Un secco no, quello delle autorità emiratine, al passaggio nel proprio spazio aereo di un C130 dell’Aeronautica militare italiana che, con a bordo 42 giornalisti italiani e numerosi a militari, era diretto a Herat, in Afghanistan, per la cerimonia dell’ammainabandiera del tricolore nella base di Camp Arena.

Il diniego ha costretto il C130 a effettuare un atterraggio nell’aeroporto saudita di Dammam per una lunga sosta mentre la trattativa tra il comandante del velivolo italiano, il maggiore Valentina Papa, e le autorità emiratine procedeva. Il volo era partito a mezzanotte da Pratica di Mare e inizialmente prevedeva l’arrivo a Herat per le 9,30 locali (le 7 italiane). Le autorità locali sono state irremovibili, riservandosi fino all’ultimo di dare un via libera che poi non hanno comunque concesso. A bordo è stata anche valutata, in contatto con le autorità della Difesa italiana interessate, l’ipotesi di tornare indietro, annullando la presenza della stampa alla cerimonia di Herat, nel frattempo posticipata di alcune ore. Poi, la decisione di proseguire, con una nuova rotta verso l’Afghanistan, necessariamente più lunga, per aggirare il territorio degli Emirati, seguendo un percorso che non prevedesse il sorvolo di basi militari.

Un grave sgarbo diplomatico che lascia di stucco la Farnesina. Su istruzione del ministro Luigi Di Maio, il segretario generale del ministero degli Esteri ambasciatore Ettore Sequi, ha convocato l’ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti Omar Al Shamsi. Sul caso, il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha dichiarato: «La questione non è dipesa da noi, sono state mosse alcune iniziative di carattere diplomatico, è stato convocato l’ambasciatore degli Emirati al ministero degli Esteri per chiedere spiegazioni e per manifestare tutto il disappunto e lo stupore per avere negato il sorvolo rispetto a decisioni che erano già state comunicate, assunte e garantite».

Ciò che sorprende maggiormente è che, come si fa in questi casi, il piano di volo era stato precedentemente approvato, ma solo all’ultimo minuto Abu Dhabi non ha concesso il via libera al sorvolo dei propri cieli, costringendo la comandante a trovare un aeroporto alternativo per atterrare, rifornirsi e cambiare di conseguenza il percorso. Al netto di un misunderstanding o di problemi tecnici, sui quali si farà luce nelle prossime ore, il pensiero va a una valutazione complessiva delle relazioni bilaterali tra il nostro Paese  e gli Emirati: i rapporti sono complicati ma non sospesi, sebbene lo stop alle forniture militari deciso dall’Italia potrebbe avere qualche ruolo nello sgarro diplomatico di oggi. Negli scorsi mesi la decisione era stata ufficializzata da un atto dell’Unità per le autorizzazioni dei materiali d’armamento che fa capo alla Farnesina. Gli ordigni che l’Italia esportava sono stati utilizzati principalmente nel conflitto in Yemen, Paese dove Arabia Saudita ed Emirati sono coinvolti militarmente nel quadro della coalizione araba che sostiene il governo Hadi, riconosciuto dalla comunità internazionale, e combatte i ribelli Houthi. Il provvedimento riguarda almeno sei diverse autorizzazioni già sospese a luglio 2019, tra le quali la licenza Mae 45560 relativa a quasi 20mila bombe aeree della serie Mk. Una sorta di embargo legato al fatto che in Yemen non sono stati discriminati i bersagli civili da quelli dei ribelli Houthi.

Un’occasione per uno stress test dei rapporti con Abu Dahabi si era presentata un mese fa, quando una delegazione del ministero della Difesa si era recata in loco e negli incontri con gli omologhi locali si era deciso di avviare nuove attività di cooperazione attraverso la firma di un protocollo. Un tampone al gelo delle relazioni bilaterali, dunque, che rischiava di produrre un impatto negativo sull’interscambio economico e commerciale con il rischio di annullamento di molte commesse (Eni, Leonardo, le grandi imprese italiane coinvolte nei progetti infrastrutturali emiratini). Un gesto che resta, qualora lo fosse, una ritorsione a scoppio ritardato, visto e considerato anche che gli Emirati sono l’unico Paese del Golfo che ospita un contingente di militari italiani e che è in costruzione la prima chiesa cattolica del Paese, un precedente innovativo per tutto il mondo islamico.

Meno probabile l’ipotesi, paventata nelle prime ore dopo l’accaduto, di un diniego per ragioni di genere: il fatto che il velivolo fosse pilotato da una donna non sembra, al momento, essere causa diretta o indiretta dell’accaduto.

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