Nuove tensioni nel cuore del Mar Cinese Meridionale. Taiwan ha fatto sapere di aver attivato i suoi sistemi di difesa in seguito al volo di 37 aerei militari cinesi nella zona di difesa aerea (Adiz) dell’isola. Alcuni degli ospiti inattesi hanno proseguito nel loro tragitto, volando nei cieli del Pacifico occidentale.
Il ministero della Difesa dell’isola ha così informato dell’ultima incursione aerea di massa di Pechino: “37 velivoli Pla (e cioè dell’esercito cinese, ndr), inclusi J-11, J-16, H-6, YU-20 e Awacs, sono entrati successivamente nello spazio aereo sud-occidentale di Taiwan. Le forze armate taiwanesi stanno monitorando la situazione da vicino e in risposta hanno inviato aerei Cap, navi militari e sistemi missilistici terrestri”.
Diversi aerei cinesi sono volati nel sud est di Taiwan e hanno attraversato il Pacifico occidentale per eseguire “sorveglianza aerea e addestramento alla navigazione a lunga distanza”. Taipei ha quindi inviato i suoi aerei e le sue navi per sorvegliare quanto stesse accadendo, e ha attivato i sistemi missilistici terrestri usando la sua formulazione standard per come risponde a tale attività cinese.
L’episodio si è verificato alle prime luci dell’alba, a partire dalle 5 del mattino, intorno alle 23 di mercoledì, ora italiana. Tra gli aerei inviati in missione dalla Repubblica Popolare Cinese troviamo i caccia J-11 e J-16, oltre ai bombardieri H-6 con capacità nucleare.

Incursioni a Taiwan
Da anni Pechino fa regolarmente volare la sua forza aerea nei cieli vicino all’isola, che riconosce come parte integrante del proprio territorio, facendo leva sulla One China Policy e sul non riconoscimento di Taiwan come Paese indipendente da parte di tutto il mondo, tranne 13 Stati (tutti di piccole dimensioni e dal peso politico irrisorio, tranne lo Stato del Vaticano e il Paraguay).
Il tempismo dell’azione cinese non è presumibilmente casuale. Laura Rosenberger, presidente dell’American Institute di Taiwan, che gestisce le relazioni non ufficiali tra Washington e Taipei, questa settimana è in visita a Taiwan. Lo scorso lunedì ha detto ai media locali che gli Stati Uniti hanno un interesse duraturo nel preservare la stabilità nello Stretto di Taiwan e che gli Stati Uniti continueranno ad armare l’isola.
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Le mosse degli Usa
A proposito degli Stati Uniti, il Financial Times ha scritto che Usa, Taiwan e Giappone condivideranno i dati in tempo reale raccolti dai droni da ricognizione per rafforzare il coordinamento di fronte alla maggiore assertività della Cina nella regione. Verso la fine della presidenza Trump, gli Stati Uniti hanno annunciato più di 5 miliardi di dollari in vendite di armi a Taiwan, inclusi quattro droni aerei del valore di 600 milioni di dollari, destinati a migliorare le capacità dell’isola e scoraggiare un’eventuale invasione cinese.
Il quotidiano ha anche affermato che Washington consentirà a questi velivoli di integrarsi nel sistema che utilizzeranno i militari statunitensi nella regione e la Forza di autodifesa nipponica. L’iniziativa consentirebbe agli Stati Uniti e ai loro partner di osservare in via simultanea tutte le informazioni raccolte dai veicoli aerei senza equipaggio.
Sul fronte cinese, invece, secondo quanto riportato dal South China Morning Post, Pechino sarebbe convinto in merito al fatto che gli Usa starebbero usando il diritto internazionale come “copertura” per effettuare provocazioni, e riterrebbe di non avere “altra scelta” che intercettare le navi da guerra statunitensi nello Stretto di Taiwan.
Gli specialisti di diritto marittimo americano sostengono invece che le azioni della Cina hanno alimentato e continuano ad alimentare “la possibilità di un conflitto”, e che queste sono un’indicazione secondo cui il Dragone starebbe ignorando lo stesso diritto internazionale. Visioni contrapposte che non fanno altro che alimentare le tensioni.
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