In attesa di conferme sulla responsabilità del crollo della diga di Kakhova, quello che è certo, al momento, è che i danni sono enormi. Decine di villaggi inondati, una parte di Kherson devastata, vittime ancora in numero indefinito, migliaia di sfollati, vaste aree agricole e industriali sommerse dall’acqua, 150 tonnellate di petrolio dalla turbina della centrale idroelettrica che hanno invaso il corso del Dnepr, e mine russe spostate dall’onda di piena senza che ora si sappia dove siano.
Se questa è la terrificante conta dei danni – e purtroppo solo iniziale – si deve aggiungere un’altra analisi: quella degli effetti della distruzione della diga sulla guerra in Ucraina, e questo vale sia per quanto riguarda le truppe di Kiev, sia per quanto riguarda quelle russe.

Il vantaggio tattico russo
In attesa dell’imminente controffensiva ucraina e con la possibilità che l’area di Kherson fosse una delle direttrici dell’operazione primaverile, è chiaro che l’ondata travolgente sul Dnepr cambia, almeno al momento, le carte in tavola.
Il crollo dell’impianto di Kakhova coincide infatti con le affermazioni russe riguardo l’inizio degli assalti ucraini (assalti che Mosca dice di avere sventato infliggendo gravi perdite alle forze nemiche).
È chiaro che la coincidenza temporale porta a credere che la Russia possa avere deciso sua sponte di inondare uno dei territori più a rischio, ovvero l’area di Kherson dove già aveva effettuato un ritiro strategico per evitare un fronte troppo allungato. E secondo il governo e i comandi militari ucraini, non è un caso che le truppe russe abbiano deciso di mantenere a ogni costo il controllo sulla diga anche dopo quel ritiro: lo scopo era infatti quello di controllare il flusso dell’acqua ma anche di distruggere il territorio in caso di informazioni sull’avanzata di Kiev.

Fermata (al momento) la controffensiva sul Dnepr
Gli analisti concordano sul fatto che al momento il vantaggio tattico russo da questa devastazione sia chiaro. Attraversare il fiume Dnepr, se già prima era estremamente rischioso a causa delle posizioni difensive russe e della complessità dell’operazione, ora, dopo l’inondazione, appare quasi impossibile. E questo non è soltanto dovuto alla presenza dell’acqua, ma anche all’enorme quantità di fango e detriti trascinata dall’onda di piena.
A livello tattico, quindi, gli osservatori concordano che la Russia avrebbe quantomeno raggiunto un obiettivo: restringere le possibilità di avanzata di Kiev riducendo di molto la linea del fronte da difendere e costringendo l’Ucraina a cambiare direttrici. Di certo escludendo che possa procedere in modo massiccio verso sud-ovest.

Michael A. Horowitz, uno dei più importanti analisti che ha parlato della distruzione della diga, ha inoltre puntato su un altro possibile effetto della distruzione di Kakhova: il segnale psicologico lanciato riguardo la possibile controffensiva verso l’area di Zaporizhzhya. Se Kiev riesce a provare che Mosca abbia deliberatamente optato per far esplodere dall’interno la diga, il rischio che possa accadere qualcosa anche all’impianto nucleare non sarebbe considerato del tutto inverosimile.
Kiev potrebbe avere avuto già un piano B
Se questi sono i vantaggi momentanei del crollo di Kakhova e della successiva devastazione per l’onda che ha travolto l’Ucraina sud-occidentale, va però osservato che alcuni commentatori hanno espresso dubbi sul considerare questo avvenimento come vantaggioso esclusivamente per Mosca.
Qualcuno ha suggerito ad esempio che gli allarmi continui dell’intelligence ucraina sul potenziale utilizzo della diga da parte russa come “extrema ratio” per difendere l’area occupata, fossero ben noti ai vertici militari di Kiev.
Dal momento che da molti mesi l’Ucraina rilanciava notizie e allarmi sul pericolo dell’occupazione russa di Kakhova, e sulla presenza di mine per far saltare la diga, è probabile che il Paese invaso avesse diversi piani proprio in funzione di questo scenario.
L’Institute for the Study of War ricorda ad esempio come già il 21 ottobre 2022 si era soffermata sul fatto che i russi avessero “un più chiaro interesse ad allagare il basso Dnipro, malgrado i danni alle loro posizioni difensive, rispetto agli ucraini”. La controffensiva potrebbe quindi in realtà non subire un danno letale.

