolidarsi come bastione antirusso), ma sul breve periodo sperano di lasciare negli arsenali carri armati, caccia, missili e altri marchingegni.

Questo, in anni complessi, può generare un ciclo economico positivo. Lo ha sottolineato un report di Gospa Consulting, facendo notare che oggigiornoil settore della Difesa globale è un pilastro forte per molte economie, garantendo la stabilità economica e di mercato a lungo termine”. Al tempo stesso, però, “la spesa militare è una questione controversa in quanto i governi devono affrontare la sfida di allocare risorse limitate. L’aumento della spesa per la Difesa spesso si traduce in una riduzione dei finanziamenti per settori come le infrastrutture, la sanità e i servizi sociali”. Il report di Gospa ricorda che, ad esempio, negli Stati Uniti “si spendono somme ingenti per la Difesa” mentre “molti cittadini americani si chiedono se i fondi non possano essere dirottati verso le esigenze interne”.

Negli Usa, perlomeno, la spesa militare è rivolta in stragrande maggioranza al procurement interno e genera dividendi notevoli in termini di sviluppo industriale e occupazione. In Europa, invece, oltre a programmi che spingono per acquisti di armamenti da oltre Atlantico, si rischia il paradosso di vedere la Commissione von der Leyen, egemonizzata dai falchi atlantisti, sdoganare per il riarmo le politiche di debito comune che, altrove, sono ritenute anatema quando riguardano programmi di uso più pacifico, dallo Stato sociale alla coesione tra le regioni comunitarie. Ne consegue, riporta Gospa, che “la forte dipendenza dal debito per finanziare la Difesa è fiscalmente insostenibile e gli aumenti delle tasse potrebbero danneggiare la competitività delle economie europee, complicando gli sforzi per bilanciare la Difesa con le esigenze economiche più ampie”.

Nel quadro generale che vede un primato della sicurezza nazionale e delle sue dinamiche su molti settori, la questione delle crescenti spese per rafforzare le capacità di difesa dei Paesi occidentali e i presupposti della prosperità delle nazioni più avanzate in un mondo sempre più inquieto si coniuga al meglio con le esigenze della crescita in altri settori. Visto le dinamiche complesse del riarmo, che destina grandi quantità di fondi pubblici a un novero ristretto di attori (che in Borsa volano per questo motivo), appare più sostanziale a una crescita economica diffusa guardare a quelle tecnologie a uso duale, militare e civile, che però possono rappresentare un investimento strutturale, in conto capitale per i Paesi.

Pensiamo a infrastrutture strategiche di vario tipo: i cavi sottomarini, importanti per traffico dati e per apparati di sicurezza e intelligence; i data center, la cui rilevanza è crescente; i poli d’innovazione e ricerca annessi alle università dove si incubano start-up; le reti di comunicazione infrastrutturale, come le ferrovie e le strade, che nella costruzione di corridoi economici devono tener conto delle esigenze della mobilità militare; aggiungiamo a ciò tutto quanto riguarda la nuova corsa allo spazio, dove il dual use è la regola sia sul fronte dell’upstream (costruzione e lancio di assetti) che nel downstream (sfruttamento materiale delle nuove tecnologie per fini economici o operativi), e il valore sensibile di tecnologie come i nuovi semiconduttori e l’intelligenza artificiale per capire come una nuova “economia della sicurezza” inglobi uno scenario più ampio delle semplici spese militari. Le quali forse non sono strutturalmente i migliori generatori di crescita e sviluppo. Il “keynesismo militare” lascia spazio al “keynesismo della sicurezza”, ove la spesa pubblica non è semplice finanziatrice di appalti e commesse ma contribuisce a plasmare un sistema in cui sicurezza nazionale e prosperità dialoghino. Un elemento fondamentale per permettere alle nostre società, specie quelle europee, di competere in un mondo inquieto.

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