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Difesa /

Martedì 23 novembre il capo di Stato maggiore dell’Aeronautica Militare, generale di squadra aerea Luca Goretti, è stato sentito dalle commissioni congiunte di Camera e Senato in merito alla partecipazione dell’Italia al programma Tempest per un caccia di nuova generazione.

Il programma è frutto di una collaborazione trinazionale tra Regno Unito, Svezia ed il nostro Paese e vede la partecipazione delle maggiori industrie operanti nel campo della Difesa dei tre Paesi firmatari: per il Regno Unito Bae Systems, Leonardo Uk, Rolls Royce e Mbda Uk, per l’Italia Leonardo, Elettronica, Avio Aero e Mbda Italia e per la Svezia Saab e Gkn Aerospace Sweden. Lo scorso 21 dicembre è avvenuta la firma di quello che è l’atto finale che impegna l’Italia nel programma per il Tempest e i primi fondi sono stati messi a bilancio.

Perché serve il Tempest

Il generale Goretti, durante l’audizione, ha spiegato ancora una volta perché l’Italia è entrata in questo programma e quali saranno le sue ricadute a livello tecnologico e strategico. Quando si parla della costruzione di un nuovo velivolo da caccia, ha spiegato il generale, l’arco temporale di riferimento è circa di 15 anni: è questo infatti il lasso di tempo che intercorre, generalmente, dall’idea di un nuovo velivolo alla sua realizzazione. In quest’ottica, quindi, si deve pensare oggi a quando, nel 2035, l’Aeronautica Militare manderà “in pensione” il caccia Typhoon, che dovrà quindi essere sostituito con una macchina in grado di cavalcare le sfide che si presenteranno nei prossimi 30/40 anni.

Stiamo vivendo in un’epoca “complessa”, e gli scenari futuri che si prospettano parlano di un aumento di questa complessità a causa del progresso tecnologico che avanza a una velocità elevatissima: basti pensare alla “iperconnettività” digitale, all’Intelligenza Artificiale, all’utilizzo del cloud dove immagazzinare informazioni, e alle prospettive di operatività multidominio. Data questa repentina accelerazione dei tempi tecnologici, è necessario pensare a macchine e sistemi sostitutivi proprio in funzione di questa velocità tecnologica. L’Italia, continua il generale Goretti, deve continuare a sviluppare le sue competenze industriali essenziali non solo per la sopravvivenza dell’intero settore ma anche per garantire sovranità nazionale in quelle capacità abilitanti.

Cosa servirà quindi all’Aeronautica per continuare a restare rilevante dal 2035 in poi? Sulla scorta di programmi nazionali preesistenti (Tornado, Amx, F-35) è stato creato team di giovani professionisti (piloti, esperti di cyber e space warfare, EW) perché “solo chi vive nel presente può immaginare il futuro”. Questo approccio, del tutto nuovo per le nostre forze armate, è stato vincente. Quindi sono stati definiti i requisiti operativi per soddisfare le sfide del futuro e al termine di questo studio si è passato a stabilire le linee guida capacitive del nuovo sistema d’arma in modo che possa assolvere ai propri compiti in scenari più complessi e mutevoli come quelli che si prevedono per gli anni successivi al quinquennio 2035/40.

Il generale, a tal proposito, ha ricordato che i voli suborbitali e le tecnologie ipersoniche, ridefiniranno il concetto stesso di spazio aereo, pertanto servono nuovi assetti specifici. Il Tempest, essendo concepito come un sistema di sistemi, servirà anche per questo. Il velivolo, attualmente, è pensato come un mezzo pilotato a cui si affiancheranno un numero variabile di altri assetti (anche unmanned ma non solo) che svilupperanno pertanto il concetto di “moltiplicazione della forza” grazie alla gestione unitaria dei 5 domini del campo di battaglia (terra, aria, mare, spazio, cyber).

Proprio per il fatto che il Tempest prevede, da requisiti di costruzione, l’integrazione di sensori, sistemi C3, intelligence e altri ancora, e per il fatto che il volume di dati disponibili sarà accessibile in maniera veloce (grazie al cloud), bisogna pensare a un concetto completamente nuovo di aeromobile che non sarà più solamente solo un caccia. Si tratta quindi di una vera e propria “rivoluzione concettuale”.

Partenariato strategico

Una macchina di questo livello richiede quindi, come ricorda ancora Goretti, la collaborazione con altri partner internazionali per mettere a sistema le reciproche competenze industriali e risorse finanziarie. Da questo punto di vista la strada per l’Italia era già, in qualche modo, segnata: si è scelto, infatti, di guardare al Regno Unito per via della felice tradizione di partenariato nel campo delle costruzioni aeronautiche (pensiamo al Tornado, al Typhoon o al missile Meteor). Una scelta che è stata confermata, ci spiega il generale, dal buon esito di studi mirati cominciati nell’estate del 2019 quando è stato concluso positivamente il primo studio di fattibilità congiunta. Anche il fatto che Londra partecipi al programma F-35 è stato uno dei fattori determinanti della scelta finale italiana.

