Il 21 agosto, le esercitazioni annuali Ulchi Freedom Shield tra Stati Uniti e Corea del Sud si sono concluse con largo anticipo rispetto alla programmazione originaria. La decisione è arrivata dopo l’ordine impartito da Donald Trump di ridurre «sostanzialmente» la partecipazione americana alle manovre, considerate costose e, soprattutto, inutilmente provocatorie nei confronti di Kim Jong-un. L’esercitazione, iniziata il 17 agosto, avrebbe dovuto durare undici giorni, ma è terminata dopo cinque.
Il punto non è soltanto la durata di una simulazione militare. Da oltre settant’anni la presenza americana nella penisola rappresenta uno dei pilastri della deterrenza verso Pyongyang. Ridimensionare improvvisamente l’addestramento congiunto significa intervenire proprio sull’elemento che trasforma l’alleanza politica in una capacità militare concreta: interoperabilità, comando, coordinamento e prontezza operativa. Trump ha legato esplicitamente la scelta anche al comportamento di Seoul nella crisi iraniana, accusando gli alleati di non sostenere sufficientemente Washington quando gli Stati Uniti entrano in guerra. È una logica significativa: la garanzia di sicurezza americana appare sempre più condizionata alla disponibilità dell’alleato a seguire le priorità strategiche della Casa Bianca.
Washington concede, Pyongyang rilancia
La scommessa di Trump è costruita sul rapporto personale con Kim Jong-un e sulla possibilità di riaprire una trattativa. Ma la risposta nordcoreana mostra quanto sia difficile trasformare una concessione unilaterale in un negoziato. Dopo la riduzione delle esercitazioni, Pyongyang ha infatti continuato a considerare la cooperazione militare americana-sudcoreana una minaccia e ha lanciato circa dieci missili balistici a corto raggio. Kim Jong-un ha inoltre respinto l’idea che il ridimensionamento delle manovre rappresenti una svolta sufficiente per modificare la posizione nordcoreana. La conseguenza strategica è delicata. Se Washington dimostra che la propria presenza militare può essere ridotta per ottenere un’apertura diplomatica da Pyongyang, Seoul potrebbe concludere che la deterrenza americana non è più un parametro stabile. Non significa automaticamente una rottura dell’alleanza, ma incentiva la Corea del Sud ad accelerare il rafforzamento delle proprie capacità autonome. È esattamente il genere di dinamica che una politica di pressione sugli alleati può produrre: anziché aumentare la dipendenza, induce gli alleati a cercare alternative.
Hormuz, l’Oman diventa il nuovo problema
La stessa logica emerge, con conseguenze potenzialmente molto più pesanti, nel Golfo Persico. L’Oman non è un alleato militare degli Stati Uniti paragonabile alla Corea del Sud, ma è da decenni un partner strategico e diplomatico privilegiato di Washington e ha svolto un ruolo importante nei contatti indiretti con Teheran. Il 17 agosto Trump ha minacciato di bombardare l’Oman qualora Muscat avesse ostacolato la strategia americana nei confronti dell’Iran. La minaccia è arrivata mentre Iran e Oman stavano negoziando una soluzione per consentire la navigazione commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz, uno dei principali colli di bottiglia energetici mondiali.
La questione è quindi molto più ampia del rapporto bilaterale Washington-Muscat. Hormuz è un’infrastruttura geopolitica dalla quale dipendono petrolio, gas, assicurazioni marittime, trasporti e finanza internazionale. Ogni aumento del rischio militare si trasferisce sui premi assicurativi, sui noli e sulle quotazioni energetiche, producendo effetti ben oltre il Medio Oriente. L’Oman, cercando una soluzione negoziale con Teheran, sta perseguendo un interesse nazionale perfettamente razionale: riaprire una via commerciale sicura. È precisamente questo che rende la minaccia americana politicamente rilevante.
La contraddizione Usa: meno presenza, più pressione
Il paradosso è che Washington sembra contemporaneamente ridurre alcune forme della propria presenza militare e aumentare la pressione politica sugli interlocutori regionali. Il Pentagono sta infatti valutando l’ipotesi di una presenza americana più contenuta nel Golfo una volta terminato il conflitto con l’Iran, anche alla luce dei danni subiti dalle installazioni statunitensi. Secondo il Washington Post, si tratta però ancora di una valutazione preliminare e non di una revisione formale della postura militare americana.
Questa possibile contrazione non equivale necessariamente a un disimpegno strategico. Potrebbe invece indicare una trasformazione del modello: meno basi permanenti, maggiore capacità di proiezione, più pressione economica e maggiore richiesta agli alleati di sostenere direttamente i costi della sicurezza regionale. È una distinzione fondamentale. Parlare semplicemente di «ritiro americano» rischia di essere fuorviante. Washington potrebbe ridurre la propria esposizione senza rinunciare al controllo delle principali leve finanziarie, tecnologiche, militari ed energetiche.
Il nuovo vincolo americano
Corea del Sud e Oman rappresentano dunque due casi differenti, ma illuminano una stessa trasformazione. Nel primo caso Washington interviene sulla deterrenza militare; nel secondo esercita pressione su un partner diplomatico che cerca una soluzione autonoma alla crisi di Hormuz.
Non è necessario interpretare queste decisioni come il risultato di un unico disegno prestabilito. È sufficiente osservare gli effetti: le alleanze diventano più transazionali, gli impegni meno automatici e la sicurezza sempre più legata alla convenienza immediata americana. Per gli alleati il messaggio è netto. La protezione statunitense resta una risorsa straordinaria, ma non può più essere considerata un dato permanente e incondizionato. Per Seoul significa investire maggiormente nella propria autonomia militare; per le monarchie e i partner del Golfo significa diversificare interlocutori e garanzie; per l’Europa significa confrontarsi con la stessa domanda.
La vera svolta della presidenza Trump, dunque, potrebbe non essere il semplice ridimensionamento dell’America nel mondo, ma la trasformazione del modo in cui Washington esercita la propria potenza: meno promessa di stabilità permanente, più negoziazione, pressione e condizionalità. E quando persino la deterrenza nella penisola coreana e la mediazione omanita su Hormuz diventano elementi negoziabili, una certezza appare ormai difficile da sostenere: per gli alleati degli Stati Uniti, nulla può più essere dato completamente per scontato.
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