C’è un odore che non se ne va, nelle valli di Colleferro e nelle pieghe del Sulcis. È l’odore acre della polvere da sparo, del metallo fuso, dei veleni che scivolano lenti nei fiumi. È l’odore di un’Italia che ha barattato il suo sangue con l’acciaio, la sua terra con le bombe. Colleferro, Lazio, e Sulcis, Sardegna: due terre lontane, unite da un destino comune, incatenate a un secolo di fabbriche d’armi e a fiumi che non scorrono più, ma strisciano, intossicati. Qui, il progresso ha lasciato cicatrici profonde, e il futuro sembra un’eco di promesse mai mantenute. Eppure, in queste valli ferite, c’è chi resiste, chi grida, chi sogna un’altra storia.
Colleferro: il Sacco che non dimentica
A Colleferro, il fiume Sacco è un’arteria avvelenata. Lo chiamano “fiume”, ma è più un lamento liquido, un serpente di fango che porta con sé i peccati di un secolo. Tutto comincia nel 1912, quando la Bombrini Parodi Delfino (BPD) pianta le sue radici in questa valle a 50 km da Roma. Esplosivi, munizioni, vettori per armi chimiche: la BPD è il cuore pulsante di una città nata per servire la guerra. Colleferro non esisteva, prima di lei. È stata la fabbrica a disegnare le strade, a dare un tetto agli operai, a scrivere il destino di generazioni. Ma ogni bomba prodotta ha lasciato una scia di morte, non solo nei campi di battaglia, ma qui, nella terra, nell’acqua, nel sangue.
Il Sacco è stato la fogna della BPD, e poi della Simmel Difesa, oggi inglobata dal colosso inglese Chemring. Per decenni, scarichi chimici hanno inzuppato le sue acque: β-esaclorocicloesano (β-HCH), un veleno che si aggrappa alla vita come un parassita, cianuro che uccide in silenzio, rifiuti industriali sepolti come segreti sporchi. Nel 2005, venticinque mucche crollano morte sulle rive del rio Mola Santa Maria, un affluente. Cianuro, dicono. È la goccia che fa tremare la valle. Colleferro diventa un Sito di Interesse Nazionale (SIN), 20 comuni lungo 70 km di fiume, un disastro che si misura in falde contaminate, terreni sterili, tumori che spuntano come erbacce. Il β-HCH è ovunque: nelle verdure, nel latte, nel sangue degli abitanti. Uno studio del 2012, l’Eras, parla chiaro: a Colleferro, Segni, Gavignano si muore di più, si respira peggio. La valle è un cimitero liquido.
Oggi, nel 2025, le bonifiche sono un miraggio. Qualche terreno è stato ripulito, qualche falda monitorata, ma i fusti di lindano, vietati da anni, dormono ancora sotto la terra. Intanto, la fabbrica continua a sputare bombe. “Cluster bombs, mine antiuomo, vettori per armi chimiche”, denuncia Alberto Valleriani, voce della Rete per la Tutela della Valle del Sacco (Retuvasa), in un articolo del Fatto Quotidiano di aprile. La guerra è un affare che non si ferma, nemmeno davanti a un fiume che muore. Ma la valle non tace. Su X, si leva il grido di Giorgio Libralato: il 3 maggio 2025, ad Anagni, si marcerà contro la fabbrica, contro i veleni, contro un’industria che ha fatto della morte la sua moneta. Colleferro è una ferita aperta, e il Sacco è il suo specchio: sporco, ma ancora vivo.
Sulcis: dove i fiumi spariscono
Lontano, in Sardegna, il Sulcis è un altro mondo, ma la stessa storia. Qui, tra Domusnovas e Iglesias, la RWM Italia Spa, figlia della tedesca Rheinmetall, forgia bombe che volano lontano: Arabia Saudita, Emirati, Turchia, Israele, ora Ucraina. La fabbrica sorge in una valle fragile, tra miniere abbandonate e il respiro antico del Monte Linas-Marganai. È un luogo di bellezza ruvida, ma anche di disperazione. Il Sulcis è povero, stanco, e la RWM è un padrone che offre lavoro in cambio di silenzio. Ma il prezzo è alto.
Qui, i fiumi non si avvelenano: si cancellano. Il Rio Figu, che scorre nella proprietà della RWM, è diventato un ostacolo per l’espansione della fabbrica. E allora, nell’aprile 2024, la RWM ha provato un gioco di prestigio: “cancellare” il fiume dalle carte, come se l’acqua potesse essere negata con un tratto di penna. Lo racconta L’Unione Sarda, lo denuncia Massimo Coraddu, fisico e spina nel fianco dell’industria. La proposta è un’eresia ambientale: modificare il reticolo idrografico per sanare violazioni, ignorando un rischio idrogeologico “molto elevato”, che potrebbe significare “perdite di vite umane”. La RWM non ha mai fatto una Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), obbligatoria per chi produce esplosivi. Ha aggirato le regole, spezzettando l’ampliamento in piccoli progetti, come un ladro che entra dalla finestra.
Il Sulcis è un altro SIN, un mosaico di veleni. Non solo la RWM: la Portovesme srl, l’Eurallumina con la sua discarica di fanghi rossi. Cadmio, mercurio, alluminio nelle falde, migliaia di volte sopra i limiti. I PFAS, le sostanze eterne, sono un’ombra che nessuno misura. La terra è malata, i raccolti vietati, anche se qualcuno dice che i divieti sono stati tolti, senza spiegare come. La RWM, intanto, cresce. Nel 2023, la Repubblica racconta di 480 dipendenti, nuove linee per droni-killer e proiettili per la NATO. La guerra in Ucraina è un affare d’oro. Ma il Sulcis non ci sta. Il Comitato per la riconversione della RWM, con Arnaldo e Cinzia, sogna un’economia di pace. Le proteste, nate nel 2015 per le bombe in Yemen, continuano. Il Consiglio di Stato ha dichiarato l’ampliamento illegittimo, ma la fabbrica va avanti, chiedendo una VIA retroattiva, come un peccatore che si confessa dopo il delitto.
Due valli, un solo grido
Colleferro e Sulcis sono sorelle di sventura. A Colleferro, il Sacco è un testimone muto, carico di β-HCH e cianuro. Nel Sulcis, il Rio Figu rischia di sparire, vittima di un’industria che riscrive la geografia. Entrambe le terre sono state sacrificate sull’altare della guerra, con fabbriche che hanno dato lavoro ma rubato salute, futuro, bellezza. Entrambe sono SIN, sigle fredde che nascondono drammi umani. Eppure, in entrambe, c’è chi non si arrende. A Colleferro, Retuvasa e i cittadini preparano la marcia di Anagni. Nel Sulcis, il Comitato per la riconversione lotta per un’economia che non uccida. Sono voci che si levano dal fango, che sfidano il ronzio delle macchine da guerra.
C’è una poesia amara in queste valli. Colleferro, nata per la guerra, che ora chiede pace. Sulcis, terra di minatori, che rifiuta di essere un arsenale. I loro fiumi, avvelenati o cancellati, sono il simbolo di un’Italia che ha pagato troppo per il progresso. Ma sono anche il segno di una resistenza che non muore. Il 3 maggio 2025, ad Anagni, si camminerà per Colleferro. Nel Sulcis, ogni giorno, c’è chi dice no alla RWM. È una lotta lenta, come l’acqua che scava la roccia. Ma l’acqua, anche quando è sporca, non si ferma mai.
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