L’apertura della Cina all’estero, nel contesto della “Going out policy” lanciata a fine degli anni ’90, ha rapidamente proiettato gli interessi di Pechino su scala globale. Il nuovo ruolo di “stakeholder responsabile” cui è assurto il Paese è quindi incentrato sulla stabilità politica ed economica ed ha come fattore principale il principio del “non intervento”.

In altre parole, Pechino ha imperniato la sua politica estera sul nesso tra sviluppo e sicurezza: tramite intese bi o multilaterali la Cina ha fin ora offerto degli accordi pubblicizzati come “win-win” (vincenti per entrambe le parti), confidando che i suoi investimenti diretti all’estero avrebbero migliorato le condizioni economiche dei paesi partner, rafforzandone contestualmente la stabilità e quindi la sicurezza. L’obiettivo è quello di un’“ascesa pacifica”, esportando un modello di società armoniosa il cui pilastro è proprio la creazione di una ricchezza diffusa che generi stabilità interna.

La ricetta si compone così di libero scambio, miglioramento delle infrastrutture e delle comunicazioni e agevolazione degli investimenti esteri. Là dove giungono investimenti si crea certo ricchezza, ma si generano anche degli esclusi e del risentimento. L’ascesa globale della Cina, a cui si deve aggiungere anche la pandemia di Covid-19, non ha solo generato crescenti frizioni con gli Usa e con una parte della comunità internazionale, ma ha anche aumentato il rischio per l’incolumità di più di un milione di cittadini cinesi (escluse le comunità della diaspora) che attualmente è impiegata all’estero nei numerosi progetti intrapresi da Pechino.

La crescita dei rischi politici ed economici richiede da un lato un’interpretazione più flessibile del principio di non intervento e dall’altro l’ampliamento di un mercato della forza cinese che sia in grado di garantire la sicurezza degli investimenti e l’incolumità dei lavoratori cinesi. L’industria della sicurezza privata rappresenta una parziale risposta al problema. Il settore delle Psc (Private Security Contractors) cinesi ad oggi conta più di 5200 entità legalmente registrate, che impiegano circa 3 milioni di persone. Di queste meno di una trentina offrono servizi all’estero, in paesi come Iraq, Sudan o Pakistan, contando su poco più di 3mila contractor. Se i numeri sono irrisori in confronto all’estensione del medesimo settore in Occidente o in Russia, le Psc cinesi sono in forte crescita e non resta che chiedersi quando questo divario verrà colmato.

La “going-out” policy

Negli ultimi anni, il mondo ha visto una rapida crescita degli investimenti finanziari della Cina oltre i suoi confini. Dopo l’annuncio di una “Going out policy”, molte imprese cinesi hanno cominciato a investire e a operare all’estero. Dopo tre decenni in cui il Paese era principalmente destinatario di investimenti diretti esteri, la Cina è emersa anche come uno dei principali Paesi di origine degli investimenti, col 2015 a far segnare il vero punto di svolta in quanto Pechino diventa il primo investitore netto all’estero in termini di flussi di capitali. In particolare, nel 2016, gli investimenti cinesi in Europa superano per la prima volta quelli europei in Cina.

Questo è stato il risultato di una crescita dimensionale della sua economia, della trasformazione radicale delle strutture interne del Paese che ne hanno fatto una “economia socialista di mercato” e di una progressiva e profonda integrazione nell’economia mondiale culminata nel 2001 col suo ingresso nella Wto (World Trade Organization).

L’apporto di finanziamenti esteri, e i relativi trasferimenti di tecnologia cominciati tra il 1978 e il 1982, sono stati fondamentali per conseguire questo risultato, e ora la Cina, nonostante mantenga lo status di “Paese in via di sviluppo” che le permette di avere agevolazioni nel sistema del mercato globale quali “l’apertura selettiva” e non totale all’attività imprenditoriale straniera, si è avviata stabilmente verso la definizione di un nuovo network economico/commerciale fatto di relazioni multilaterali che però, nell’accezione cinese, si risolvono in una serie di accordi bilaterali con Pechino al centro: nel 2013, infatti, il governo cinese ha inaugurato la Belt and Road Initiative (Bri) o “Nuova Via della Seta” con l’obiettivo di collegare la Cina con Paesi di interesse strategico attraverso investimenti infrastrutturali. Questo non significa però che il Paese sia entrato a tutti gli effetti nel meccanismo della globalizzazione: Pechino è infatti passata da una politica di “apertura selettiva” a una di “chiusura selettiva” a vantaggio dei produttori nazionali.

