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La Repubblica Popolare Cinese (RPC) ha intenzione di appropriarsi dell’isola di Taiwan entro il centenario della sua Fondazione (2049). Questa volontà è stata più volte ribadita dal Segretario generale Xi Jinping e dalle massime cariche politiche e militari cinesi, e le forze armate di Pechino ormai da molto tempo si stanno addestrando per mettere in pratica un’operazione militare per conquistare l’isola.

Nell’ultimo anno si è osservato un aumento dell’attività militare cinese intorno a Taiwan. In particolare le forze armate di Pechino stanno sempre più esercitandosi in uno scenario che prevede il blocco aeronavale dell’isola e possibilmente uno sbarco anfibio.

Dalle colonne di InsideOver avevamo fatto lo stesso esercizio cercando di capire come la RPC potrebbe avviare un’operazione militare contro l’isola, e l’ipotesi del blocco aeronavale era sembrata quella più plausibile. Nonostante questo non è nemmeno da escludere che Pechino decida per uno sbarco vero e proprio. Ma che cosa succederebbe alla presidenza e alla dirigenza politica cinese qualora questo possibile sbarco dovesse fallire clamorosamente?

Il fattore tempo e quello inesperienza

La questione è stata sottovalutata dagli analisti, dando per scontato che l’isola non sarebbe in grado di difendersi nemmeno con l’importante contributo statunitense, per una serie di fattori tra cui la vicinanza geografica e la difficoltà degli Stati Uniti nel contrastare la potenza aeronavale e missilistica cinese a così grande distanza dai propri territori. Anche i ripetuti allarmi sull’impreparazione statunitense in un conflitto aperto con la RPC hanno contribuito a questa narrazione.

L’esito di uno sbarco anfibio cinese a Taiwan, però, non è affatto scontato, e qualcuno ha iniziato a ipotizzare che cosa succederebbe in caso di disastro militare.

Cominciamo con un dato temporale: sebbene Pechino ragioni in termini quasi generazionali rispetto ai Paesi europei e occidentali, la finestra temporale per un possibile attacco al Taiwan è molto più ristretta di quanto si possa pensare. Lo stesso Xi Jinping ne è cosciente nel momento in cui ha ordinato alle sue forze armate di essere militarmente pronte a partire dal 2027: anni di ritardo comporterebbero un maggior rischio che gli Stati Uniti riescano a radunare forze nella regione e soprattutto a migliorare il proprio strumento militare in modo da ottenere la superiorità sul campo di battaglia in caso di conflitto diretto.

Attualmente però le forze armate cinesi stanno attraversando un periodo difficile dal punto di vista dei propri quadri dirigenti: la corruzione diffusa ha portato al siluramento di molti importanti ufficiali, e la sostituzione di un quadro dirigente non è mai un segno di efficienza. La RPC, inoltre, non ha mai combattuto un conflitto dagli anni Ottanta, quindi manca di quella esperienza in un conflitto moderno che è fondamentale per formare il personale e per rodare gli assetti. Nonostante l’impressionante rateo di produzione di aerei e navi da guerra, viene il dubbio che le forze armate cinesi siano, dopotutto, una tigre di carta militare.

E se fosse un fallimento?

La prestigiosa rivista Foreign Policy ha provato a ipotizzare cosa succederebbe alla dirigenza politica cinese in caso di disfatta dopo un attacco a Taiwan. Il calcolo del rischio di Xi Jinping è fondamentale per comprendere se e in quali circostanze Pechino potrebbe intraprendere azioni aggressive contro Taiwan, poiché qualsiasi decisione del genere comporterebbe profonde conseguenze politiche, economiche e strategiche per la RPC e per lui personalmente. Xi ha legato la sua legittimità all’impegno di porre la RPC su un percorso irreversibile verso il “Sogno Cinese” di rinnovamento nazionale entro il 2049, e l’unificazione di Taiwan con la RPC è considerata essenziale per raggiungere tale obiettivo. Tuttavia, un conflitto militare su Taiwan rischierebbe di provocare enormi sconvolgimenti economici, perdite militari catastrofiche, gravi disordini sociali e sanzioni devastanti, tutti fattori che potrebbero trasformare il sogno in un incubo e minare l’autorità politica.

