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Il conflitto scoppiato il 7 ottobre 2023 tra Hamas e Israele ha quasi da subito assunto le caratteristiche di una guerra regionale, non tanto per il coinvolgimento diretto di altri attori statuali presenti in Medio Oriente, quanto per l’intervento di protagonisti non statuali, eterodiretti dall’Iran, che hanno cercato di colpire il territorio dello Stato ebraico coi sistemi d’arma a lungo raggio di cui dispongono.

Stiamo parlando degli Houthi, i ribelli yemeniti che da anni hanno intrapreso una lotta intestina allo Yemen da subito sfociata al di fuori dei suoi confini, in quanto innestata nella più ampia contrapposizione tra Teheran e Riad.

Gli Houthi, definibili come proxy dell’Iran al pari di Hezbollah in libano o delle milizie filo-sciite presenti in Siria e in Iraq, hanno dimostrato di possedere un potenziale bellico da non sottovalutare in quanto capaci non solo di colpire a grande distanza, ma anche di aver incamerato tattiche proprie degli eserciti regolari: un esempio in tal senso è dato dall’assalto a un mercantile portato con uno sbarco da un elicottero.

Da quel 7 ottobre sino a oggi, gli Houthi hanno anche dimostrato di saper cambiare la pianificazione dei propri attacchi, dimostrando una complessità di ordine politico che ha innescato la reazione occidentale in quanto sono passati dal cercare di colpire Israele al prendere di mira il traffico navale commerciale in transito nel Mar Rosso.

A seguito del lancio di vettori da crociera e droni per cercare di colpire il naviglio che attraversa quello specchio d’acqua che collega il Mar Mediterraneo all’Oceano Indiano, gli Stati Uniti hanno spostato la zona di operazioni della portaerei Uss Eisenhower e del suo Csg (Carrier Strike Group) più a ridosso dello Yemen, per poter intervenire direttamente nello Yemen. Sappiamo inoltre che la marina statunitense, insieme a quella di altre nazioni occidentali – tra cui l’Italia – ha inviato nel Mar Rosso unità navali da guerra con lo scopo di intercettare i missili e i droni degli Houthi: qualcosa che sta accadendo con sempre maggior frequenza.

Sottovalutare il potenziale bellico dei ribelli yemeniti è il peggior errore che l’Europa possa fare, stante l’arsenale di cui dispongono (fornito dall’Iran), che vede la presenza anche di missili da crociera moderni capaci di colpire con precisione a grande distanza, infliggendo gravi danni.

Le azioni degli Houthi però, riportano in auge la questione della libertà di navigazione dei mari e i rischi ad essa associati. Gli Houthi, attaccando o sequestrando una dozzina di navi dal 19 novembre, stanno cercando di infliggere un costo internazionale alla campagna israeliana, che ha fatto seguito all’attacco di Hamas del 7 ottobre, e le loro azioni hanno costretto buona parte del traffico navale a riprendere la via del Capo di Buona Speranza per arrivare nei porti europei (o raggiungere quelli nordamericani), esattamente come accadde quando il Canale di Suez venne chiuso per l’incagliamento di una nave portacontainer.

Questo costo si è rivelato un azzardo, perché gli Stati Uniti, a guida di una coalizione multinazionale in cui è presente il Regno Unito e vede la partecipazione di personale proveniente da Australia, Canada, Olanda e Bahrein, per cercare di riaprire completamente quell’importante rotta, hanno deciso l’11 gennaio 2023 di attaccare direttamente lo Yemen in modo da eliminare la minaccia al traffico mercantile.

Quanto sta accadendo, al di là di possibili risvolti peggiori, è però indice della fragilità dei choke points marittimi: gli Houthi, grazie alla posizione strategica dello Yemen – all’imboccatura meridionale del Mar Rosso sullo Stretto di Bab el-Mandeb – sono stati in grado di stabilire una piccola bolla di interdizione in grado di provocare enormi scompensi al traffico navale anche solo grazie alla minaccia di possibili attacchi, al di là dei danni effettivamente riportati dal naviglio colpito.

