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Difesa /

Un’indiscrezione che mostra come il grande gioco della difesa europea non si fermi mai. E mentre nei corridoi di Bruxelles si discute di come i Paesi possano integrarsi per costruire un primo “esercito europeo”, negli uffici di aziende e ministeri si muovono i fili dell’industria della difesa. Elemento imprescindibile per comprendere il meccanismo economico che si muove parallelamente al discorso strategico.

In questi giorni, le indiscrezioni riguardano soprattutto l’Italia. Secondo Repubblica, il consorzio franco-tedesco Knds avrebbe deciso di acquistare Oto Melara e Wass da Leonardo, presentando ufficialmente un’offerta. La proposta del colosso europeo prevedrebbe anche il coinvolgimento dell’Italia in uno dei più importanti progetti dei due Paesi sul piano militare: il carro armato Main Ground Combat System (Mgcs). Un progetto su cui Berlino e Parigi stanno puntando molto e che da tempo attira le attenzioni di Roma, interessata a non essere esclusa da quello che può essere un vero elemento rivoluzionario dell’industria bellica Ue. Per adesso, sul fronte “tank”, dalla Germania è tutto fermo in attesa di una nuova maggioranza. La controparte francese appare irritata e Emmanuel Macron, che sulla difesa europea sta puntando tutte le sue carte, è probabile che voglia premere sull’acceleratore, magari coinvolgendo proprio l’Italia (su cui si registrano anche aperture tedesche). Motivo per il quale, sempre secondo Repubblica, sembra che la trattativa su Oto Melara e Wass sia già stata oggetto di un dialogo tra Macron e il premier Mario Draghi.

Il governo italiano non avrebbe dato ancora una risposta, mantenendosi in una fase interlocutoria. Certamente non per contrarietà all’integrazione europea, dal momento che l’esecutivo a guida Draghi ha già ampiamente dimostrato di credere nel progetto. L’autonomia strategica dell’Unione è di interesse anche a Palazzo Chigi e nessuno mette in dubbio l’importanza dell’integrazione anche sul fronte della sicurezza. Tuttavia è evidente che un accordo di questo tipo che coinvolge punte di diamante dell’industria nazionale vada analizzato nel dettaglio. Soprattutto perché anche Fincantieri, come si evince dalle indiscrezioni, appare molto interessata all’acquisizione di Oto Melara e Wass e chiaramente può essere un elemento in grado di cambiare radicalmente il piano delle trattative.

I dubbi della politica

Il motivo non è solo “patriottico”, ma tecnico. Leonardo, con Oto Melara, produce uno dei cannoni più utilizzati dalle flotte mondiali, l’Otobreda 76/62, ed è un’azienda all’avanguardia nel settore degli armamenti per diverse tipologie di unità navali. Un’azienda dunque utilissima non solo per la difesa italiana, ma in generale anche per rafforzare un colosso industriale che fa anche dell’export uno dei suoi punti di forza. Acquisire quella conoscenza aiuterebbe pertanto Fincantieri a blindare il suo comparto tecnologico radicandosi anche sul fronte degli armamenti. D’altro canto anche tutto il know how che era di Wass, l’ex Whitehead poi entrata in divisione Sistemi di Difesa, è altrettanto utile per un’azienda come Fincantieri, visto che da sempre la prima si è occupata di siluri e ora anche di droni sottomarini. Elementi tecnici cui va aggiunto il valore economico. Secondo Milano Finanza, che riporta i dati di Banca Akros, “se si assume un fatturato combinato di Oto Melara e di Weiss di 520 milioni di euro e un ebit di 56 milioni, la valutazione di questo asset rientra nell’intervallo di 520/560 milioni di euro“.

Mentre il futuro di Sistemi di Difesa è ancora da decidere, sindacati e politica si mobilitano. Tanti rappresentanti dei lavoratori sono preoccupati per il destino dei dipendenti, centinaia se non migliaia di operai specializzati e quadri che lavorano in stabilimenti storici su tutto il territorio italiano. Secondo le indiscrezioni, l’offerta di Knds prevede il mantenimento di questi livelli di occupazione, senza quindi alcun tipo di rischio. Ma c’è chi è preoccupato da divisioni e spostamento del centro di interesse altrove rispetto all’Italia. L’assessore allo Sviluppo economico della Liguria, Andrea Benveduti, di fronte alle agitazioni dei sindacati e alle indiscrezioni sull’acquisizione straniera ha ribadito la necessità di un “progetto di rafforzamento e sviluppo industriale” ritenendo “deleterio qualsiasi semplice spacchettamento o vendita parziale dello stabilimento di Leonardo, che finirebbe per minare il futuro dell’ex Oto Melara“. Per la Regione Liguria è fondamentale proteggere i lavoratori di La Spezia. Stesso pensiero fatto proprio dalla Lega, che attraverso Roberto Paolo Ferrari, responsabile Difesa del Carroccio e capogruppo in Commissione alla Camera ha auspicato che “Oto Melara e Wass, poste in vendita da Leonardo, restino di proprietà italiana e pubblica attraverso l’acquisizione da parte di Fincantieri in quanto assetti industriali strategici della Nazione”.

