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Difesa

Cosa si nasconde dietro al boom globale delle società di sicurezza private cinesi

Per tutelare le proprie attività nelle aree più instabili del mondo la Cina si affida a società private di sicurezza.

Proteggere le aziende dislocate oltre i confini nazionali, difendere da ogni tipo di minaccia i progetti infrastrutturali strategici costruiti (o in costruzione) con altri partner e, infine, tutelare i milioni di cittadini che vivono all’estero, soprattutto nelle aree più instabili del pianeta. La continua crescita economica della Cina è presto coincisa, negli ultimi due decenni, con un’enorme espansione dell’impegno globale di Pechino, e dunque con la sua necessità di salvaguardare i propri business transfrontalieri.

Da che cosa? Da eventuali sconvolgimenti geopolitici, come rivoluzioni, ribellioni o guerre. Ma anche dalla piaga del terrorismo e, più in generale, da qualsiasi variabile in grado di compromettere piani prestabiliti. Il Dragone ha iniziato così ad aver fame di protezione quotidiana. Una fame amplificata dalla Belt and Road Initiative (Bri) e dalla presenza, ormai costante, di nutrite comunità di lavoratori cinesi in regioni tumultuose, dall’Africa all’America Latina passando attraverso l’Asia centrale.

Non avendo tuttavia basi militari all’estero, ad eccezione dell’hub di Gibuti, le forze armate cinesi hanno un raggio d’azione molto limitato, con interventi eccezionali plausibili soltanto di fronte a gravissime crisi, come accaduto in Libia nel 2011 o in Yemen nel 2015. Dunque, se la risposta al mantenimento della sicurezza ordinaria richiesta dagli affari cinesi all’estero non può arrivare direttamente dall’esercito, ecco che la soluzione abbracciata dalle aziende è coincisa con una combinazione di collaborazione con le autorità dei vari Paesi stranieri e contratti con società di sicurezza private (Psc, Private Security Company).

Le società di sicurezza private del Dragone

Come ha sottolineato The Diplomat, in Cina si sono così recentemente formate numerose società di sicurezza private per supportare le operazioni cinesi, tanto in patria quanto all’estero. Il boom del fenomeno è stato evidente, visto che nel 2022 si potevano contare circa 7mila Psc, e dai 20 ai 40 soggetti di questo tipo attivi all’estero in 40 Paesi diversi. Il Center for Strategic & International Studies (Csis) ha persino parlato di Stealth Industry, industria invisibile, per indicare un’industria consolidata che comprende aziende che offrono sistemi di sorveglianza elettronica, semplice consulenza o anche personale armato per difendere fisicamente persone e beni cinesi.

Il think tank Merics ha scritto che la Bri ha ricoperto il ruolo di catalizzatore per l’ulteriore internazionalizzazione delle Psc cinesi. Il ragionamento è semplice: poiché la Belt and Road ha spinto le aziende di Stato e altre società di Pechino ad espandersi a livello internazionale, spesso in ambienti rischiosi, le stesse Psc cinesi si sono rivelate utili per risolvere il nodo securitario. Fornendo servizi ad hoc laddove richiesto.

Attenzione però, perché tali attività sono in gran parte non regolamentate, né dalle leggi internazionali né da quelle nazionali della Cina, dal momento che i provvedimenti cinesi che regolano il settore della sicurezza si limitano a coprire solo le attività sul suolo domestico, mentre il diritto internazionale rimane vago sulle suddette Psc (anche se “copre” le loro azioni in tempi di conflitto). Pertanto, vincolate solo dalle leggi del Paese in cui operano, le società private di sicurezza di Pechino si trovano ad avere un notevole margine di manovra per poter pensare di operare con conseguenze legali minime se non nulle.

Le aree d’intervento e gli attori coinvolti

Per quanto riguarda la collocazione geografica, le Psc di Pechino figurano in Asia, Africa e America Latina, nei pressi dei nodi scanditi dalla Bri, e dove i governi locali sono relativamente malleabili. Tre interessanti casi di studio chiamano in causa Pakistan, Sudan e Sud Sudan.

Per quanto riguarda il Pakistan, qui è ancora tecnicamente in corso la realizzazione del Corridoio economico Cina-Pakistan (Cpec), il progetto faro della Belt and Road Initiative – valore stimato: oltre 60 miliardi di dollari, con costi in continua crescita – che dovrebbe collegare la Via della seta marittima della Bri alla sua rotta terrestre, attraverso una rete di 3mila chilometri di strade, ferrovie e oleodotti, per trasportare petrolio e gas dalla città pakistana di Gwadar, sul Mar Arabico, alla cinese Kashgar nello Xinjiang nordoccidentale.

