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La Marina degli Stati Uniti ha emesso le specifiche per il suo nuovo cacciatorpediniere – Ddg(x). In un documento rilasciato il 12 gennaio, si legge che l’U.S. Navy vuole che la sua prossima nave da guerra lanci missili ipersonici e sia dotata di armamento laser dieci volte più potente di quello già esistente in servizio.

Il nuovo cacciatorpediniere sarà la più grande unità di questo tipo costruita da più di 20 anni a questa parte ed è stato progettato per fornire alla marina statunitense le capacità di utilizzare una nuova generazione di armi a energia diretta e sensori ad alta potenza per equipaggiare navi da guerra che andranno a sostituire l’attuale flotta composta dai classe Arleigh Burke. Si stima che la costruzione della prima unità inizierà nel 2028. L’accento è stato dato sulle maggiori capacità sensoristiche, sulle armi a energia diretta – che richiedono molta potenza anche per il loro raffreddamento – e quindi sulla ricerca di maggiore capacità di sopravvivenza in combattimento.

La U.S. Navy sta sviluppando il Ddg(X) utilizzando come punto di partenza il sistema di combattimento degli Arleigh Burkes Flight III che incorpora il nuovo radar di ricerca aerea SPY-6 e il sistema di combattimento Aegis Baseline 10. La nave si ritiene utilizzerà, in loco del tradizionale sistema di propulsione a turbina a gas, uno di tipo integrato che già si trova sui classe Zumwalt, dove le turbine a gas della nave azionano generatori elettrici in grado di generare più di 75 megawatt di potenza utilizzati anche per la propulsione. Teoricamente i nuovi Ddg(x) potranno alimentare laser fino a 600 kilowatt, abbastanza per distruggere i missili ostili.

Inizialmente, la nave sarebbe dotata di un sistema di lancio verticale (Vls – Vertical Launch System) tipo Mk-41 a 32 celle posto davanti alla sovrastruttura che potrebbe essere successivamente scambiato con 12 celle missilistiche più grandi in grado di schierare le armi ipersoniche attualmente in fase di sviluppo per la Marina, l’Esercito e l’Aeronautica. Il radar da ricerca aerea SPY-6 potrebbe ingrandirsi da un’apertura di 4,2 metri a una di 5,4 che aumenterebbe la sensibilità del sensore. La Marina Usa sta inoltre pensando a uno spazio di carico modulare per diverse missioni future.

Tra i requisiti c’è anche un aumento del 50% dell’autonomia e la richiesta di poter trascorrere il Time On Station 120 volte più a lungo. Il piano prevede anche una riduzione del 25% del consumo di carburante rispetto agli Arleigh Burke e una riduzione dei requisiti logistici per mantenere la nave in grado di combattere. I Ddg(x) mirano anche a migliorare la tenuta in mare e le possibilità di operazioni nell’Artico, quest’ultimo requisito ritenuto fondamentale sia per il mutato assetto strategico globale, sia perché i Burke erano stati progettati per operare in mari caldi.

Non è ancora stato individuato un disegno specifico dello scafo, ma è stato presentato un render con una prua ampia, angolata e con un vistoso bulbo che ricorda un Arleigh Burke piuttosto che la linea degli Zumwalt. Le dimensioni della nave e i costi stimati per il programma rimangono poco chiari.

Proprio i costi stimati potrebbero essere il principale ostacolo per la realizzazione del progetto. Da Usni News veniamo a sapere, infatti, che il Comitato per i Servizi Armati ha previsto un “difficile ciclo di bilancio” per la U.S. Navy che è stata anche accusata di non aver proposto al Congresso una strategia atta a costruire una flotta in grado di contrastare la Cina e la sua forte espansione nel campo delle costruzioni marittime militari.

È stata espressa particolare preoccupazione per il prossimo anno fiscale che sarà “effettivamente peggiore” se confrontato con quello precedente del 2022, che peraltro richiedeva meno navi rispetto a quanto preventivato. Addirittura si è parlato di un possibile “bagno di sangue per la marina” per via delle poche risorse messa a disposizione, in un’epoca in cui la minaccia proveniente dalla Cina richiede che più finanziamenti dovrebbero essere assegnati alla marina e all’aeronautica militare in vista di un possibile conflitto nel teatro indo-pacifico.

Il problema individuato è nell’equa ripartizione dei fondi tra le tre classiche forze armate (esercito, marina e aeronautica) da parte del Pentagono quando invece bisognerebbe “rompere quel paradigma” tra i servizi. Inoltre negli Stati Uniti si assiste alla solita lotta tutta politica per cercare di non aumentare il bilancio della Difesa, che, anzi, si vorrebbe razionalizzare con dismissioni di assetti più vecchi e tagli di altro tipo, ma questo, secondo il Comitato, significa bloccare il Dipartimento della Difesa in una situazione di stagnazione che impedisce di spendere soldi per nuovi programmi. A tal proposito ritorna la vexata quaestio della visione della flotta per il 2045, che si ritiene possa essere menomata dal passaggio di deterrenza espresso dalla National Defense Strategy del 2018 a quello attuale di “deterrenza integrata” (riassumibile in capability over capacity, traducibile come “possibilità invece di capacità”).

In particolare questo nuovo concetto di deterrenza viene reputato pericoloso perché si pensa che ridurrà la capacità degli Stati Uniti di impedire una possibile invasione cinese di Taiwan e quindi la renderà più probabile e soprattutto si è fatta espressa richiesta di affrettare i tempi arrivando a postulare una “Battle force 2025” invece che 2045.

È stata ancora una volta sottolineata la necessità di avere piattaforme e armi convenzionali come navi, bombardieri e missili per contrastare la Cina criticando l’approccio che la Marina ha adottato per il suo budget che cerca di eliminare i sistemi legacy per le nuove tecnologie.

Un problema urgente, come riferito anche dalla tempistica che l’ex comandante dell’Indopacom (il comando Usa per l’Indo-Pacifico), l’ammiraglio Phil Davidson, aveva menzionato al Congresso l’anno scorso, quando ha affermato che la Cina potrebbe avere la capacità di provare a conquistare Taiwan nei prossimi sei anni.

I rappresentanti del Comitato hanno anche affermato che gli Stati Uniti dovrebbero modificare la loro politica “ambigua” nei confronti di Taipei rompendo gli indugi e dichiarando apertamente che la difenderanno in caso di attacco. È stato poi fatto notare che non essendoci un accordo di sicurezza cooperativa in atto con Taiwan, il presidente Usa avrebbe bisogno dell’autorità del Congresso per rispondere se la Cina dovesse attaccarla, ma questa procedure probabilmente rallenterebbe la tempistica della reazione statunitense.

Gli investimenti per il cacciatorpediniere Ddg(x), ritenuti fondamentali dal Comitato, potrebbero quindi naufragare sugli scogli della politica Dem che non allenta le cinghie del bilancio nella speranza di mostrare agli elettori che gli Stati Uniti non hanno aumentato le spese per la Difesa, e soprattutto se i piani di costruzione navali – a scadenza trentennale – vengono cambiati così spesso a risentirne è tutta l’architettura della Flotta e la sua capacità di essere adeguata alle sfide del futuro.

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