Intelligenza artificiale, caccia stealth di quinta generazione, portaerei a propulsione nucleare, cacciatorpediniere lanciamissili e navi da assalto anfibio porta-droni. I progressi tecnologici cinesi nel settore militare durante gli ultimi 20 anni sono stati notevoli, e oggi la Repubblica Popolare Cinese (RPC) schiera una flotta di velivoli moderni come i J-20 e i J-35 dal disegno stealth, e una squadra navale con 3 portaerei in servizio che si accompagnano a un numero consistente di altre unità di superficie e subacquee che ne fanno la marina da guerra numericamente più grande del mondo.
Ma basta avere gli ultimi ritrovati tecnologici per combattere e vincere sul campo di battaglia? Più ancora: l’Esercito Popolare di Liberazione (PLA), in particolare l’aeronautica e la marina militare, ha davvero le capacità di utilizzare questi ultimi ritrovati tecnologici al meglio delle possibilità e quindi imporsi su un avversario? Le domande non sono retoriche e richiedono un’analisi delle metodologie di addestramento, delle dottrine e del motore ideologico che ha innescato il salto tecnologico cinese.
In questo senso ci viene in aiuto un recente rapporto del Department of the Air Force’s China Aerospace Studies Institute, che analizza come la Repubblica Popolare abbia osservato attentamente i progressi e l’applicazione in combattimento della tecnologia aeronautica stealth, con l’obiettivo di comprenderne, contrastarne e replicarne i vantaggi, seguendo un approccio però strettamente tecnologico e perseguendo obiettivi strategici che continuano a plasmare l’approccio cinese ai sistemi stealth e anti-stealth.
Documenti e osservazioni del PLA di pubblico dominio suggeriscono che la visione cinese della tecnologia stealth statunitense sia stata plasmata da una combinazione di osservazione empirica, distorsioni cognitive e ambizioni tecnologiche. Questo approccio ha portato a una duplice strategia incentrata sia sul contrasto alle capacità di bassa osservabilità degli Stati Uniti, sia sullo sviluppo di piattaforme stealth autoctone. Tuttavia, queste percezioni sono spesso incomplete o distorte, il che porta a un eccessivo affidamento sull’hardware, ovvero sul sistema in sé, sulla macchina, e a una sottovalutazione dell’adattabilità operativa delle forze armate USA, insieme a una visione della tecnologia stealth come una questione meramente tecnica piuttosto che operativa. Questo stesso approccio analitico, come vedremo successivamente, si può applicare anche alle nuove costruzioni navali trovando riscontri nelle realtà addestrativa osservabile della PLAN (People’s Liberation Army Navy), la marina cinese.
L’Esercito Popolare di Liberazione, e in particolare l’Aeronautica Militare dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLAAF), considera la tecnologia stealth statunitense un importante vantaggio asimmetrico che da tempo conferisce all’U.S. Air Force un vantaggio decisivo. Tuttavia, le valutazioni cinesi di questa minaccia sono influenzate da pregiudizi ricorrenti che ne minimizzano costantemente la complessità. Queste errate percezioni rientrano in tre categorie: eccessiva fiducia e dipendenza dai radar a bassa frequenza come strumenti di contrasto affidabili; considerare la tecnologia stealth come una caratteristica fissa, dipendente esclusivamente dall’hardware, sottovalutando al contempo la flessibilità operativa degli Stati Uniti; una forte preferenza per soluzioni tecnologiche a scapito dell’addestramento, della dottrina e dell’integrazione interforze.
Le incertezze della dottrina navale
Di particolare interesse per la nostra trattazione è l’ultimo punto. Il PLA considera la stealthness esclusivamente come una proprietà del velivolo, anziché come parte di un sistema operativo più ampio, adattivo e olistico. La dottrina statunitense sottolinea che le caratteristiche di bassa osservabilità sono solo un elemento delle capacità di sopravvivenza, in quanto altrettanto importanti sono la pianificazione della missione, la riprogrammazione in tempo reale, il supporto di guerra elettronica, l’organizzazione delle forze e l’esperienza acquisita dagli operatori e dal personale di supporto. La Cina, inoltre, mostra una netta preferenza per le soluzioni tecnologiche rispetto ad approcci organizzativi o dottrinali più ampi, mentre le operazioni statunitensi pongono grande enfasi sulle capacità hardware e software di ogni singolo assetto, integrando poi tali capacità nel pacchetto di forze più ampio. Gli strumenti di pianificazione delle missioni e l’addestramento si concentrano sull’ottimizzazione del percorso in tempo quasi reale basato sull’intelligence, sulle capacità di guerra elettronica e su una cultura dell’addestramento che premia l’iniziativa e il rapido adattamento.
Dal punto di vista navale, sebbene molto recentemente vi siano segnali che fanno pensare a un approccio più multidominio e integrato delle operazioni della PLAN, è possibile trovare molte similitudini con quanto affermato poc’anzi per le forze aeree. I cantieri navali cinesi stanno varando unità da guerra a un ritmo elevato, che surclassa di un ordine di grandezza quello dei cantieri statunitensi. La PLAN ha in servizio portaerei di ultima generazione – e sta costruendone una a propulsione nucleare – insieme a nuove unità da assalto anfibio, anche di grosso tonnellaggio in grado di trasportare droni pesanti, come il “Sichuan” (classe Type 076). Sono comparsi droni marittimi e nuovi sottomarini dal disegno innovativo, ed è stata avviata la formazione di un’aviazione imbarcata simile a quella statunitense, che sfrutta caccia stealth come il J-35, ma soprattutto aerei AEW e da guerra elettronica. Le operazioni navali cinesi nell’ultimo anno si sono fatte più complesse, estendendosi più volte oltre la Prima Catena di Isole e simulando il blocco navale di Taiwan.
Tutti questi dati, se non attentamente analizzati, farebbero pensare che la PLAN possa rivaleggiare alla pari con la U.S. Navy, ma la realtà potrebbe facilmente essere diversa. Anche in ambito navale, la Cina dimostra eccessivo affidamento all’hardware, con nuove unità innovative e nuovi sistemi d’arma imbarcati, ma nelle osservazioni dell’attività addestrativa risulta mancare della formulazione di una dottrina navale per le operazioni, che è ancora in fieri come risulta dall’analisi delle manovre navali dello scorso anno e del primo semestre del 2026.
In un’esercitazione di assalto anfibio del 2025, è stato simulato per la prima volta uno scenario più complesso, su più fronti, e si è sperimentato il coordinamento di assetti militari e civili. L’esercitazione ha riprodotto non solo uno sbarco su una singola spiaggia, ma anche il coordinamento delle attività su più assi. Risulta anche interessante notare l’estensione geografica dell’esercitazione di sbarco: circa 360 chilometri dalle località più meridionali a quelle più settentrionali, che è una distanza paragonabile a quella della costa occidentale di Taiwan, da Taipei a Kaohsiung. Per la prima volta si è quindi simulato uno scenario operativo realistico. Anche in ambito navale l’esperienza accumulata conta, perché permette non solo di mettere alla prova i mezzi e i sistemi, ma di formulare dottrine e metodologie che devono rientrare nella prassi di azione, e in questo senso la PLAN non ne ha ancora maturata a sufficienza. Una marina da guerra è fatta in primis dagli equipaggi, che devono essere avvezzi alle operazioni, ben amalgamati, e poter contare su un’architettura informativa rapida e affidabile oltre che sull’appoggio “interforze”, e da questo punto di vista la PLAN appare ancora in fase embrionale.