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L’isola di Mayun (anche conosciuta come Perim) si trova nello stretto di Bab el-Mandeb a poca distanza dalla costa yemenita. Il lembo di terra, situato in uno specchio d’acqua tra i più importanti del mondo, è lungo appena 5,6 chilometri, ma rappresenta un punto strategico in quanto per lo stretto passa una rotta fondamentale per i traffici marittimi del mondo.

Lo stretto di Bab el-Mandeb – posto tra il Corno d’Africa e la Penisola Arabica – rappresenta l’accesso al Mar Rosso, da cui, attraverso il Canale di Suez, si giunge nel Mediterraneo. Il recente blocco del Canale, causato da una portacontainer andata a incagliarsi lungo le sue sponde, ha evidenziato sia la fragilità di quella via d’acqua, sia la dipendenza del mercato globale dagli stretti marittimi, che se “chiusi” causano immediatamente rallentamenti nella produzione industriale, aumento del prezzo dei carburanti, e difficoltà di approvvigionamento di beni. Recentemente, proprio su quell’isola desertica e praticamente disabitata, è stata notata la costruzione di una pista di atterraggio con annesse strutture di supporto.

Sebbene nessun Paese ne abbia rivendicato l'installazione, quella che sembra una base aerea potrebbe essere direttamente correlata al tentativo degli Emirati Arabi Uniti, anni fa, di avere un punto di appoggio per le operazioni militari in Yemen in sostegno all'Arabia Saudita in lotta contro i ribelli Houthi spalleggiati dall'Iran. La tesi viene affermata anche dai funzionari del governo yemenita, sebbene si debba considerare che gli Eau abbiano annunciato nel 2019 che stavano ritirando le loro truppe dalla campagna militare.

“Questo sembra essere un obiettivo strategico a lungo termine per stabilire una presenza relativamente permanente”, ha detto Jeremy Binnie di Janes che ha seguito la costruzione della pista di atterraggio sull'isola di Mayun per anni. “Forse non si tratta solo della guerra in Yemen e bisogna considerare la situazione dei traffici commerciali come un elemento chiave” ha aggiunto l'analista. I funzionari degli Emirati ad Abu Dhabi e l'ambasciata degli Eau a Washington non hanno risposto alle richieste di commento. Il senatore degli Stati Uniti Chris Murphy, un democratico del Connecticut, ha definito la base “un promemoria che gli Emirati Arabi Uniti non sono effettivamente fuori dallo Yemen”.

Le immagini satellitari di Planet Labs ottenute da Associated Press mostrano autocarri con cassone ribaltabile e livellatrici che costruiscono una pista lunga circa 1,85 chilometri l'11 aprile scorso. Il 18 maggio, in un secondo passaggio satellitare, i lavori sembravano essere completati, con tre hangar costruiti appena a sud della pista. La pista sull'isola di Mayun consentirebbe, a chiunque la controlli, di proiettare la propria forza nello stretto e lanciare facilmente attacchi aerei nello Yemen continentale. La sua posizione geografica fornisce inoltre la capacità di effettuare operazioni nel Mar Rosso, nel Golfo di Aden e nella vicina Africa Orientale.

Una striscia di atterraggio di quella lunghezza può ospitare velivoli da attacco, sorveglianza e trasporto. Sappiamo che in precedenza, verso la fine del 2016, erano stati fatti i primi lavori, successivamente abbandonati, per costruirne una lunga oltre 3 chilometri che avrebbe consentito le operazioni di volo di bombardieri e velivoli da trasporto pesanti. Funzionari militari yemeniti hanno riferito ad Ap, in condizione di anonimato, che navi degli Emirati hanno trasportato armi, equipaggiamenti e truppe nell'isola di Mayun nelle ultime settimane.

A quanto sembra tra Yemen e Eau è in corso una diatriba proprio inerente a un contratto di locazione dell'isola Mayun, richiesto da Abu Dhabi per un periodo di 20 anni. Tra il 2015 e il 2016 i lavori erano stati supportati da naviglio appartenente a due società: la Echo Cargo & Shipping con sede a Dubai e la Bin Nawi Marine Services di Abu Dhabi. Oggi, sebbene i dati ottenibili da fonti open source che monitorano il traffico marittimo non risultino mostrare il coinvolgimento delle due società, entrambe si rifiutano di commentare. È infatti altamente probabile che i vettori che stanno contribuendo alla costruzione dell'installazione sull'isola abbiano spento i dispositivi di localizzazione del sistema di identificazione automatica per evitare di essere identificati.

I lavori erano stati inizialmente interrotti nel 2017, probabilmente quando gli ingegneri si sono resi conto che non potevano scavare attraverso una parte molto scoscesa dell'isola vulcanica per incorporare il sito della vecchia pista presente sull'isola. Foto satellitari del 22 febbraio mostrano invece la loro ripresa, avvenuta diverse settimane dopo che il presidente Joe Biden ha annunciato che avrebbe posto fine al supporto degli Stati Uniti all'Arabia Saudita nel conflitto contro gli Houthi. L'apparente decisione di riprendere la costruzione della base aerea arriva dopo che gli Emirati Arabi Uniti hanno smantellato parti di una base militare che gestivano in Eritrea, utilizzata come punto di appoggio per la campagna militare in Yemen.

Si potrebbe quindi pensare che gli Eau, ritenendo il Corno d'Africa “un luogo pericoloso” a causa della presenza di nazioni concorrenti e dei rischi connessi ai conflitti locali, abbiano ripiegato su Mayun, che, come detto, offre un sito prezioso per il monitoraggio del traffico navale da e per il Mar Rosso. Del resto sappiamo che proprio quello specchio d'acqua è diventato sempre più “attivo”. Il confronto tra l'Iran e le altre potenze regionali si è allargato andando oltre il Golfo Persico e quello di Oman: le navi appoggio delle Irgc si vedono sempre più lontano dalle coste iraniane, e una in particolare, la M/V Saviz, ha preso a essere stanziale nelle acque lungo la Penisola Arabica occidentale e si ritiene che sia stata il punto di partenza per diversi attacchi alle petroliere che caricano greggio nei terminal sauditi.

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