Questa situazione non è accettabile per gli Stati Uniti, unica potenza talassocratica rimasta al mondo. Washington, infatti, ripone nella libertà di navigazione dei mari (e dei cieli) uno dei pilastri fondanti della sua politica estera e di Difesa.

Come si può leggere nella National Security Strategy del 2022, e sostanzialmente in tutti i documenti simili precedenti delle passate amministrazioni, gli Stati Uniti hanno una visione di un mondo “libero, aperto, sicuro e prospero” e si adoperano affinché “l’aria, gli oceani, lo spazio, il cyberspazio e le arterie del commercio internazionale siano protette e accessibili a tutti”. Questo è tanto più evidente, perché esplicitamente affermato, per quanto riguarda lo scacchiere estremo-orientale: si afferma infatti che “gli Stati Uniti lavoreranno con altri Stati regionali per mantenere l’Indo-Pacifico aperto e accessibile”.

Tali linee guida si riflettono nella strategia di Difesa nazionale, e come accennato sono uno dei pilastri fondanti della politica estera Usa al di là di ogni cambio di colore politico della Casa Bianca. Se però, in tempi passati, gli Usa erano decisamente in una posizione di forza per mantenere aperte le linee di navigazione, negli ultimi due decenni questa situazione è cambiata per via della proliferazione di sistemi d’arma in grado di stabilire un certo livello di interdizione d’area, e dalla diffusione di aree di instabilità, date sia da attori non statuali, come gli Houthi, sia da attori statuali, come la Cina che sta procedendo alacremente verso la nazionalizzazione del Mar Cinese Meridionale.

Torna quindi prepotentemente sul tavolo la questione dell’importanza dei choke points, siano essi artificiali come il Canale di Suez (la cui fragilità è stata dimostrata proprio dall’incidente occorso alla portacontainer nel 2021), o naturali, come lo Stretto di Bab el-Mandeb. Una questione globale, in quanto i choke points sono diffusi lungo tutte le principali e più importanti rotte di navigazione: gli stretti di Malacca-Sonda-Lombok tra Oceano Pacifico e Indiano e il Canale di Panama, considerando lo Stretto di Gibilterra “sicuro” per la presenza di nazioni amiche sulle sue sponde.

Gli Usa pertanto stanno lavorando per migliorare l’unico strumento in grado di poter garantire la libertà di navigazione a livello globale, ovvero la U.S. Navy, che rispetto ai fasti della Guerra Fredda sta patendo anni di tagli al bilancio – al pari delle altre Forze Armate. Ancor di più quanto sta accadendo nel Mar Rosso è un segnale di allarme che Washington ha compreso pienamente – la coalizione internazionale sotto la missione Prosperity Guardian ne è la prova – ma che altri faticano a capire, anche per via dei differenti interessi geopolitici rispetto a quelli statunitensi.

Questa lezione impartita dagli Houthi porterà quasi sicuramente gli Usa a tornare a essere più presenti nei “mari caldi” mediorientali (compreso il Golfo Persico col vitale Stretto di Hormuz), stante il fatto che in quelli estremo-orientali, grazie all’aggressività cinese, la U.S. Navy è ormai una presenza costante da anni, proprio perché quello scacchiere è il più importante per Washington.

Un aumento della presenza navale Usa in Medio Oriente rappresenta un vero e proprio dietro-front rispetto alla politica statunitense di generale disimpegno da quel teatro (e da quello europeo) per concentrarsi sul Pacifico Occidentale, pertanto la dispersione di unità navali da guerra intorno al globo potrebbe usurare l’efficienza di navi e uomini, e potrebbe anche suggerire posture più aggressive in quel di Pechino, che in questo momento sta dotandosi di una marina d’altura per sostenere i suoi progetti di contrasto alla potenza Usa su scala globale.