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Le profondità del mare dialogano con le vaste distese dello spazio extraterrestre: non è un’immagine poetica, ma la realtà dei fatti. Una questione che ha profondamente a che fare con la geopolitica e con l’accordo Aukus, siglato il 15 settembre scorso come nuovo e più profondo tipo di alleanza strategica, coinvolgente Australia, Regno Unito, Stati Uniti e avente al centro i sottomarini nucleari che Washington fornirà, secondo accordi, a Canberra. I sottomarini nucleari, armati che siano o meno di missili balistici a testata nucleare, necessitano della capacità di potersi muovere ed operare indipendentemente dalle condizioni delle basi a terra. In caso di attacco atomico, per poter promuovere l’extrema ratio della rappresaglia. Per questo il controllo satellitare appare di vitale importanza strategica.

E non è un caso che proprio la testata australiana The Strategist abbia sottolineato che la valenza dell’Aukus va ben oltre l’accordo militare e geopolitico cogente e si estende alla possibilità di trasformare l’alleanza in un moltiplicatore di sviluppo tecnologico capace di espandersi anche alla sfera spaziale. In una fase in cui le proposte europee di autonomia strategica hanno portato all’esclusione del Regno Unito dal programma di Gps Galileo, in cui l’America subisce la competizione nella partita dell’internet via satellite del Vecchio Continente e l’Australia è ritenuta la chiave di volta dell’Indo-Pacifico i sottomarini appaiono il fattore abilitante per un’alleanza approfondita, una “relazione speciale tra le relazioni speciali” con cui Washington vuole indicare il cerchio magico dei suoi Paesi di riferimento. A cui conferire i migliori ritrovati in termini di sostegno militare e tecnologico.

Marcello Spagnulo, tra i principali studiosi di politica spaziale in Italia, ha sottolineato su Formiche quanto l’integrazione tecnologica che le attuali alleanze militari prevedono e puntano a plasmare possa trovare un punto di contatto nel triangolo Aukus grazie al binomio mare-spazio: Spagnulo ricorda che entro il 2024 la United States Navy prevede di dotarsi di “sommergibili con antenne di ultimissima generazione, denominate SubHdr (Submarine High data rate) per collegare i mezzi subacquei con la flotta di satelliti geostazionari Milstar e con la costellazione Dscs (Defense satellite communications system) per comunicazioni sicure a banda larga”, le cui potenzialità saranno offerte anche alle marine di Londra e Canberra, assieme ai dispositivi di emissione di onde radio a bassissima frequenza per la comunicazione con i sottomarini in acque profonde.

La Francia, grande sconfitta dell’accordo, non poteva offrire all’Australia un ecosistema di riferimento tanto ricco. Né poteva farlo, ad ora, l’Europa nel suo complesso, messa in secondo piano di fronte all’alleanza delle tre nazioni anglosassoni. Indietro sui sottomarini, non ancora pronta a lanciare una costellazione paragonabile al Gps, messa sotto insidia anche dalla britannica OneWeb, l’Europa può però trarre utili lezioni da quella che Spagnulo definisce un’alleanza “tecnopolitica a esplicito carattere industrial-militare”. Ovvero riscoprire la necessità di scelte chiare e strategiche e del pensiero complesso in ambito militare e tecnologico. Singoli programmi privi di coordinamento rischiano di essere fallaci e incompleti, mentre un’alleanza che valorizzi le eccellenze di ogni singolo sistema militare-industriale può produrre risultati eccellenti. La capacità dell’Italia di porsi a cavallo tra la cordata europea e quella atlantica della Difesa può fornire un esempio su come la cooperazione in alcuni settori non escluda, in quest’ottica, la ricerca di soluzioni autonome altrove nel campo dell’alleanza occidentale.

Lo spazio, in quest’ottica, va facendosi anno dopo anno sempre più oggetto di contesa e settore abilitatore di svolte in materia tecnologica, economica, industriale, oltre che militare, in grado di delineare nuove gerarchie tra le potenze. Quanto segnato dal fronte “spaziale” di Aukus è solo un esempio di ciò che si potrebbe senz’altro replicare nel contesto Nato e immaginare in ambito europeo. Asset capaci di operare su più fronti, dal dual-use civile e militare come certi tipi di satelliti e vettori, possono forgiare alleanze strategiche e industriali. La comunicazione tra sfere informative diversificate è un obiettivo che ogni forza armata o agenzia spaziale deve perseguire; e l’Italia, anche in quest’ottica, è capace di giocare attivamente sia la partita atlantica (attraverso la cooperazione con gli Usa sulla parte scientifica e tecnologica del programma Artemis) che quella europea (con i nuovi programmi spaziali come i lanciatori) ottimizzando le possibilità per il nostro interesse nazionale. La lezione di Aukus è anche quella di un sano e doveroso pragmatismo.