Goretti poi, ci informa che il Typhoon, fungerà da “incubatore” per il Tempest, ovverosia man mano che l’attività di ricerca industriale progredisce, ciò che produce verrà integrato in piattaforme già esistenti per poi utilizzarle nel caccia di ultima generazione. Questo approccio permette di crescere lentamente ma con continuità e di formare equipaggi già avvezzi ad alcuni sistemi che si troveranno nel nuovo velivolo.

Data la dimensione del programma (anche finanziaria) il partenariato è stato aperto anche alla Svezia, ricorda il generale. Il memorandum d’intesa di dicembre 2020 sancisce partnership trinazionale con l’Italia a fare da trait d’union tra Nato e Ue, permettendo pertanto l’accesso ai fondi di sviluppo della nascente difesa europea. Goretti poi ha tenuto a sottolineare una particolarità che abbiamo da sempre evidenziato: il primato nel know how raggiunto grazie alla partecipazione attiva nel programma F-35 è fondamentale per sviluppare assetti per il futuro. Tutti gli ambiti tecnologici legati al Tempest (ad esempio bassa osservabilità, Ia e connettività) saranno velocizzati proprio per questo, quindi ci saranno importanti conseguenze per l’industria nazionale. L’elettronica, la meccanica, la sensoristica e le altre caratteristiche capacitive del nuovo velivolo coinvolgeranno le Pmi, le università, la comunità scientifica e e della ricerca generando ricadute in tutti i settori società.

Italia partner di serie A

Il generale, rispondendo alle domande della Commissione, ha affermato anche che la forza contrattuale sviluppata dalla sinergia tra pubblico e privato permette di elevare il livello di partecipazione nazionale nel programma, qualcosa che “non abbiamo visto quando si è trattato per lo Scaf (Système de Combat Aérien du Futur n.d.r.), dove la Francia non era molto sensibile a questa possibilità”. Goretti afferma quindi che si rischiava di essere subalterni, come vi avevamo detto da queste colonne già da tempo, mentre si è preferito partecipare a un programma da comprimari. Del resto, afferma ancora il generale, prima abbiamo possibilità di decidere in quali settori investire prima possiamo mettere i nostri paletti per fermare ingerenze esterne.

Secondo Goretti il Tempest non comprometterà la nascente difesa europea: i programmi sono in fase concettuale e si sta guardando l’architettura dalla quale deve nascere il sistema. In particolare il Csm afferma che “sarà naturale che queste due realtà (Scaf e Tempest n.d.r.) confluiscano in una sola” per razionalizzare le risorse economiche, pertanto si arriverà a un compromesso.

Quando? Secondo l’ufficiale quando saranno state individuate le rispettive aree di interesse industriale (ovvero quando si giungerà a una ripartizione della “torta” dello sviluppo industriale).

A questo punto apriamo una nostra riflessione: sebbene, per le note questioni finanziarie e per la stessa razionalizzazione della linea velivoli in Europa (con lo sguardo rivolto al mercato internazionale) auspichiamo che si arrivi a un unico velivolo di ultima generazione, riteniamo che quella del generale Goretti, in tale ambito, sia rimanga un’illusione. Le motivazioni, in un certo senso, le ha già dette il Csm Aeronautica: la Francia ha posto dei paletti sui requisiti del velivolo (insieme alla Germania), che appaiono inderogabili. Ci ritroveremmo pertanto con un caccia adatto alle loro esigenze e non alle nostre, anche considerando che Parigi ha bisogno di una versione imbarcata per sostituire i Rafale navalizzati, mentre Italia e Regno Unito basano la loro forza aeronavale sugli F-35B. Pertanto ci sarebbero costi aggiuntivi da spalmare per la progettazione di una versione che non useremmo. Inoltre va anche considerato l’atteggiamento francese poco incline a condividere la tecnologia, fattore che è stato alla base della rinuncia di Parigi a continuare il partenariato che ha portato alla nascita del caccia Typhoon e che ha causato non pochi attriti interni al consorzio franco-spagnolo-tedesco per lo Scaf.

C’è stato spazio, in conclusione dell’intervento, anche per una piccola considerazione “geopolitica” del generale Goretti: ha infatti affermato che la Svezia, per via dei suoi investimenti su tecnologie abilitanti nel settore degli Uav (Unmanned Aerial Vehicle), sarà inserita – presto o tardi – nella Nato. Un processo che, come abbiamo avuto modo di dire in precedenza, sembra già essere in atto.