Il conflitto aperto tra Israele e Iran, scoppiato dopo l’inizio delle operazioni aree da parte dell’aeronautica di Tel Aviv su obiettivi afferenti al programma nucleare di Teheran e ai vertici delle forze armate e rivoluzionarie (le IRGC o pasdaran), ha generato l’unica risposta possibile da parte iraniana, ovvero il fitto lancio di vettori balistici e di droni one way.
Gli attacchi missilistici sono stati effettuati a ondate, con un numero inizialmente elevato di missili che poi è andato diminuendo, per cercare di oltrepassare le difese ABM (Anti Ballistic Missile) israeliane con la tattica della saturazione d’area, ovvero di mettere in crisi i sistemi antimissile con la sola forza del numero, e così logorare le difese. Difese che sono state penetrate dai vettori iraniani: sebbene non vi siano dati definitivi – gli attacchi sono ancora in corso – fonti specializzate ritengono che l’architettura multistrato della difesa aerea integrata israeliana sia riuscita ad abbattere circa il 90% dei missili iraniani, ma riteniamo che, più obiettivamente, questa percentuale andrebbe rivista a ribasso, intorno al 80%, considerando le osservazioni degli impatti dei primi giorni in rapporto al numero dei missili lanciati. Lo stress delle difese israeliane, che stanno consumando diversi missili per intercettare i vettori iraniani, è stato ammortizzato dalla campagna aerea delle IDF, che è riuscita a colpire un certo numero di lanciatori di missili balistici di Teheran come si è potuto osservare da filmati diffusi in rete. Questo consumo di vettori antimissile, però, se i lanci continueranno con lo stesso rateo, benché ridotto rispetto all’inizio dell’attacco di rappresaglia, è destinato a prosciugare le scorte israeliane, e sarà necessario che gli Stati Uniti prelevino preziosi vettori destinati ad altri fronti, considerando che “la parte alta” dell’intercettazione missilistica avviene coi sistemi Patriot PAC-3 e THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) messi a disposizione dagli USA.
Questa considerazione ci porta direttamente all’anima di questa trattazione, ovvero alla descrizione del sistema di difesa aerea integrata di Israele. Innanzitutto bisogna chiarire che esso, come molti altri di altri Paesi, è “multi-livello”, ovvero formato da sistemi diversi che rispondono a minacce diverse, distinte per tipologia che corrisponde, grossomodo, alla quota e alla distanza di intercettazione. In base a questo, ci sono – se escludiamo il cortissimo raggio o VSHORAD (Very SHort Range Air Defense) – e semplificando, tre livelli: quello basso, quello intermedio, e quello alto.
Nel livello basso, ed esclusivamente in quello, Israele opera il famoso Iron Dome, troppo spesso frainteso per semplificazione giornalistica come l’intera architettura antimissile israeliana. Iron Dome nasce per contrastare la minaccia dei razzi non guidati e dei colpi di artiglieria (ad es. di mortaio) posta da Hezbollah e Hamas. Iron Dome è anche capace di eliminare droni one way e missili da crociera, e da quello che sappiamo il sistema è stato anche in grado di mettere a segno sporadici colpi sui missili balistici iraniani, ma è pensato e sviluppato per la difesa a corto raggio, ovvero su bersagli “veloci” ma in un intervallo di velocità che è inferiore rispetto a quella dei missili balistici, compresi quelli a corto raggio o di teatro (SRBM – Short Range Ballistic Missile). La velocità, data dalla gittata, di un vettore balistico è infatti uno dei discriminanti per la difesa missilistica integrata, pertanto vettori antimissile diversi sono pensati per colpire classi diverse, e più classi contemporaneamente ma con percentuali di successo diverse, di vettori balistici. Giova ricordare che questi ultimi vengono universalmente distinti, oltre agli SRBM, in MRBM (Medium Range Ballistic Missile), IRBM (Intermediate Range Ballistic Missile) e ICBM (Intercontinental Ballistic Missile). Iron Dome utilizza i missili “Tamir” associati ad un radar sviluppato dalla israeliana Elta, il “Green Pine”, ma può lavorare di concerto anche col radar AN/TPY-2, lo stesso usato dal sistema ABM statunitense THAAD, che come vedremo a breve ha una parte fondamentale nell’architettura di difesa aerea integrata. Ogni batteria di Iron Dome, ciascuna consistente in 3 o 4 lanciatori, può coprire un’area di approssimativamente 150 km quadrati con un raggio di azione compreso tra i 4 ed i 70 km. Nello stesso livello, Israele utilizza Iron Beam, ovvero un sistema laser di difesa aerea montato su rimorchio per distruggere bersagli come razzi, mortai e droni. Non si sa molto sulle specifiche tecniche di Iron Beam: sappiamo solo che si tratta di un laser allo stato solido da 100-150 kW di potenza.