Nel 2015 viene infatti inaugurata la politica “Made in China 2025” che, oltre a voler ridurre la dipendenza dalla tecnologia dall’estero, assume le caratteristiche di un velato protezionismo. La stessa Bri, che ha lo scopo dichiarato di costruire reti di connettività in Asia per giungere in Europa, in realtà è lo strumento principale che ha Pechino per assicurarsi la diversificazione delle rotte energetiche, sempre per via del “dilemma della Malacca” che attanaglia il Politburo da generazioni.

Going out policy, però, non significa solo entrare a far parte del mercato globale. Pechino vuole progressivamente passare da “regolato” a “regolatore” dell’intero sistema internazionale, e per farlo ha cominciato a prendere parte con sempre maggior costanza alle attività degli organismi internazionali. La Cina è infatti il secondo maggior contributore delle Nazioni Unite e sostenitore del peacekeeping targato Onu, nonché il Paese che fornisce più truppe tra i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. Quest’attività serve a Pechino per avere peso nella governance globale, che si basa su consultazioni e cooperazioni di ampio respiro, ma anche per dare alle forze armate cinesi quell’esperienza nella gestione dei teatri di crisi di cui hanno bisogno per permettere alla Cina di diventare un regolatore dei rapporti di forza globali, non essendo mai stata impegnata in un conflitto dopo quello sino-vietnamita del 1979.

Un recente e per nulla secondario aspetto della politica “Going out” è rappresentato dal soft power sanitario: la Cina, in questa fase pandemica, si è impegnata attivamente nell’invio di aiuti di tipo medico a tutta una serie di Paesi sia attraverso l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) sia in forma prettamente bilaterale. In particolare Pechino sta fornendo vaccini di fabbricazione locale a una lunga lista di nazioni dell’Africa, dell’America Latina e dell’Asia, anche e soprattutto per cercare di ripulire la sua immagine di “untore globale”, nonostante le controversie sulla loro reale efficacia.

Altro aspetto, ma per nulla secondario, del soft power cinese inquadrabile nella “apertura” verso l’esterno, è l’attività di promozione della cultura nazionale all’estero che si espleta attraverso l’agire di istituti culturali in loco: nel 2004, lo Hanban, un’istituzione che oggi ha cambiato nome ma che è emanazione dell’ufficio di propaganda del Partito Comunista Cinese, ha creato gli “istituti Confucio” per questo scopo. In Italia, per fare un esempio, il mandarino veniva insegnato, nel 2017, in 279 istituti superiori su 3636 mentre erano solo 17 nel 2009.

I crescenti rischi

I professori Wang Duanyong and Zhao Pei, in merito ai problemi legati agli investimenti esteri della Cina, operano un importante distinzione fra rischi esogeni ed endogeni.

I rischi esogeni sono quelli in cui incorrono gli operatori economici cinesi quando investono, estraggono o lavorano in contesti instabili, dilaniati da conflitti e caratterizzati da un governare debole. Criminalità, estremismo, terrorismo, tensioni inter-etniche e movimenti separatisti possono mettere a repentaglio gli interessi economici cinesi. I rischi endogeni sono invece quelli originati proprio dalla presenza cinese. L’assenza di politiche di Csr (Corporate Social Responsability) delle società cinesi, le condizioni dei lavoratori, la mancanza di sicurezza sul lavoro, la scarsa integrazione dei lavoratori cinesi nelle comunità locali o ancora eventuali disastri ambientali causati dalle svariate attività economiche intraprese in un paese possono infatti generare dei sentimenti anti-cinesi e compromettere la sicurezza dei lavoratori.

Entrambi i tipi di rischio possono poi combinarsi (con effetti disastrosi) se la presenza cinese diviene materia di tensione nelle dinamiche politiche del paese recipiente. In paesi quali Kenya, Zambia, Sudan del Sud, Maldive o Malesia la presenza cinese è ad esempio divenuta al centro di virulenti scontri fra governo ed opposizione, accrescendo le tensioni e generando risentimento nei confronti di Pechino.