Ebbene, il Cpec attraversa parti insicure del Pakistan, e diverse Psc cinesi affermano di operare in loco, come HuaXin ZhongAn, il Frontier Services Group (Fsg) e il China Overseas Security Group (Cosg), presumibilmente in sponda con partner locali. Nello specifico, Fsg sostiene che la sua divisione regionale nordoccidentale comprenda servizi in Pakistan, Afghanistan, Kazakistan e Uzbekistan, anche se questo è impossibile da verificare.

La Cina è inoltre il principale partner commerciale sia del Sudan che del Sud Sudan, al punto che Pechino controllerebbe circa il 75% dell’industria petrolifera sudanese. Tra gli attori della sicurezza più importanti attivi nella regione troviamo il Beijing DeWe Security Services (DeWe), che sostiene addirittura di aver istituito un ufficio regionale in Sud Sudan e di avere l’intenzione di costruire un “campo di sicurezza” permanente nel Paese, in quella che sembra essere la prima struttura privata del genere all’estero mai stabilita da una Psc cinese. Riflettori puntati anche sul Vss Security Group e sul China Security and Protection Group.

Nei Paesi dei Caraibi e dell’America Latina la presenza delle società private di sicurezza cinesi è spesso limitata, oltre che per la mancanza di esperienza in contesti simili, a causa della concorrenza di altre compagnie. Ciò nonostante, la loro azione è dovuta per forza crescere, considerando i circa 200 miliardi di dollari investiti nella regione, dal 2000 ad oggi, da parte della Cina. E tenendo presente che le strutture di Pechino che operano nei settori minerario, petrolifero o edile del centro e sud America sono continuamente afflitte da problemi di sicurezza.

Annullare i rischi

Gli esempi che illustrano questi rischi sono pressoché infiniti, e vanno dai manifestanti che hanno preso il controllo di un giacimento petrolifero controllato dalla Cina a Tarapoa, in Ecuador, nel 2007, agli attacchi contro quello di Emerald Energy in Colombia, nel 2011, con tanto di ostaggi cinesi. Non sono poi mancati scioperi in Bolivia contro alcuni progetti infrastrutturali avallati dal governo cinese in Bolivia, contro la costruzione della diga Patuca III in Honduras o violenze nelle miniere cinesi Shougang Hierro, Las Bambas e Rio Blanco in Perù. Ancor più recenti sono le tensioni che hanno costretto le cinesi Zijin ed Emerald Energy, ancora lei, a sospendere le loro operazioni minerarie e petrolifere in Colombia.

Tra le Psc attive nell’area latinoamericana citiamo il China Security Technology Group in Perù, la Beijing Dujie Security Technology Company, con un ufficio in Argentina, mentre il Cosg – lo stesso trovato in Pakistan – si sarebbe fin qui limitato a ricercare opportunità nella regione. In Uruguay e Venezuela sono invece presenti Psc cinesi collegate al conglomerato Tie Shen Bao Biao.

Più a nord, in America Centrale, la Zhong Bao Hua An Security Company spiega di avere una attività di cooperazione strategica a Panama, El Salvador e Costa Rica. La rete di sicurezza allestita dalla Cina comprenderebbe anche fantomatici “centri di aiuto cinesi” che offrirebbero i loro servigi per effettuare salvataggi urgenti, formazione per l’integrazione e assistente di vario tipo, oltre a opportunità di lavoro, sempre legate al settore della sicurezza, per progetti in Paraguay, Brasile, Cile, Guyana, Suriname, Ecuador, Colombia, Venezuela, Argentina e Uruguay.

Interessi locali, interessi globali

Le Psc cinesi non hanno niente a che vedere con il gruppo Wagner. Sono tuttavia considerate dal Csis uno strumento che consentirebbe al Partito Comunista Cinese (Pcc) di proiettare il suo potere e la sua influenza all’estero.

“Questo tipo di proiezione asimmetrica del potere illustra le carenze nel pensiero statunitense convenzionale sulla proiezione della forza, e sottolinea come gli avversari degli Stati Uniti continuino a utilizzare mezzi irregolari e sottili per danneggiare l’influenza Usa in tutto il mondo”, si legge in un paper dello stesso think tank.

Che si tratti o meno di un disegno di Pechino per compromettere l’azione di Washington, la diffusione delle Psc cinesi rispecchia la forma globale assunta dalla Cina, con interessi rilevanti in ogni regione. In tutto questo è impossibile non concludere parlando della Global Security Initiative (Gsi), iniziativa lanciata dal Dragone per proporre un’architettura di sicurezza, prima regionale e poi globale, alternativa all’esistente, considerata da Pechino eccessivamente “americanocentrica”. Il boom delle Psc cinesi va anche – ma non solo – in questa direzione.

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