Il primo settembre, il viceministro degli Esteri della Federazione russa, Sergei Ryabkov, aveva reso noto che Mosca aveva intenzione di cambiare la propria dottrina nucleare sulla base dell’analisi dei recenti conflitti e delle azioni occidentali in connessione con “l’operazione militare speciale”. In particolare, come affermato il giorno successivo, la Russia voleva adeguare i fondamenti della politica statale nel campo della deterrenza nucleare che specificano i parametri e le condizioni per l’utilizzo di armamento atomico.
Nella giornata di mercoledì 25 settembre, il presidente Vladimir Putin ha svelato che tipo di cambiamento è in corso: a seguito di una riunione del Consiglio di sicurezza russo sulla deterrenza nucleare il leader del Cremlino ha rivelato che “l’aggressione contro la Russia da parte di qualsiasi Stato non nucleare, ma con la partecipazione o il sostegno di uno stato nucleare, viene considerata come un attacco congiunto alla Federazione Russa”, aggiungendo che “informazioni attendibili sul lancio di armi da attacco aerospaziale verso la Russia comporteranno una risposta nucleare. Una minaccia critica alla sovranità russa, comprese le armi convenzionali, costituirà motivo per una risposta atomica”. Putin ha anche sottolineato che “la Russia si riserva il diritto di utilizzare armi nucleari in caso di aggressione contro la Bielorussia”.
La dottrina nucleare russa era stata già aggiornata a giugno 2020, quando per decreto presidenziale il Cremlino aveva introdotto la possibilità di usare le armi nucleari per un first strike qualora Stati che considerano la Federazione Russa come un potenziale nemico impiegassero sistemi e mezzi di difesa antimissile, missili da crociera e balistici a medio e corto raggio, armi non nucleari e ipersoniche ad alta precisione, veicoli aerei d’attacco senza pilota e armi a energia diretta nonché la creazione e il dispiegamento nello spazio di sistemi di difesa e attacco missilistico. Mosca aveva quindi riaffermato il principio del primo utilizzo di un’arma nucleare (first use), ma solo qualora fosse in corso un attacco atomico, venisse minacciato il deterrente nucleare russo (anche in modo convenzionale o attraverso strumenti cyber), venisse minacciata l’esistenza (e integrità) stessa della Federazione anche con forze convenzionali, ma soprattutto per porre fine a un conflitto a condizioni favorevoli per la Russia.
Bisogna ricordare che la Russia continua ad attenersi al principio di “ultima ratio” per l’uso di armamento atomico (sia esso strategico o non strategico), in quanto in quel documento si ribadiva che Mosca considera le armi nucleari esclusivamente come un mezzo di deterrenza il cui utilizzo rappresenta una misura estrema e forzata, e compie tutti gli sforzi necessari per ridurre la minaccia nucleare e prevenire l’aggravamento delle relazioni tra Stati che potrebbe provocare conflitti militari, compresi quelli nucleari.
La deterrenza è la capacità di impedire un’azione aggressiva avversaria grazie alla sola esistenza/presenza del proprio potenziale militare, sia esso convenzionale o non convenzionale. E ora, come preannunciato, il concetto di deterrenza nucleare russo è stato modificato in modo da ampliare lo spettro di impiego di tali armamenti: in buona sostanza, il Cremlino sta dicendo che anche se viene attaccato da uno Stato che non possiede armi atomiche, ma che è sostenuto militarmente da Stati che le possiedono, è come se questi ultimi fossero direttamente responsabili dell’attacco e quindi ne pagherebbero le conseguenze al pari dello Stato attaccante.
Chi scrive presagiva questo cambiamento, proprio per l’andamento della guerra in Ucraina e per le dinamiche internazionali che si sono stabilite: a fronte della debolezza delle sue forze convenzionali, dimostratesi incapaci di esprimere un deterrente nei confronti della NATO, la Russia ha dovuto ampliare il ventaglio della risposta nucleare includendo il sostegno militare, da Paesi terzi, verso uno Stato in guerra con la Federazione, infrangendo una regola non scritta in vigore dall’inizio della Guerra Fredda, quando USA e URSS si fronteggiavano in conflitti per procura come quello vietnamita.
Questa nuova possibilità postulata da Mosca apre un ulteriore peggioramento del quadro di sicurezza internazionale: non solo la Russia rende il ricorso alle sue armi nucleari più ampio, ma afferma un principio pericoloso nelle relazioni internazionali. Così facendo sta infatti offrendo un precedente per tutti quegli Stati dotati di armamento nucleare che potrebbero facilmente seguire l’esempio russo per avventurarsi in azioni aggressive verso Stati sprovvisti di un arsenale atomico.
Questa possibilità, a dire il vero, era già stata data dallo stesso scoppio del conflitto in Ucraina, ma il recente cambio di postura della deterrenza atomica russa offre un ombrello giustificativo anche contro chi eventualmente si avventurasse in una cobelligeranza non attiva sostenendo militarmente lo Stato non nucleare coinvolto in un ipotetico nuovo conflitto.
Si aprono prospettive inquietanti: questo esempio potrebbe essere seguito dalla Corea del Nord e, ma molto più difficilmente, dalla Cina per le questioni riguardanti Taiwan o il Mar Cinese Meridionale.
Resta da capire se il provvedimento sarà “retroattivo”, ovvero riguardante il conflitto in corso in Ucraina. Ma riteniamo che attualmente il Cremlino stia elevando l’asticella della retorica nucleare per cercare di intimidire gli alleati della NATO e rompere il fronte del sostegno a Kiev.
Dal punto di vista occidentale, questo cambiamento della politica di deterrenza atomica russa comporterà una ridefinizione delle strategie di sicurezza verso un aumento delle capacità da difesa aerea antimissile e un ampliamento dello spettro delle capacità di strike convenzionale e non. In particolare possiamo affermare che quest’ultimo processo è già in discussione negli Stati Uniti, dove a fronte del ritorno dello spettro atomico, soprattutto per via della corsa agli armamenti nucleari da parte della Cina, si sta pensando di aumentare l’efficienza dell’arsenale invece di espanderlo numericamente, senza dimenticare le possibilità date da sistemi convenzionali di attacco ad alta precisione di portata globale, che costituirebbero un valido deterrente contro una paventata escalation atomica.