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Lo stop di Donald Trump a un ampio pacchetto di armi per l’Ucraina destinato a essere consegnato nel 2026 e comprendente diversi asset strategici per la difesa antiaerea, gli attacchi dei caccia F-16 e il potenziamento dell’artiglieria ha colpito duramente Kiev sul piano politico e si inserisce nella presa di consapevolezza da parte Usa di una scottante realtà: se la priorità americana sul fronte securitario è il contenimento dell’ambizione cinese, da implementare blindando le risorse necessarie al fronte del Pacifico, gli scenari conflittuali degli ultimi anni stanno ponendo in essere una grave problematica, segnalando come Washington abbia difficoltà a puntellare, al contempo, i suoi alleati e a garantire la continuità delle sue scorte.

Gli arsenali Usa e il problema delle scorte

Tom Bowman, reporter di Npr che segue gli affari del Pentagono, ha indicato con dovizia di particolari e numeri precisi l’ampia portata di strumenti militari che Washington ha “congelato” per rimpolpare le scorte interne. La scelta manda un messaggio chiaro che si inserisce nel quadro della grande strategia dell’amministrazione Trump: l’impegno Usa sui teatri ritenuti secondari va limitato o appaltato a terzi in nome dell’ampliamento delle risorse da destinare al Pacifico.

Abbiamo visto nelle scorse settimane le ritrosie di parte dell’apparato militare Usa, a partire dal capo di Stato Maggiore Dan Caine, a destinare a Centcom, il comando per il Medio Oriente, importanti risorse strategiche per la breve campagna volta a preparare i raid del 22 giugno contro l’Iran. La presenza degli Usa a fianco di Israele ha depauperato le scorte di antiaerea (15-20% delle munizioni delle batterie Thaad usate in dodici giorni) e mostrato come anche il fiore all’occhiello dell’aeronautica, il bombardiere B-2 Spirit, sia disponibile più per missioni mirate che per una guerra prolungata.

Washington e la dipendenza mineraria dalla Cina

Lo stop al pacchetto d’armi all’Ucraina va nella stessa direzione e mostra la complessità della strategia americana di garantire la leadership sistemica sugli scenari geopolitici globali. Washington ha dal 2022 a oggi puntellato Kiev prima e Tel Aviv poi cercando di garantire al contempo la leadership negli scenari strategici ritenuti prioritari, come quello dell’Indo-Pacifico. Questo ha messo sotto pressione gli arsenali americani e al contempo anche l’industria bellica a stelle e strisce.

A ciò si aggiunge un dato critico spesso poco sottolineato, ovvero la dipendenza americana da quelle materie prime critiche la cui filiera di raffinazione è controllata dalla Cina, che sta usando la weaponization dell’export come arma di ritorsione alla guerra tariffaria statunitense scatenata da Trump.

Il report “From Rock to Rocket” dell’azienda di consulenza strategica Govini indica 5 materiali (antimonio, gallio, germanio, tungsteno e tellurio) su cui le forze armate Usa dipendono dalla Cina con percentuali che vanno dal 44% (aeronautica) al 91& (Us Navy). Come ha scritto l’analista geopolitica di Gospa Martina Besana, dato che “da aprile 2025 la Cina ha deciso di limitare l’esportazione di questi minerali verso gli Stati Uniti. Il rischio ora è che gli americani non riescano più a sostenere un livello efficace di produzione bellica”. E in quest’ottica si può spiegare il cortocircuito americano: mantenere le scorte per potersi concentrare sul teatro della sfida con la Cina, ma al contempo dover gestire i rischi di una contraddizione in termini che vede la produzione bellica Usa funzionale al contenimento di Pechino influenzata dalle conseguenze delle guerre commerciali che Washington porta avanti contro la Repubblica Popolare.

La fretta di Trump

Da questo, principalmente, deriva la fretta di Trump per chiudere i conflitti alle sue periferie. Washington vuole la fine della guerra in Ucraina e l’appalto della difesa dell’Europa agli alleati del Vecchio Continente. Ha promosso l’accordo di pace diplomatico-minerario tra Congo e Ruanda per aprire una possibile rotta aggiuntiva di fornitura in un teatro dove la Cina è egemone.

E per Besana anche la rapida fine della guerra dei dodici giorni tra Iran e Israele è stata spinta da Washington “anche perché l’America non può permettersi una nuova guerra in un momento in cui rischia di restare senza ciò che serve per farla”. Tutto concorre a uno scenario che vede l’egemonia americana traballare di fronte al rischio della sovraestensione della proiezione e degli interessi. America First, dice Trump. Si, ma First dove? La risposta gli strateghi la danno: si parte dal Pacifico. Ma per blindarlo urge mostrare molte vulnerabilità. E la conseguenza del vorticoso unilateralismo trumpiano può essere deleterio per l’immagine della superpotenza Usa.

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