L’impatto dell’uso della forza contro Taiwan sulla RPC viene analizzato in quattro aree chiave (economia, capacità militari, stabilità sociale e costi internazionali) limitatamente a due scenari di conflitto: uno limitato e una guerra di vasta portata. Interessante notare che anche Foreign Policy ipotizza una finestra temporale breve: tra il 2026 e il 2030.

Nel primo scenario il conflitto dura diverse settimane e, in questo caso, navi e aerei della RPC circondano Taiwan dopo una serie di scontri aerei e marittimi tra le reciproche forze. L’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) tenta quindi di imporre una “quarantena” ai principali porti di Taiwan e gli Stati Uniti intervengono col proprio strumento navale per scortare le navi mercantili attraverso il blocco. Il conflitto termina quando entrambe le parti concordano di allentare la tensione. Il secondo scenario è un conflitto di grandi dimensioni della durata di diversi mesi che si conclude con una sconfitta del PLA. Questo conflitto inizia con un’invasione anfibia di Taiwan, in cui i primi attacchi missilistici cinesi prendono di mira le forze militari taiwanesi e statunitensi in Giappone e Guam. Le forze della RPC sbarcano a Taiwan, ma i rifornimenti e le forze di supporto sono ostacolati dai continui attacchi taiwanesi e statunitensi su navi e aerei che attraversano lo Stretto. Dopo diversi mesi di pesanti combattimenti, le forze della RPC si ritirano sulla terraferma dopo aver perso circa 100mila uomini. Taiwan subisce circa 50mila vittime militari e altrettante civili mentre gli Stati Uniti perdono 5mila militari e il Giappone mille militari e 500 civili. Stime a ribasso, oseremmo dire. Il conflitto termina quando il PLA si ritira dall’isola principale di Taiwan, ma mantiene il controllo delle isole Kinmen e Matsu.

Gli autori del rapporto ritengono che Xi potrebbe concludere che non agire gli costerebbe più caro che intraprendere un’azione rischiosa che ritiene necessaria per dimostrare determinazione. Ad esempio, se ci fosse il rischio di un’azione intrapresa da Taipei come volta a separarla definitivamente dalla RPC, e soprattutto se Washington sostenesse tale obiettivo. Veniamo ora alle ipotesi di come un disastro militare influirebbe sulla dirigenza politica cinese.

La sorte di Xi Jinping

Il PCC (Partito Comunista Cinese) sembra credere che la sua capacità di perseguire un conflitto militare dipenderà dai preparativi interni e dalle capacità militari esterne, e che attori interni ed esterni potrebbero opportunisticamente tentare di creare disordini nella RPC o ai suoi confini in caso di emergenza a Taiwan. Di conseguenza, la leadership del Paese ha incaricato il partito-Stato di elaborare piani e prepararsi a garantire la stabilità interna in caso di crisi o emergenza. Lo sviluppo da parte del PCC di un apparato di sorveglianza e sicurezza interna intensivo, con il supporto del sistema di mobilitazione difensiva, sarebbe probabilmente in grado di gestire le pressioni sulla stabilità interna create da un conflitto localizzato e di breve durata che rimanga al di fuori degli attuali limiti territoriali di un effettivo controllo della RPC. Tuttavia, se il conflitto dovesse prolungarsi e la Cina continentale stessa dovesse subire danni, l’apparato di sicurezza interna si troverebbe ad affrontare sfide più serie, tra cui la carenza di materiali, la disillusione politica, lo sfollamento della popolazione e il mantenimento dell’ordine, qualora l’architettura di comando e controllo localizzata e decentralizzata del sistema di sicurezza pubblica per la sicurezza interna subisse danni.

Ora qualche nostra considerazione. In caso di scenario peggiore (una disfatta militare), la dirigenza politica e in particolare la leadership di Xi Jinping entrerebbero in crisi, e probabilmente lo stesso leader verrebbe esautorato in qualche modo con una sorta di golpe bianco da parte di elementi corrotti del sistema politico-militare. L’ambiente di relazioni commerciali creato in questi anni sarebbe fortemente compromesso così come lo sarebbe il PLA che vedrebbe una drastica riduzione della sua capacità di combattere. Il fallimento permetterebbe infatti agli USA di proporsi come security provider della regione e farebbe fare un passo indietro di 20 anni alla RPC.

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