Il deputato, come riportato da Il Sole 24 Ore Radiocor Plus, ha avvertito che “la loro cessione a gruppi industriali stranieri comporterebbe la perdita di un patrimonio industriale fondamentale per il nostro Paese, in prospettiva anche occupazionale, e impedirebbe la realizzazione di importanti sinergie e cooperazioni in ambito europeo che restano una opzione percorribile solo se l’Italia manterrà il controllo sull’apparato nazionale dell’industria della Difesa”.

Anche Forza Italia, attraverso le parole del capogruppo in Commissione difesa alla Camera, Maria Tripodi, ha fatto intendere che la convinzione degli azzurri su Oto Melara e Wass è “preservarne l’Italianità in una prospettiva europea”. “Rimango stupita – dichiara Tripodi – di come si possa pensare ad una cessione di un patrimonio strategico nazionale a gruppi stranieri, occorre invece agire in modo opposto e fare sinergia in primis con player industriali nazionali come Fincantieri e prevedere la partecipazione di Cassa Depositi e Prestiti per dare al comparto della Difesa nazionale un respiro europeo, come i tempi richiedono. Credo che occorra una serie e immediata riflessione a tal proposito e sono fiduciosa che il dicastero si spenda con tutte le energie per tutelare due gioielli del nostro Made in Italy”.

Alberto Pagani, capogruppo Pd della commissione Difesa della Camera, Enrico Borghi, responsabile sicurezza del Pd e Vito Vattuone, commissione Difesa del Senato hanno dichiarato che “l’Italia ha messo in campo risorse importanti per l’ammodernamento della parte terrestre e riteniamo doveroso aprire subito sia un confronto politico-istituzionale che con i lavoratori affinché gli asset restino di proprietà italiana e pubblica attraverso l’acquisizione da parte di Fincantieri”. Mentre Italia Viva, con le parole Giuseppina Occhionero, capogruppo in commissione Difesa alla Camera afferma che “lo sviluppo dell’industria nazionale non può prescindere da una visione di integrazione che guardi alla ricerca anche di partners europei. Il consolidamento della forza produttiva italiana passa dalla sovranità nazionale che va necessariamente salvaguardata”.

I nodi da sciogliere

Il problema però non è solo economico, ma anche, come evidente, strategico e internazionale. Il mosaico è complesso ed entrano in gioco diversi interessi che rischiano anche di essere tra loro in forte collisione.

Da una parte c’è l’Italia, che rischia di cedere all’industria franco-tedesca (soprattutto a forte trazione teutonica) un segmento strategico, ma che allo stesso tempo potrebbe essere coinvolta in uno dei maggiori progetti europei degli ultimi anni, il carro Mgcs. Temi che si intrecciano poi sul fronte politico, e cioè con la saldatura di un’alleanza industriale con Francia e Germania che rafforzerebbe quella difesa europea ormai considerata la stella polare della prossime politiche Ue. Rotta confermata anche dalla “Bussola strategica” presentata da Josep Borrell, Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea.

L’interesse italiano quindi è doppio: maggiore coinvolgimento in Europa e tutela dell’industria strategica nazionale. Leonardo sembra orientata ad aumentare le sinergie con l’industria tedesca ed europea e a rafforzarsi in settori come quello cyber e spaziale. Dall’altra parte c’è una cantieristica che sta facendo passi da gigante e che è diventata talmente competitiva da allarmare anche gli esperti francesi. I due gruppi italiani rischiano quindi, secondo alcuni analisti, di pestarsi i piedi. Tutto questo senza contare l’importanza del tank europeo per la difesa italiana, che rappresenterebbe un passo in avanti significativo non solo nel coinvolgimento industriale in Europa, ma anche un aumento della competitività delle forze terrestri. Elemento, quest’ultimo, spesso sottovalutato nelle logiche della difesa, ma che invece è essenziale sia per la sicurezza italiana sia per le ricadute in termini industriali e tecnologiche.

Una partita complessa, dunque, dove gli interessi sono molteplici. In attesa di ulteriori sviluppi, ora tutti attendono le mosse del governo: se punterà sul colosso italiano Fincantieri, se si proverà a coinvolgere Iveco Defensecome sostenuto da alcuni attenti osservatori – privilegiando in ogni caso il mantenimento dell’italianità di questo fondamentale settore strategico, o se invece si darà il via libera  a una cessione all’estero che appare, per il momento e secondo altri, più fruttuosa a livello economico e in linea con le esigenze europee.