I rischi per la Cina crescono quindi in maniera proporzionale alla portata dei suoi investimenti. Secondo uno studio, tra il 2001 e il 2017 sono avvenuti più di 77mila attacchi terroristici in più di 60 paesi lungo la “Nuova Via della Seta” dei quali 6800 erano diretti contro attività economiche. Secondo il ministero del commercio cinese tra il 2010 e il 2015 sono avvenuti più di 345 incidenti che riguardavano attività economiche cinesi, causando più di mille vittime in totale. Fra gli incidenti più comuni si annoverano imboscate o rapimenti ai danni di lavoratori cinesi, in particolare nel settore petrolifero, minerario o edilizio.

Ad esempio, nel 2004 undici lavoratori cinesi muoiono in Afghanistan a seguito di un attacco armato. Nel 2012 29 cinesi vengono rapiti in Sud Sudan e altri 25 in Egitto. Nel 2014 un attentato causa 14 vittime e ferisce tre lavoratori delle ferrovie cinesi in Afghanistan. Nel 2015 tre dirigenti della China Railway Construction Corporation (Crcc) muoiono in un attentato all’hotel Radisson Blu di Bamako. Inoltre, il corridoio economico sino-pachistano, un progetto da 62 milioni di dollari nel quadro della Bri, è frequentemente soggetto ad attacchi di vario tipo da parte di gruppi di insorti e separatisti nella provincia del Belucistan, in prossimità del porto strategico del Gwadar.

Ad oggi il mercato della forza cinese vede una domanda di sicurezza non ancora soddisfatta da un’offerta che muove i suoi primi passi. Per questo motivo le autorità regolatorie cinesi si sono dimostrate piuttosto aperte alla presenza di Psc cinesi all’estero. Già nel 2009 una riunione esecutiva del Consiglio di Stato adotta una “regolamentazione per la fornitura di servizi di guardia e sicurezza” che offre una guida sui requisiti necessari per le registrazioni delle Psc per operazioni domestiche e all’estero.

Inoltre, l’articolo 78 della Legge sulla Sicurezza Nazionale cinese dispone che tutti gli organismi statali, parastatali, istituzioni pubbliche e private collaborino con i dipartimenti interessati al fine di adottare le necessarie misure di sicurezza. Lo stesso Xi Jinping, dopo gli attacchi alle infrastrutture cinesi in Sud Sudan del 2016, ha pubblicamente aperto all’impiego delle Psc, definite come uno strumento utile per migliorare non solo l’analisi dei rischi, ma anche le attività di monitoraggio e di gestione delle emergenze.

Nulla è ancora scritto

Ciò che resta da capire è la forma che prenderà la nascente industria delle Pmc Cinesi. Ad oggi esistono due modelli principali di riferimento, quello occidentale (in particolare americano) e quello russo.

Il primo è un modello marcatamente neoliberale, dove le Pmsc sono essenzialmente degli attori economici che offrono servizi logistici, di supporto e perfino azioni di combattimento guidate dai principi di efficienza, efficacia e costo. Il secondo modello è indubbiamente più complesso.

Le Pmsc russe hanno infatti un ruolo decisamente più assertivo, agendo essenzialmente come moltiplicatore di forza al servizio degli interessi di Mosca e si possono quindi considerare come parte integrante degli strumenti di guerra ibrida di cui dispone il Cremlino. Nemmeno si può escludere che i Cinesi adottino una “terza via” circa l’utilizzo delle Pmsc che riunisca alcune caratteristiche dei due modelli esistenti.

Un ruolo nella definizione dell’mercato della forza cinese lo giocherà anche l’integrazione di Pechino nella comunità internazionale. Già firmataria del documento di Montreux sull’uso dei contractor, la Cina potrebbe entrare a fare parte dell’Icoca (International Code of Conduct Association), un organismo internazionale che si propone di regolamentare il comportamento delle Pmsc.

In sostanza, nulla è ancora scritto sul futuro del mercato della forza cinese, se non la sua potenziale crescita negli anni a venire. La gestione della sicurezza degli interessi cinesi in Stati ove vi sia un effettivo livello di minaccia da parte del Pla (People’s Liberation Army) o del Pap (People’s Armed Police) è sconsigliabile, pertanto è ragionevole supporre che il quadro giuridico relativo alle Pmsc e soprattutto la loro modalità di impiego subirà un’evoluzione che le porterà dapprima più vicine a quelle occidentali, ed in un secondo momento a quelle russe.

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