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Difesa

Così la Cina stringe la morsa su Taiwan (e sugli Usa)

La Cina vuole liberarsi dalla “gabbia” che le impedisce di essere una potenza marittima. E Taiwan è solo un tassello del mosaico

Trasformare lo Stretto di Taiwan in una sorta di mare interno, con l’obiettivo di presidiare la costa e le aree limitrofe e scongiurare possibili incursioni di mezzi indesiderati. Tagliare i rifornimenti diretti a Taiwan, sventolando la minaccia di portare all’esaurimento le riserve energetiche dell’isola, e costringendo Taipei ad aprire un negoziato politico per accordarsi in merito al suo grado di autonomia dal governo centrale. Aumentare, infine, il controllo delle rotte marittime esterne verso il Pacifico, e in seconda battuta quelle in direzione dell’Oceano Indiano, per poter finalmente infrangere le barriere rappresentate dalle cosiddette tre catene di isole.

La Cina ha intenzione di mettere in pratica un piano per liberarsi dalla “gabbia” che, sin dalla sua fondazione, le impedisce di trasformarsi in una potenza marittima. In quest’ottica, il rebus taiwanese rappresenta il nodo più spinoso da sciogliere per Pechino, certo, ma non l’unico, visto che l’intero dossier si inserisce in una partita molto più ampia, che chiama in causa gli Stati Uniti e riguarda l’intero Mar Cinese Meridionale.

Riprendere il controllo di Taiwan ha, agli occhi di Xi Jinping, un importante significato storico e politico, visto che in caso di riuscita l’attuale presidente cinese diventerebbe il leader del Paese capace di mettere le mani sull’ultimo tassello che manca al Dragone per completare la sua riunificazione, ma ne ha anche uno prettamente strategico. Basta dare un’occhiata ad una qualsiasi cartina geografica per rendersi conto di come Taipei, protetta da uno spesso ombrello militare statunitense, rappresenti una spina nel fianco della Repubblica Popolare Cinese.

La presenza di una “provincia ribelle” che attira alti funzionari, armi e persino mezzi militari stranieri, non piace affatto alla leadership comunista, che in un simile scenario non ha modo di scorrazzare, in tutta tranquillità, nel richiamato Mar Cinese Meridionale come invece vorrebbe. Senza Taiwan – o comunque con una Taiwan cinese – la presenza di Washington in loco si ridurrebbe vistosamente, consentendo a Xi di liberare la sua marina per avanzare verso oriente.

La morsa su Taiwan

Se il primo step del piano cinese coincide con la messa in “sicurezza” di Taiwan, allora i riflettori sono puntati sull’isola governata da Tsai Ing Wen. Come ha più volte sottolineato InsideOver, le opzioni che ha la Cina per risolvere la pratica taiwanese possono essere sintetizzate in tre strade: sbarco anfibio diretto, offensiva graduale oppure un terzo approccio per niente militare.

Considerando i prezzi altissimi – e le conseguenze, non solo diplomatiche ed economiche – delle prime due piste, ecco che l’opzione numero tre risulta, almeno sulla carta, la più interessante. Circondare l’isola con continue esercitazioni militari, interrompere i suoi rifornimenti, aumentare le pressioni su di essa fino all’inevitabile resa, da superare soltanto attraverso una negoziazione con il governo cinese.

Un funzionario taiwanese ha spiegato al quotidiano La Stampa che Pechino ha intenzione di trasformare lo Stretto di Taiwan in un mare interno. La prova più evidente arriverebbe dal recente, massiccio, utilizzo della portaerei Shandong, in grado di ospitare decine di aerei da guerra. Detto altrimenti, Xi punterebbe a stritolare lentamente le rotte occidentali di Taiwan, quelle dirette verso il Pacifico, da dove Taipei ottiene una discreta quantità di rifornimenti.

