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Difesa

Dagli oceani ai mari chiusi, così cambia la sicurezza globale e nazionale. Il simposio di Venezia

Occorre investire nella protezione delle infrastrutture sottomarine e va rafforzata la cooperazione industriale europea e occidentale.
Italia

Il XV° Trans-Regional Seapower Symposium di Venezia ha restituito l’immagine di un ordine marittimo in rapida mutazione. La sintesi degli argomenti trattati ci mostra come la sicurezza dei mari costituisca ormai un sistema integrato, retto da fondali protetti, filiere resilienti, alleanze interoperabili e una più matura responsabilità europea.

Cosa si è detto a Venezia

L’analisi degli interventi a Venezia deve necessariamente cominciare dal mutamento di paradigma racchiuso nel titolo del simposio, «Dalle acque regionali all’influenza globale». I bacini marittimi, a lungo pensati come compartimenti affidati ai Paesi rivieraschi, non sono più separabili: le tensioni nei «mari di mezzo», dal Mediterraneo allargato al Mar Rosso, dal Mar Nero al Golfo Persico fino all’Indo-Pacifico, si ripercuotono immediatamente sulle catene logistiche e sull’economia planetaria.

La proiezione di potenza si misura allora sulla capacità di governare colli di bottiglia e spazi semichiusi, dove si addensano commercio, energia e flussi finanziari. Ne emerge un sistema di «Mediterranei globali» interconnessi, che il CESMAR aveva anticipato nel 2020 con la nozione di Infinito Mediterraneo, cioè l’estensione degli interessi economici nazionali oltre il Mediterraneo allargato. Muta così l’unità stessa di analisi, che non è più il bacino ma la rete di bacini: nessuna potenza marittima può considerare periferica una crisi lontana dalle proprie coste, e ciò richiede una visione trans-regionale e coalizioni flessibili fondate su interessi condivisi più che su appartenenze geografiche rigide.

In questa rete la vulnerabilità maggiore riguarda le infrastrutture critiche sottomarine. Cavi in fibra ottica e condotte energetiche, spina dorsale invisibile dell’economia globale, sono esposti a sabotaggi di difficile attribuzione, strumenti tipici di una guerra ibrida che resta sotto la soglia del conflitto dichiarato. Per questo la Underwater Domain Awareness, ossia la sorveglianza continua dei fondali e della colonna d’acqua, capace di distinguere l’incidente dall’atto ostile, diventa condizione di sovranità. 

Né i fondali possono essere separati dalla logistica di superficie, poiché porti, rotte e cavi formano un unico sistema di vulnerabilità. La medesima logica di adattamento governa la risposta ai droni a basso costo: intercettarli con missili di elevato valore è economicamente insostenibile, ed è emersa la necessità di operare con una difesa stratificata, in cui sistemi cinetici, energia diretta e guerra elettronica operano in sinergia, ciascuno nello strato più efficiente. La difesa cessa così di essere una somma di piattaforme e diventa un’architettura che restituisce al difensore l’iniziativa economica oltre che operativa.

Un’architettura simile presuppone una base industriale solida. Le supply chain sono impiegate come armi nei conflitti ibridi, e la logistica, da processo neutro improntato all’efficienza just-in-time, diventa asset di sicurezza nazionale secondo il principio del just-in-case, con dazi, controlli e strategie di de-risking. Deterrenza collettiva e superiorità industriale dipendono dunque dalla sovranità delle filiere e dalla compatibilità dei sistemi C4I alleati, mentre la carenza di massa critica impone una cooperazione industriale transnazionale. 

A ciò si intreccia la ristrutturazione del legame transatlantico: la richiesta statunitense di burden-sharing spinge l’Europa verso una maggiore autonomia strategica, ma il rischio è una frammentazione a geometria variabile, con il fianco orientale e baltico che attira risorse a scapito delle priorità meridionali. Per l’Italia ne deriva il duplice compito di consolidare la cooperazione aeronavale e di proiettare stabilità verso Nord Africa, Sahel e Medio Oriente.

Sullo sfondo opera il ritorno della Realpolitik e la «brutalizzazione» dei rapporti internazionali: l’interdipendenza economica, un tempo garanzia di moderazione, viene strumentalizzata, e la deterrenza torna a essere la valuta fondamentale della stabilità, credibile solo se fondata su capacità effettive. In tale scenario assume valore la diplomazia navale: le Forze Armate mantengono una professionalità apolitica orientata alla difesa e alla stabilità, e Venezia, riunendo circa settanta marine, si configura come incubatore di cooperazione multilaterale, dove la fiducia professionale diventa essa stessa un moltiplicatore di deterrenza.

