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Esistono unità militari la cui stessa esistenza è un paradosso. Sono al cuore della potenza strategica di uno Stato, ma condannate all’ombra, all’anonimato, alla negazione ufficiale. La Delta Force incarna perfettamente questa contraddizione. Formalmente inesistente, operativamente centrale, rappresenta meglio di qualunque altra formazione il modo in cui gli Stati Uniti hanno trasformato la lotta al terrorismo in uno strumento insieme militare, politico e psicologico.

Un trauma strategico come atto di nascita

La nascita della Delta Force non è il frutto di una pianificazione lineare, ma di uno shock. Negli anni Settanta Washington scopre brutalmente la propria vulnerabilità: dirottamenti aerei, sequestri di ostaggi e soprattutto il disastro di Monaco 1972 mostrano l’inadeguatezza dell’apparato americano. È in questo contesto che matura l’intuizione del colonnello Charles Beckwith: per affrontare una minaccia fluida, mobile e asimmetrica serve una struttura altrettanto flessibile, capace di agire fuori dagli schemi convenzionali.

Ispirata allo Special Air Service britannico, la Delta rompe fin dall’inizio con la cultura militare classica. Privilegia la maturità psicologica alla pura prestanza fisica, l’iniziativa individuale alla disciplina meccanica, l’intelligenza operativa alla dimostrazione di forza. Una filosofia che spiega tanto l’efficacia quanto i fallimenti iniziali.

Eagle Claw, il fallimento che rifonda il sistema

Nel 1980 l’operazione Eagle Claw, tentativo di liberare gli ostaggi americani a Teheran, si trasforma in un disastro. Mancanza di coordinamento, rivalità tra agenzie, errori logistici: tutto concorre al fallimento. Ma proprio quella sconfitta diventa fondativa. Costringe gli Stati Uniti a ripensare radicalmente l’architettura delle forze speciali, portando alla creazione dei Night Stalkers, di un’aviazione dedicata e soprattutto del Joint Special Operations Command, fulcro dell’integrazione tra intelligence e azione diretta.

Grenada e Panama, i limiti del bisturi

Gli anni Ottanta mostrano una verità spesso rimossa: le forze speciali non sono un esercito in miniatura. A Grenada, nel 1983, la Delta viene impiegata in un contesto per cui non è pensata, contro difese militarizzate. A Panama, nel 1989, l’operazione Acid Gambit rivela quanto il fattore umano e il dettaglio tecnico possano mettere a rischio anche una missione d’élite: una carica mal posizionata, un elicottero sovraccarico, un’esfiltrazione improvvisata. L’operazione riesce, ma solo per una concatenazione di fortuna e improvvisazione.

Mogadiscio, la frattura strategica

Ottobre 1993 segna uno spartiacque con l’operazione Gothic Serpent a Mogadiscio. Delta e Ranger si ritrovano intrappolati in un ambiente urbano ostile, saturo di milizie e civili armati. Il problema non è il coraggio né la capacità tattica, ma l’intelligence e la lettura politica del contesto. La battaglia viene tenuta sul piano militare, ma la sconfitta strategica e mediatica è netta. La superiorità tecnologica non garantisce né il controllo politico né una vittoria duratura.

La guerra globale al terrorismo

Dopo l’11 settembre 2001 la Delta Force diventa uno dei pilastri della “guerra globale al terrorismo”. Afghanistan, Iraq, Siria: raid notturni, catture mirate, eliminazioni di obiettivi ad alto valore. È la logica della decapitazione delle organizzazioni nemiche. L’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi nel 2019 ne è l’esempio emblematico: colpire lontano, rapidamente, e scomparire lasciando un messaggio chiaro.

Ma questa efficacia tattica convive con frizioni continue: informazioni errate, fuoco amico, imboscate sanguinose come a Ramadi o durante alcune fasi dell’operazione Anaconda. Più l’azione è rapida e clandestina, più dipende dalla qualità dell’intelligence. Quando questa è imprecisa, anche l’élite paga un prezzo elevato.

L’ombra come dottrina

Affidandosi sempre più a unità clandestine, gli Stati Uniti hanno progressivamente spostato il baricentro della guerra fuori dal campo politico tradizionale. L’uso della forza diventa discreto, poco dibattuto, facile da attivare. La Delta Force non è solo uno strumento militare: è il sintomo di una potenza che privilegia l’azione mirata alla soluzione politica, la neutralizzazione degli individui alla trasformazione dei contesti.

Eccellenza tattica, ambiguità strategica

Qui sta tutta l’ambiguità della Delta Force. È un esempio di eccellenza operativa e di capacità di apprendere dagli errori, ma anche il segno dei limiti di una strategia fondata sull’ombra. Vince battaglie invisibili, elimina uomini, disarticola reti. Resta aperta la domanda decisiva: queste vittorie silenziose bastano a costruire la pace, o contribuiscono solo a prolungare una guerra permanente, combattuta lontano dagli occhi ma gravida di conseguenze politiche durature?

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