La sensazione è che il Dragone applicherà con estrema cautela la strategia dell’Anaconda, e cioè dello stritolamento, da qui al 2024, anno delle elezioni presidenziali taiwanesi. Dopo di che, tutto dipenderà dall’esito delle urne, che potrebbero decretare il ritorno al potere sull’isola del Kuomintang, il partito nazionalista di Taipei, ben più disposto a dialogare con Pechino rispetto ai progressisti di Tsai al momento al governo.

Obiettivo Mar Cinese Meridionale

Taiwan è dunque soltanto un tassello, seppur il principale, di un puzzle che comprende tutto il Mar Cinese Meridionale e chiama in causa gli Stati Uniti. Per stritolare Taipei, e quindi indirettamente Washington, Pechino sta facendo leva sulla sua potenza aerea e sulle sue forze missilistiche.

Allo stesso tempo, come ha sottolineato Asia Times, le intensificate incursioni cinesi nello spazio aereo taiwanese potrebbero sì mirare ad aumentare il rischio di incontri involontari con conseguenze pericolose, ma anche puntare ad attuare un logoramento aereo dell’isola, obbligandola a sostenere un ritmo di operazioni al di fuori delle sue possibilità.

Attenzione però, perché tutto questo potrebbe provocare un’escalation involontaria, a causa di un inevitabile affaticamento del personale taiwanese o dell’usura dei mezzi di Taipei. Neppure gli Usa, intenzionati a sostenere militarmente l’isola, e adesso impegnati a sostenere l’Ucraina contro la Russia, potrebbero probabilmente tenere il passo del Dragone.

A spaventare ulteriormente Joe Biden troviamo la citata forza missilistica cinese, in particolare i missili ipersonici, che destano particolare preoccupazione tra i corridoi del Pentagono. Lo scorso febbraio, la Cina ha lanciato missili DF-17 durante un’esercitazione nello Stretto di Taiwan, dimostrando, di fatto, di avere le capacità di inscatolare la provincia ribelle con fuochi di precisione a lungo raggio, da aggiungere ad un blocco aereo e navale.

Ma non è finita qui, perché, come scritto su InsideOver, la Cina ha iniziato sempre a tenere in mare, operativo, almeno un sottomarino munito di missili balistici a propulsione nucleare (Ssbn), con la chiara intenzione di allungare le difese statunitensi e mettere nel mirino più obiettivi, assicurando una capacità di second strike contro le forze Usa (e alleati) in caso di un’emergenza a Taiwan. L’intenzione di Pechino è tuttavia quella di rompere l’architettura diplomatica statunitense nell’Indo-Pacifico per sostituirla con la propria.

La contromossa di Washington

Di riflesso, il rischio più grande che corrono gli Stati Uniti, in un ipotetico scontro nel Pacifico con il gigante asiatico, è la paralisi. È per questo che Washington deve oliare, o comunque trovare, un nuovo meccanismo per rifornire le sue navi, mentre la Cina non avrebbe problemi a continuare a combattere potendo contare su fresche provviste.

Le forze Usa, intanto, stanno riorganizzando la loro presenza nella regione, cercando di fare leva sui partner locali e su nuovi accordi. L’ultimo, in ordine di tempo, è l’accordo stipulato con le Filippine, dove gli Stati Uniti potranno presto utilizzare quattro nuove basi. I siti coincidono con la base navale Camilo Osias a Sta Ana e l’aeroporto di Lal-lo, entrambi nella provincia di Cagayan, con Camp Melchor Dela Cruz, a Gamu, provincia di Isabela, e infine con Balabac, a Palawan.

Per completare il quadro, Washington cercherà di promuovere i ruoli militari di Australia, Nuova Zelanda e India, spingendo su Quad e Aukus. Nelle intenzioni di Biden dovrebbe così prendere forma una cerniera in grado di chiudere ogni spazio vitale di fronte all’ascesa cinese. Sul tavolo ci sono insomma due processi in corso. Da un lato, la Cina lavora per occupare quanto più spazio marittimo possibile, mentre dall’altro gli Stati Uniti intendono chiudere ogni varco stringendo una cerniera invalicabile. L’ennesimo braccio di ferro sino-americano sta per entrare nel vivo.

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