Nel livello successivo, quello “intermedio”, Israele opera David’s Sling, un sistema progettato per contrastare SRBM, aerei, droni e missili da crociera. Ogni unità David’s Sling include un lanciatore verticale contenente fino a 12 missili “Stunner” capaci di un raggio d’azione compreso tra i 240 e i 320 km e con metodologia di intercettazione hit to kill, al contrario dei “Tamir” dotati di spolette di prossimità.
Nel livello “alto”, Israele opera una serie di sistemi nazionali e di fabbricazione statunitense, ovvero i vettori della serie “Arrow”, di IAI (Israel Aerospace Industries) e i Patriot PAC-2 insieme al THAAD. Il missile Arrow-2 è progettato per ingaggiare missili balistici nell’atmosfera, mentre l’Arrow 3 può intercettare missili al di fuori dell’atmosfera, ovvero, in gergo, effettua un’intercettazione esoatmosferica come il THAAD. Anch’essi, ovviamente, sfruttano i radar “Green Pine” e AN/TPY-2 e utilizzano la metodologia hit to kill, con l’Arrow-3 che sarebbe capace di raggiungere una quota di 100 km e un raggio d’azione di 2400 km. Israele ha approssimativamente due o tre batterie equipaggiate con intercettori Arrow-2 e una batteria con intercettori Arrow-3. Entrambi i sistemi sono mobili (su semirimorchio), e ogni lanciatore è dotato di 6 contenitori (canister) per missili. Il Patriot PAC-2 si colloca, per l’esattezza, a metà strada tra l’Arrow e il David’s Sling, ed è ben noto nel mondo grazie alle sue prestazioni in combattimento nei conflitti presenti e passati. L’IDF possiede 8 batterie di Patriot, ciascuna composta da 3 o 4 lanciatori, e ciascun lanciatore è dotato di quattro celle montate su semirimorchio. Il Patriot PAC-2 è molto versatile: capace di ingaggiare SRBM e parzialmente MRBM, ma anche missili da crociera, droni e altri velivoli entro un raggio d’azione di circa 70 km.
L’ultimo livello, quello più elevato, è dato dal THAAD. Questo sistema fa parte delle difese ABM statunitensi – è stato schierato a Guam, ad esempio – ed è pensato per intercettare i veicoli di rientro dei missili balistici nella loro fase terminale, ovvero quando stanno per rientrare nell’atmosfera terrestre. Gli Stati Uniti hanno fornito il THAAD a Israele a ottobre del 2024 alla luce della minaccia dei missili balistici lanciati dagli Houthi sostenuti dall’Iran. Il THAAD sfrutta anch’esso la metodologia hit to kill, tramite aggiustamenti di rotta con getti di idrazina da ugelli nella testata. Il sistema è in grado di ingaggiare bersagli a distanze comprese tra 150 e 200 km e a differenza di altri sistemi di difesa missilistica, come l’Arrow-3, può intercettare bersagli endoatmosferici ed esoatmosferici. Ciascun lanciatore, basato su un camion a 4 assi, monta otto celle per missili e una tipica batteria THAAD include 6 lanciatori.
Giova ricordare che nella percentuale di successo delle intercettazioni da parte di Israele bisogna annoverare anche il contributo esterno dato dal sistema AEGIS imbarcato sui cacciatorpediniere statunitensi classe Arleigh Burke incrocianti nell’area che utilizza i vettori SM-3/6.