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Quelle che, alcuni mesi fa, erano apparse solo voci di corridoio, ora si sono concretizzate: la Germania intende perseguire un proprio progetto per un caccia di sesta generazione abbandonando, di fatto, il programma franco-tedesco-spagnolo SCAF (Système Aérien du Futur).

A otto anni dal lancio, lo SCAF, che doveva riunire Dassault Aviation, Airbus e Indra Systems, si è quasi del tutto dissolto come neve al sole, portando a una frammentazione di sistemi che non era prevista dal progetto.

La Francia, con Dassault, ha voluto fortemente il predominio della progettazione e costruzione del caccia, arrivando, a luglio di quest’anno, a richiedere l’80% del carico di lavoro complessivo, mentre la Germania, con Airbus, ha sempre osteggiato questa possibilità, per una questione di ripartizione equa del lavoro e dei relativi brevetti. Dassault, nei mesi scorsi, era arrivata al punto di minacciare l’uscita dal programma se le sue condizioni non fossero state accettate, e Berlino, a quel punto, ha cominciato a correre ai ripari: dapprima ventilando l’ipotesi di entrare nel consorzio trinazionale che sta progettando il GCAP (Global Combat Air Programme), poi riformulando lo SCAF come quadro di riferimento per l’interoperabilità e costruendo le proprie fondamenta attorno a un nuovo progetto, il Combat Fighter System Nucleus (CFSN), ovvero un sistema di sistemi del tutto nuovo che vedrà molto probabilmente anche la presenza di un caccia, non solo del primo Combat Cloud operativo in Europa e di una famiglia di CCA (Collaborative Combat Aircraft), velivoli da attacco senza pilota.

Come riferito recentemente dal colonnello Andreas Rauber, responsabile del programma SCAF presso il BAAINBw (l’ufficio federale della Bundeswehr per l’equipaggiamento, informazioni, tecnologia e supporto in servizio), l’”equilibrio globale” del programma è ora “messo in discussione” in quanto “diversi partner propongono di trattare sempre più aerei e sistemi senza pilota come risorse nazionali. Questo rompe completamente l’equilibrio. Questa è la sfida centrale nella transizione alla Fase 2” del caccia di sesta generazione. Queste nuove esigenze di condivisione del lavoro mettono a rischio il progetto nella sua forma attuale. Il colonnello Rauber ha confermato che Dassault e il nuovo ministro della Difesa francese hanno recentemente riaffermato di volere il controllo di maggioranza su specifici ambiti di progettazione, contraddicendo i precedenti accordi di condivisione del lavoro. La Germania, ha quindi affermato di voler continuare con l’impostazione stabilita, ma se questo non funziona più, di considerare delle alternative. La decisione politica da parte tedesca è prevista entro la fine dell’anno.

Al di là della retorica politica, che cerca di salvare le apparenze, la realtà è da tempo sotto gli occhi di tutti: lo SCAF, che dovrebbe fare da contraltare al GCAP italo-anglo-nipponico, si è ridotto alla sua spina dorsale tecnica, ovvero il Combat Cloud e la sua architettura dati sottostante. Sono gli stessi funzionari del BAAINBw a definire il programma principalmente come “un quadro di coordinamento per l’interoperabilità tra sistemi nazionali”, lasciando intendere che il caccia di sesta generazione verrà fatto singolarmente da Francia e Germania, senza più una collaborazione per la cellula del velivolo pilotato. I dimostratori di sensori e collegamenti dati rimangono nel programma condiviso, ma il concetto di un unico velivolo costruito congiuntamente è praticamente scomparso.

La tabella di marcia della Luftwaffe delinea quattro obiettivi principali per un’era post-SCAF: il CFSN Combat Cloud, ovvero la parte nazionale di comando e condivisione dati che forma la spina dorsale made in Germany del più ampio SCAF Combat Cloud per garantire l’interoperabilità; lo sviluppo di un CCA in due classi di sistemi (da 4-5 tonnellate e 10 tonnellate di peso) per ruoli di scorta, attacco e disturbo; l’integrazione delle piattaforme esistenti (Eurofighter, F-35A e futuri droni). Per quanto riguarda il velivolo vero e proprio che sarà l’espressione tangibile del Next Generation Fighter (NGF) Berlino vuole sviluppare un successore dell’Eurofighter, idealmente in collaborazione con Spagna e/o Svezia, quest’ultima ritiratasi dal programma Tempest, poi maturato in GCAP, la quale sembra essere il partner privilegiato quando (ormai non più “se”) lo SCAF fallirà. Parallelamente, la Germania ha avviato colloqui tecnici coi membri del GCAP nel Regno Unito e in Italia per esplorare l’allineamento dei collegamenti dati e dell’interoperabilità tra il CFSN e l’architettura di sistema anglo-italiana-giapponese, espandendo la compatibilità del Combat Cloud nei progetti europei.

Secondo i piani tedeschi, la Germania, sarà la prima nazione in Europa a rendere operativa un velivolo da combattimento senza pilota nell’ambito del CFSN con due piattaforme: una leggera che si concentrerà sull’estensione dei sensori e sulla guerra elettronica e una pesante destinata a missioni di attacco e superiorità aerea. Il fabbisogno totale delineato dalla Luftwaffe per i CCA più grandi è attualmente di circa 400 sistemi, con l’approvvigionamento e le consegne iniziali per i test previsti per il 2029. Berlino vorrebbe assumere la leadership nello sviluppo del CCA europeo, con almeno una linea di produzione e una suite di sistemi di missione da progettare e costruire a livello nazionale. Il Combat Cloud del CFSN nelle intenzioni tedesche fungerà da spina dorsale digitale per tutti i caccia di sesta generazione europei, collegando piattaforme con e senza pilota attraverso uno scambio di dati crittografato pienamente compatibile con il Federated Mission Networking della NATO e con gli standard Link 16/22/MADL.

Parigi, al contrario, sta consolidando il suo concetto nazionale di NGF basato sullo standard Rafale F5. Dassault sta evolvendo l’F5 in una nuova piattaforma con sistemi basati su un nuovo radar e un nuovo motore, insieme a un’interfaccia per il collegamento manned-unmanned. I funzionari francesi ritengono questa strada un’evoluzione economicamente vantaggiosa che mantiene la sovranità industriale, escludendo però di fatto i partner stranieri dallo sviluppo.

Una scelta, quella francese, che porta con sé diverse criticità: dal punto di vista interno pur rafforzando la posizione di mercato e il controllo nazionale di Dassault, essa limita l’apporto tecnologico e la portata del programma a causa della scarsa cooperazione esterna; dal punto di vista della politica industriale e della difesa europea, le imposizioni francesi hanno portato alla ulteriore frammentazione del panorama dei velivoli di sesta generazione in Europa, con la Germania che intende proseguire con un nuovo progetto. Tre programmi per un sistema di sistemi aereo di sesta generazione non sono assolutamente compatibili con la nuova politica europea della Difesa, e vanno contro il pilastro centrale del ReArm Europe, ovvero la razionalizzazione del procurement militare volta a impiegare meglio i fondi della Difesa, sino a oggi sparsi in numerosi sistemi omologhi acquistati dalle nazioni europee. Berlino dovrebbe dimostrare più saggezza (di Parigi) e ripensare alla prima opzione che si era ventilata: una forma di collaborazione nel GCAP, che è destinato a essere il primo caccia di sesta generazione europeo data la felice forma di collaborazione stabilita tra i tre Paesi partner.

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