Il conflitto nel Golfo Persico ha dimostrato la vulnerabilità delle basi statunitensi, in particolare ha dimostrato come i sistemi di allerta precoce, fondamentali per le operazioni militari, siano particolarmente vulnerabili agli attacchi aerei portati con droni o missili balistici. L’Iran, infatti, ha colpito installazioni radar fisse, come il radar da Early Warning in Qatar, e alcuni fondamentali relais di comunicazione situati in altre basi militari nella regione. Avere la capacità di osservare quanto succede in un teatro bellico, e parimenti avere la capacità di comunicare tempestivamente coi propri assetti presenti in loco, è uno degli aspetti principali per avere più chance di uscire vittoriosi da un conflitto.
Per cercare di ovviare alla possibilità di vedere disarticolata la propria rete di situational awareness, gli Stati Uniti stanno ripiegando su due concetti base che da sempre accompagnano le operazioni belliche dell’era moderna: dispersione e mimetizzazione.
L’U.S. Space Force, infatti, ha scelto un sistema di comunicazione satellitare nascosto all’interno di un container: nessuna antenna parabolica è visibile dall’esterno; la sua mobilità gli garantisce sopravvivenza non rappresentando un bersaglio facilmente riconoscibile e individuabile. Questo approccio, come accennato, è in uso da tempo: i militari hanno sviluppato diverse soluzioni “in container” per aumentare la velocità di dispiegamento di vari sistemi d’attacco, non solo di comunicazione, e il sistema logistico civile può movimentare questi sistemi rapidamente in qualsiasi parte del mondo.
Parlando di sistemi d’attacco, la DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency) sta lavorando per trasformare i piccoli droni da strumenti monouso da campo di battaglia in reti di combattimento autonome, in grado di essere nascosti, lanciati, recuperati e rigenerati da sistemi containerizzati dispersi in teatri operativi caratterizzati da ambienti contestati. Il programma si concentra su costellazioni di droni autonomi composte da un massimo di 500 velivoli, collegati a container che fungono da centri autonomi per il lancio, il recupero, la ricarica, la logistica e il controllo delle missioni.
Il vantaggio dell’automazione
Il concetto riflette un più ampio cambiamento verso la guerra distribuita e architetture di combattimento resilienti, offrendo alle forze statunitensi la possibilità di disperdere capacità di ricognizione, guerra elettronica, individuazione e attacco su vaste aree operative, mantenendo al contempo un elevato numero di sortite in condizioni di assenza di segnale satellitare e in scenari di forte ostilità. DARPA sta cercando quindi di portare il concetto di dispersione su un livello più alto, con un’architettura autonoma altamente mobile, ridondante, capace di controllare diverse tipologie di droni.
Il principale vantaggio militare risiede nell’automazione spinta. DARPA sta esaminando operazioni di “livello 4” di autonomia, il che significa che il coinvolgimento umano sarebbe limitato principalmente alla definizione della missione, mentre il sistema gestirebbe il lancio, l’esecuzione, il recupero, i controlli post-volo, i cicli di ricarica o rifornimento e il rilancio senza un controllo umano continuo. Un’architettura di questo tipo richiederebbe autonomia multi-agente, ripianificazione autonoma della missione, gestione della formazione, prevenzione delle collisioni, ottimizzazione del percorso, e capacità di calcolo distribuito (edge computing). In un ambiente elettromagnetico ostile, tali droni necessiterebbero anche di navigazione resiliente, modalità operative in assenza di segnali di navigazione satellitare, comunicazioni a bassa probabilità di intercettazione e bassa probabilità di rilevamento, collegamenti dati agili nello spettro e logica decisionale di bordo in grado di preservare la continuità della missione in caso di connettività degradata. Le sfide sono anche rappresentate dalla necessità di avere un’autonomia di più giorni, l’alimentazione elettrica continua per i carichi in container e soprattutto la costruzione a basso costo.
Si tratta dell’estremizzazione di lezioni apprese dai campi di battagli del Golfo e dell’Ucraina, dove soluzioni “containerizzate”, ma più rudimentali, si sono già osservate. Gli iraniani, ad esempio, hanno la possibilità di lanciare i droni kamikaze Shahed-136 da container che somigliano in tutto e per tutto a quelli civili adibiti al trasporto di materiali, e hanno optato per questa soluzione anche per i lanciatori di alcune tipologie di missili balistici a corto raggio. Gli ucraini hanno messo in pratica la stessa soluzione iraniana, ma su un livello maggiore, quando a giugno del 2025 hanno distrutto circa 18 bombardieri strategici e tattici russi nelle loro basi aeree utilizzando droni kamikaze di tipo FPV (First Person View) decollati da container appositamente modificati trasportati in Russia su camion. La stessa marina militare della Repubblica Popolare Cinese ha mostrato, recentemente, una nave portacontainer adibita a lancio di missili, stipati – insieme a sensori e altri sistemi da difesa aerea – in container posizionati sul ponte.
Le soluzioni statunitensi, soprattutto quella relativa ai relais di comunicazione, si adattano perfettamente a un teatro altamente contestato rappresentato dal Pacifico occidentale, dove la Repubblica Popolare rappresenta l’avversario tecnologicamente avanzato che si sta confrontando con gli Stati Uniti, ma sono in ultima analisi adatte per ogni tipo di campo di battaglia, considerando che le capacità militari di nazioni ben lontane dall’avere forze armate di primo livello, vanno sempre più migliorandosi grazie alla diffusione di sistemi efficaci a basso costo e grazie alla condivisione di dati di intelligence.
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