Burevestnik, la Russia testerà nuovamente il missile a propulsione nucleare

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Durante la prima settimana di agosto si era diffusa la notizia che la Russia avrebbe potuto effettuare, a breve termine, un altro test del missile da crociera a propulsione nucleare Burevestnik, una delle “nuove armi” che Mosca ha pubblicizzato nel 2018.

Le prime avvisaglie del possibile nuovo test si erano avute però a luglio, quando il Barents Observer aveva portato all’attenzione del pubblico alcuni inusuali movimenti di naviglio tra il porto di Arkhangelsk e la Nuova Zemlja, dove è localizzato il sito di test di Pankovo. Ad agosto, poi, la Russia aveva emesso un NOTAM (Notice To Airmen) per avvisare la limitazione al volo nello spazio aereo di una regione artica intorno alla Nuova Zemlja vasta circa 40mila Kmq. Insieme a movimenti di velivoli dell’agenzia atomica russa Rosatom, e all’arrivo di un WC-135R “Constant Phoenix” dell’U.S. Air Force, aereo utilizzato per captare le particelle radioattive in atmosfera, si presumeva che il test avvenisse intorno al 14 agosto, vista anche la scadenza del NOTAM. A oggi, invece, nessun test è stato effettuato, e gli ultimi preparativi – evidenziati da traffico aereo tra l’isola e il continente – si sono osservati a cavallo del 3 settembre, mentre l’ultimo NOTAM è scaduto il 6.

A cosa è dovuto questo ritardo? Solitamente l’emissione di un NOTAM che limita o chiude lo spazio aereo di una determinata area geografica viene fatta, in questi casi, in concomitanza con un test di volo di qualche vettore missilistico, ma la Russia ha continuato a rinnovare l’avviso per un mese sino a farlo scadere. Il test è quindi stato sospeso e rinviato sine die? Probabilmente no.

La continuazione dei preparativi e la presenza nell’area del WC-135 fanno pensare che siamo prossimi a vedere un test del “Burevestnik”, ma viene da chiedersi il perché di questo lungo periodo di “preparazione” che intercorre dall’emissione del primo NOTAM di inizio agosto.

Come sappiamo, i test precedenti del “Burevestnik non sono tutti andati a buon fine, e in un’occasione ci sono state anche delle vittime: ad agosto 2019 un incidente nella base di Severodvinsk ha provocato la morte di 5 tecnici della Rosatom ed il rilascio in atmosfera di una nube radioattiva che è stata subito segnalata dal sistema di monitoraggio internazionale IMS, l’organo predisposto alla verifica della messa al bando dei test nucleari. Potrebbero esserci quindi problemi tecnici dietro a questo ritardo, ma non è nemmeno da escludere che Mosca abbia deciso il rinvio del test per questioni puramente politiche: il 15 agosto, infatti, si è tenuto il vertice tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il suo omologo russo Vladimir Putin ad Anchorage, in Alaska. Il test di un vettore missilistico pensato per portare una carica atomica non sarebbe stato visto come espressione di apertura diplomatica tra le due superpotenze nucleari.

Sebbene non siano stati emessi NOTAM nel momento in cui scriviamo, i servizi segreti norvegesi sostengono che il test del “Burevestnik” sia imminente, anche senza considerare che le condizioni climatiche obbligano la Russia a effettuarlo prima che il gelo invernale renda particolarmente difficoltoso l’andirivieni delle navi e degli aerei di sostegno al collaudo. Inoltre le autorità russe hanno vietato la navigazione alle navi in diverse ampie aree dei mari di Barents e di Kara sino al 22 settembre.

La principale preoccupazione degli esperti è che il test finisca male, e ci si ritrovi con un piccolo reattore nucleare disperso sui fondali di qualche tratto di mare dell’Artico, ma in ogni caso anche se il collaudo dovesse risultare positivo, la stessa tecnologia del “Burevestnik” pone dei seri rischi ambientali per quanto riguarda la contaminazione radioattiva.

Il motore nucleare del vettore, infatti, non ha la possibilità di essere schermato a dovere per questioni di peso, pertanto il reattore contaminerebbe l’aria ingerita dal missile dal missile da crociera ed emessa dalla turbina per la sua propulsione.

Secondo l’intelligence militare statunitense, solo uno dei 13 test missilistici noti dal 2016 al 2024 ha avuto un discreto successo e sempre l’intelligence USA riferiva nel 2019 che il “Burevestnik” sarebbe entrato in servizio entro il 2025, in anticipo rispetto alle previsioni precedenti. Oggi questa data sembra essere stata spostata più lontano nel tempo, stante l’esito dei test e le difficoltà tecniche incontrate dalla Russia.

Del missile, noto anche con la sigla 9M730 (o SSC-X-9 “Skyfall” in codice NATO), si sa molto poco: sono trapelate rare e parziali immagini, ma sappiamo che il contenitore di lancio del vettore (o canister in gergo) è lungo circa 12 metri e che il “Burevestnik” ha delle ali ripiegabili e un disegno con caratteristiche stealth per cercare di eludere l’individuazione radar. Il profilo di volo è intuibile dal suo stesso nome: così come la procellaria (in russo burevestnik), il missile vola a bassissima quota, quasi a pelo d’acqua. Questa capacità, denominata sea skimming, unita a una configurazione della fusoliera per avere un qualche tipo di invisibilità radar, ne renderebbero molto difficile l’individuazione e l’aggancio da parte dei radar terrestri, navali o aerei.

Per quanto riguarda il suo raggio d’azione c’è ancora una controversia: la Russia sostiene che, grazie al suo reattore nucleare, esso sia illimitato, mentre le fonti specializzate occidentali riferiscono che in realtà sia di 3mila chilometri. Si tratta comunque di un’arma di rappresaglia (o second strike) al pari del supersiluro – anch’esso a propulsione nucleare – “Poseidon”, pensato per colpire i porti statunitensi dopo un attacco nucleare contro il territorio della Federazione russa.

In ogni caso, l’idea russa di un missile a propulsione nucleare non è originale. Gli Stati Uniti hanno sperimentato questa tecnologia in modo estensivo negli anni Sessanta ed in particolare l’U.S. Air Force aveva in progetto di sviluppare un missile supersonico denominato SLAM (Supersonic Low Altitude Missile) impiegante un sistema di propulsione nucleare – ramjet che ricorda molto da vicino la soluzione impiegata sul Burevestnik. Il progetto, denominato “Plutone”, è stato poi abbandonato non tanto per questioni ambientali, ma perché Washington temeva di esacerbare la corsa agli armamenti nucleari con l’Unione Sovietica.