Quanto emerso al simposio di Venezia era stato anticipato dal CESMAR, in un articolo pubblicato per il CIMSEC. Vi è infatti una convergenza strategica radicale: il baricentro della geopolitica si è spostato dai grandi spazi oceanici ai nodi e ai colli di bottiglia dei mari chiusi e semichiusi, e ciò certifica la crisi del modello mahaniano classico a favore del paradigma del potere arcipelagico-reticolare. La deterrenza fondata soltanto sulla proiezione di flotte pesanti risulta inadeguata di fronte a sciami di vettori a basso costo e a strategie di interdizione come l’A2/AD; sovranità e influenza si misurano nel presidio dei nodi logistici, energetici e digitali, e chi controlla i chokepoints e la continuità delle supply chain detiene il potere sistemico. 

Davanti a una competizione spietata le democrazie non possono agire in ordine sparso, e l’interoperabilità va intesa non solo come compatibilità tecnica ma come armonizzazione culturale, procedurale e dottrinale tra marine alleate. La sicurezza subacquea è il banco di prova della resilienza statale, e le risposte tecnologiche indicate sono l’intelligenza artificiale applicata ai sistemi C4I e le piattaforme autonome e unmanned. La formula conclusiva è che la stabilità discende dalla capacità di proiettare sicurezza dai bacini regionali al sistema internazionale, trasformando la connettività in fattore di pace, deterrenza e prosperità condivisa.

Analisi geopolitica e strategica

Sul piano geopolitico la sintesi individua una ridefinizione degli equilibri fondata sulla geografia delle connessioni più che dei confini: chi esercita pressione sui nodi ottiene un’influenza sproporzionata, mentre le potenze rivali dispongono di leve di coercizione a basso costo e ad alta ambiguità. Le alleanze si riconfigurano in coalizioni flessibili a geometria variabile, la rinegoziazione transatlantica appare come redistribuzione di oneri più che come rottura, e lo spazio marittimo si frammenta in aree di influenza, zone di rischio e corridoi presidiati, dove il diritto internazionale convive con pratiche imposte dalla forza.

Sul piano strategico la dottrina navale è chiamata a integrare i domini subacqueo, cibernetico e cognitivo, riconoscendo alla seabed warfare la dignità di ambito operativo autonomo. Il procurement premia sistemi modulari, scalabili e producibili in serie, capaci di dare massa critica a costi sostenibili, e assegna priorità all’interoperabilità C4I e a filiere diversificate. La postura di deterrenza privilegia una presenza persistente, fondata su pattugliamento, sorveglianza dei fondali e reazione rapida, mentre l’adozione di sistemi autonomi e intelligenza artificiale richiede regole d’ingaggio e responsabilità adeguate, perché l’innovazione non superi la capacità politica di governarla.

Conclusioni

Da quanto ascoltato a Venezia emerge che la sicurezza marittima globale è ormai un sistema unitario, in cui crisi regionali, vulnerabilità dei fondali, dipendenze industriali e competizione tra potenze si alimentano a vicenda. In questa prospettiva il potere arcipelagico-reticolare indicato dal CESMAR offre la chiave interpretativa più utile per orientare scelte di lungo periodo. Ne discendono indicazioni chiare per i decisori. Occorre investire stabilmente in Underwater Domain Awareness e nella protezione delle infrastrutture sottomarine, condividendo dati con gli operatori privati. Vanno rafforzate la resilienza delle filiere e la cooperazione industriale europea e occidentale, privilegiando standard interoperabili e difese stratificate sostenibili nei costi. All’Europa spetta un’assunzione di responsabilità che bilanci fronte orientale e meridionale, valorizzando i Paesi mediterranei. Infine, la diplomazia navale va preservata come infrastruttura di fiducia, poiché la stabilità dell’ordine marittimo dipenderà dalla capacità di coniugare deterrenza credibile e cooperazione multilaterale.

Fonti

CESMAR (Centro Studi di Geopolitica e Strategia Marittima), Agorà Strategico Nr. 3 – XV Trans Regional Seapower Symposium: sintesi dei temi trattati, 8 ottobre 2026, elaborata sulla base di lectures e interviste del XV Trans Regional Seapower Symposium, Venezia, 6-7 ottobre 2026.

Roberto Domini è Ufficiale Ammiraglio della riserva. Ha comandato nave Mogano, il contingente italiano in Sinai e le basi navali di Venezia e Augusta. Ha frequentato il Naval Staff College della Royal Navy a Greenwich a Londra ed è stato Addetto per la Difesa presso l’Ambasciata Italiana di Zagabria. Ha insegnato a lungo strategia marittima e storia navale all’Istituto di Guerra Marittima di Livorno e all’Istituto di Studi Militari Marittimi di Venezia. È presidente del CeSMar (Centro Studi di Geopolitica e Strategia Marittima – Circolo Fratelli Bonaldi).

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