I danni alle difese russe nell’area di Kherson
Inoltre, come scrive l’americana Nbcnews, l’onda di piena ha sì fermato l’imminente controffensiva nell’area, ma con danni altrettanto ingenti alle strutture difensive russe. Le immagini di soldati di Mosca che camminano nell’acqua indica che anche i russi hanno visto il fiume inondare le proprie postazioni. Ed è chiaro che con trincee distrutte e campi minati sommersi dall’acqua e di fatto “spostati” dal fiume, per i comandanti del Cremlino significa ristabilire in modo molto difficoltoso in futuro il controllo sull’intera area sommersa.
L’Ucraina meridionale senza un’infrastruttura fondamentale
Ampliando poi il raggio temporale degli effetti di questo crollo, va anche detto che esistono conseguenze devastanti per l’una e per l’altra parte sul piano civile.
Molti analisti ricordano che, oltre all’inondazione di campi, case e infrastrutture, l’Ucraina si ritrova a dover fare i conti con la distruzione di una centrale idroelettrica fondamentale per la sua parte meridionale. In una guerra in cui la Russia ha colpito per tutto l’inverno le centrali elettriche per costringere gli ucraini a subire le conseguenze delle temperature rigide e spostare manodopera e soldi per questo tipo di interventi, cancellare la diga di Kakhova è un danno anche al futuro energetico del Paese invaso, che vale ancora di più se si riflette sul fatto che, in caso di vittoria, la diga sarebbe tornata a servire i territori riconquistati da Kiev.
Crimea senz’acqua e territori occupati sommersi
D’altro canto, i danni a lungo termine valgono anche per i territori occupati dai russi. La Crimea, centro nevralgico dei piani di Vladimir Putin, aveva nell’impianto crollato una fondamentale fonte di sostentamento per l’agricoltura e il settore industriale. Tuttavia, c’è da dire anche che la diga non è stata controllata dai russi durante tutto il periodo tra l’annessione della Crimea e l’invasione iniziata a febbraio del 2022. Pertanto la penisola del Mar Nero di fatto ha vissuto per anni con la piena consapevolezza di non avere la gestione della sua potenziale fonte d’acqua principale.
Rischi per la centrale nucleare di Enerhodar
Inoltre, il terreno sulla sponda ovest del Dnepr è più elevato rispetto a quello a est occupato dalle truppe russe. E questo implica che l’area controllata dal governo ucraino sia quella in realtà colpita in modo anche meno devastante rispetto all’altra invasa dai russi. A questo, inoltre, si deve aggiungere l’allarme lanciato dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica sui rischi per il flusso dell’acqua di raffreddamento della centrale nucleare più grande del Paese, quella di Enerhodar, che è in mano russa. Il livello dell’acqua si sta abbassando e, per quanto esistano altre fonti per l’arrivo dell’acqua, il danno è comunque un enorme campanello d’allarme sui rischi di una centrale nucleare nel mezzo di una guerra.
L’inevitabile condanna internazionale
Infine, non va nemmeno sottovalutato il danno politico legato a questo crollo. Se infatti si dovesse provare definitivamente la responsabilità russa dietro la devastazione con un attacco deliberato (al momento molti osservatori ritengono che potrebbe anche trattarsi di negligenza degli occupanti che non hanno saputo controllare la diga), questo si convertirebbe in una nuova accusa di crimini di guerra. Con un ulteriore inasprimento di sanzioni, condanne e con un maggiore isolamento internazionale di un Paese già ampiamente sotto pressione.

