La scelta di Bamako di guardare oltre la Francia per la difesa del proprio territorio e di affidarsi alla Russia ha provocato un vero e proprio terremoto diplomatico. Eppure non è stata così improvvisa. Già da anni in Mali, così come nel resto del Sahel, si manifestano sentimenti anti francesi. Qui è soprattutto un imam, già da diversi mesi, ad aizzare la folla contro l’interventismo transalpino. Si tratta di Mahmoud Dicko, volto molto popolare che nel giugno del 2020 è riuscito a portare centinaia di persone in piazza in tutto il Paese. Molto probabilmente c’è stato anche il suo zampino nei due golpe succedutisi nel giro di poco tempo. Ed è, quella sua, una delle voci più critiche contro Parigi e più favorevole all’intervento di altri attori internazionali.

Il Mali si affida alla Russia

A giugno il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato la fine o quanto meno il ridimensionamento dell’operazione Barkhane. Si tratta dell’intervento iniziato nel 2014 all’indomani della lotta contro i califfati islamici che avevano preso piede nel nord del Mali. Il capo dell’Eliseo è stato molto chiaro sui suoi obiettivi: dimezzamento del contingente francese entro pochi mesi e maggiore affidamento alla missione europea Takuba, già partita con anche l’Italia protagonista. Choguel Maiga, primo ministro ad interim del Mali, ha accusato la Francia di aver abbandonato il Paese. Ma Florence Parly, ministro della difesa francese, ha reagito denunciando il tentativo di Bamako di “ripulire i piedi sul sangue dei soldati francesi”. Una dichiarazione che sottintende l’insofferenza di Parigi per la destabilizzazione del quadro politico maliano e i continui golpe della giunta militare al comando. Un elemento quest’ultimo che potrebbe aver spinto Macron ad ammainare il tricolore da molte delle basi delle province settentrionali del Paese africano.

Il parziale addio francese ha dato forse la spinta necessaria alla nuova amministrazione maliana di chiedere aiuto alla Russia. Per la verità, la richiesta non è pervenuta al Cremlino. Al contrario, è stata inviata alla società Wagner, già operante in molti contesti africani dalla Libia alla Repubblica Centrafricana. Sergej Lavrov, ministro degli Esteri russo, ha specificato come il Mali ha chiesto aiuto a un’agenzia di contractors con sede in Russia e non alle istituzioni federali. Ma non è affatto un segreto che la Wagner sia direttamente collegata con il Cremlino. Il fondatore della società, Evgenij Prigozin, è soprannominato “il cuoco di Putin” e i suoi combattenti sono presenti in tutti gli scenari dove si concentrano gli interessi di Mosca. L’arrivo della Wagner in Mali certifica quindi il coinvolgimento della Russia nel Paese e nell’area del Sahel.

Una prova per l’Europa

Bamako ha bisogno del sostegno internazionale per controllare il suo territorio. L’esercito, più impegnato ad attuare colpi di Stato che a pattugliare i punti più pericolosi, non è in grado di fronteggiare la minaccia jihadista. Se da un lato nell’opinione pubblica maliana è cresciuta l’insofferenza per la presenza francese, dall’altro nessuno fa mistero dell’impossibilità per il Paese di risolvere i propri problemi autonomamente. I contractors della Wagner però non è detto possano sostituire da subito i soldati transalpini. La Francia in Mali è destinata a rimanere, ma sotto le insegne dell’Ue. Parigi tirerà le fila dell’operazione Takuba, partita nei mesi scorsi grazie all’impegno di diversi Paesi del Vecchio Continente. L’Italia è presente con almeno 200 soldati, nei mesi scorsi il contingente è ricevuto la visita del ministro della difesa, Lorenzo Guerini.

Quella che a prima vista ha tutti i contorni di una disfatta per la Francia, potrebbe rappresentare un’opportunità per l’Europa. Per la prima volta infatti una missione europea è dispiegata in uno scenario molto critico e in un Paese, quale il Mali, che al netto delle richieste d’aiuto alla Russia e della retorica anti francese, non può comunque fare a meno degli interventi internazionali. In poche parole, si potrebbe vedere all’opera, seppur in uno stadio embrionale, quel progetto di “difesa europea” tanto caro a Macron e recentemente ripreso dal presidente della commissione europea, Ursula Von Der Leyen. Un progetto in cui la Francia si è candidata al ruolo di leader e che ha ripreso fiato in molti ambienti politici dopo il ritiro Usa dall’Afghanistan e l’accresciuta voglia europea di avere un ruolo più autonomo nel contesto internazionale. Il Mali dunque sarà probabilmente la prova del nove per l’avvio del percorso comunitario in ambito difensivo.