Come le difese antimissile spingono la corsa agli armamenti

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Le difese antimissili balistici (ABM – Anti Ballistic Missile) sono diventate il cuore dei sistemi integrati di difesa aerea, ma non è sempre stato così. Con l’avvento dei missili balistici intercontinentali (ICBM) e la loro diffusione come parte della triade nucleare (missili balistici, sottomarini lanciamissili e bombardieri) durante la Guerra Fredda, le due superpotenze si sono poste il problema di dotarsi di uno strumento di difesa da essi. Questione non semplice date le quote e le velocità che raggiungono questi vettori.

Gli Stati Uniti, e anche l’Unione Sovietica, svilupparono dei sistemi antimissile che, con principi diversi, dovevano garantire un certo grado di protezione da un attacco con ICBM: l’URSS si era dotata di vettori antimissile a carica nucleare (l’A-35 schierato a difesa della capitale) mentre gli Stati Uniti schierarono il “Safeguard”. Alla fine degli anni Sessanta, ci si rese conto che la diffusione di sistemi ABM avrebbe intaccato il principio che regolava la deterrenza nucleare, ovvero la possibilità di venire annientati a vicenda in caso di attacco atomico. Pertanto USA e URSS arrivarono nel 1972 a siglare il trattato ABM che limitava strettamente il numero delle piattaforme antimissili balistici in possesso dei due contendenti a 100 vettori. Negli anni Ottanta, la SDI (Strategic Defense Initiative) lanciata del presidente Ronald Reagan per stabilire uno “scudo” antimissile completo innescò una reazione in URSS che portò a una frenetica corsa all’aumento di testate e vettori che fu concausa del collasso del sistema sovietico, non prima del raggiungimento di accordi sul disarmo nucleare (il trattato START).

Il trattato ABM sopravvisse alla Guerra Fredda, in quanto la minaccia nucleare era persistente nonostante l’effimera pace, ma nel 2000 gli USA decisero unilateralmente di uscirne per poter sviluppare nuovi e più efficaci metodi di intercettazione dei missili balistici che portarono allo schieramento del sistema GMD (Ground-based Midcourse Defense) in Alaska e in California.

Dall’altro lato, la Russia – che già stava sviluppando i più moderni sistemi da difesa aerea S-400 negli anni Novanta capaci di un certo grado di intercettazione di vettori balistici – modernizzò i suoi sistemi ABM già schierati (la famiglia A-135/A-235) ma soprattutto si lanciò in un’importante campagna di costruzione di nuovi armamenti per preservare la capacità di deterrenza del suo arsenale nucleare. Il veicolo di rientro planante ipersonico (in inglese HGV) russo “Avangard”, nasce proprio per evitare le difese antimissile statunitensi, mentre la ricerca verso nuovi ICBM più grandi, veloci e dalla traiettoria di volo più depressa, portò alla definizione dell’RS-28 “Sarmat”. Parallelamente, Mosca ha pensato di dotarsi di armi di rappresaglia, rappresentate oggi dal vettore da crociera a propulsione nucleare a carica atomica “Burevestnik” e dal drone/siluro “Poseidon”, anch’esso con carica e propulsione nucleare.

La credibilità della deterrenza è essenziale per mantenere il bilanciamento strategico, e abbiamo visto come storicamente la proliferazione di sistemi ABM abbia intaccato la percezione di credibilità del proprio deterrente, al punto da innescare una nuova corsa agli armamenti che però, almeno sino a oggi, è ancora regolata dal trattato START, da cui però sono escluse le armi di rappresaglia russe già citate e gli HGV, insieme agli altri sistemi di consegna ipersonici di tipo “da crociera” dual use.

E adesso la Cina…

Pensare che il miglioramento delle capacità ABM USA non potesse avere effetti anche sull’altra superpotenza nucleare, la Repubblica Popolare Cinese, sarebbe stato da ingenui. In effetti Pechino, oltre ad aver lanciato una corsa agli armamenti nucleari con la proliferazione di nuovi siti di lancio e missili balistici di vario tipo, ha parimenti portato avanti il suo strumento di difesa ABM. Durante la parata militare dello scorso 3 settembre, forse per la prima volta abbiamo potuto osservare uno degli strumenti ABM cinese: il vettore HQ-29. Questa scelta del Politburo rappresenta un messaggio che la RPC vuole mandare agli Stati Uniti stante il fatto che in passato sono già stati testati sistemi antimissile – anche esoatmosferici – ma non erano mai stati mostrati in pubblico, pertanto l’esistenza ne veniva solo dedotta.

Ora appare evidente che nei piani della RPC ci sia il completamento di un’architettura di difesa aerea multistrato comprensiva di capacità ABM in grado di fornire un certo grado di difesa dalle minacce provenienti dall’arsenale a lungo raggio statunitense. Soprattutto appare evidente come la strategia cinese sia un riflesso di quella USA quando Pechino afferma che il vettore HQ-29 è pensato per l’intercettazione nella fase midcourse del volo di un missile balistico, esattamente come il GMD statunitense di Fort Greely e Vandenberg. Stante il fatto che le minacce balistiche a raggio medio e intermedio nell’area dell’Asia orientale sono minime, rappresentate più dalla Corea del Nord che da altri attori (Seul e Tokyo), è palese che la RPC stia pensando esclusivamente alla difesa strategica, e non di teatro. Inoltre, l’ispirazione dall’architettura statunitense BMD è oggettiva se pensiamo che i cacciatorpediniere Type 055 possono avere un ruolo antimissile, sulla falsa riga di quanto avviene col sistema AEGIS imbarcato sui cacciatorpediniere classe Arleigh Burke della U.S. Navy.

Se gli Usa corrono ai ripari

Appare quindi chiaro che, sebbene non si conosca la reale efficacia dell’erigenda (o eretta) difesa antimissile multistrato cinese, ci sia il rischio concreto che gli Stati Uniti corrano ai ripari con una nuova corsa agli arsenali nucleari – e su questo capiamo perché il presidente Trump qualche settimana fa ha parlato di ripresa dei test atomici. Data l’incertezza, la poca trasparenza del modus operandi di Pechino, è difficile valutare in che misura la RPC intenda dotarsi di un sistema di difesa missilistica nazionale, e questo rende difficile per i pianificatori statunitensi prevedere la postura nucleare necessaria per superare i sistemi ABM cinesi e mantenere la credibilità del deterrente nucleare USA nel medio-lungo termine.

Poiché le acquisizioni per le forze nucleari avvengono nell’arco di molti anni o addirittura decenni, questa mancanza di trasparenza può contribuire a una visione del peggior scenario possibile tra i pianificatori militari e i responsabili politici negli Stati Uniti, quindi lanciare una politica di diffusione della minaccia nucleare con la proliferazione di sistemi di tipo diverso, all’incirca come ha fatto la Russia a partire dai primi anni 2000, optando anche per il ritorno di vettori balistici/da crociera di raggio medio e intermedio con carica atomica da schierare in posizioni avanzate nel Pacifico Occidentale, come effettivamente abbiamo già osservato nelle Filippine col sistema “Typhon”, sebbene in modo provvisorio.