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Difesa

Bunker e tunnel, il Giappone fortifica le basi per non finire come gli Usa nel Golfo

Nel piano di aumento delle spese della difesa nipponico c'è anche la costruzione di bunker e tunnel nelle basi militari: una lezione appresa in Medio Oriente
Phanton aereo Giappone (Pixabay)

Il metro di come il Giappone percepisce la serietà della minaccia militare cinese, russa e nordcoreana può essere dato dalla recente decisione di fortificare le proprie basi militari, piuttosto che dalla formidabile politica di riarmo intrapresa da Tokyo negli ultimi due lustri. Bunker, tunnel e costruzioni sotterranee rinforzate sono opere dispendiose, assolutamente passive in quanto strettamente difensive, e che sono destinate a durare a lungo nel tempo: ancora oggi le fortificazioni delle due guerre mondiali, o di guerre precedenti, sono presenti un po’ ovunque in Europa.

Oltre al rilancio generale del suo strumento militare, in base ai piani adottati nel 2022, che stanno portando a maggiori investimenti nella Difesa con una stima della percentuale di PIL destinata che toccherà probabilmente il 3,5% in breve tempo, il Giappone sta costruendo bunker in cemento e scavando tunnel per la difesa passiva contro possibili attacchi cinesi alle sue basi. Qualcosa che gli Stati Uniti, inspiegabilmente, non sono riusciti a fare né in Asia né in Medio Oriente.

I timori giapponesi non sono infondati: quasi ogni giorno, navi della guardia costiera cinese entrano nella zona contigua (da 12 a 24 miglia dalla costa) intorno alle isole Senkaku, che si estendono quasi fino a Taiwan, e sconfinano frequentemente nelle acque territoriali giapponesi. Va notato che la guardia costiera cinese possiede navi delle dimensioni di fregate o cacciatorpediniere di altre marine militari, dotate di cannoni automatici del tipo utilizzato in combattimento piuttosto che per il mantenimento dell’ordine pubblico. La loro retorica bellicosa nei confronti delle controparti giapponesi rispecchia quella del loro governo. Le pattuglie aeree congiunte cinesi e russe innervosiscono la difesa aerea giapponese, così come i crescenti voli di droni di Pechino in prossimità dell’arcipelago nipponico. L’insistenza della Cina sul fatto che le isole Senkaku siano cinesi è di vecchia data, ma si è fatta più veemente negli ultimi anni. Nel frattempo, il Giappone guarda con sgomento a una Cina il cui arsenale nucleare sta crescendo rapidamente, così come quello della Corea del Nord, e al nuovo partenariato strategico tra i due Paesi asiatici e la Russia, che si è tradotto in una vera a propria alleanza tra Mosca e Pyongyang.

I leader politici, militari e dell’intelligence giapponesi, così come gli esperti accademici, sono alquanto pessimisti, e si aggrappano al Trattato di sicurezza con gli Stati Uniti, con la consapevolezza però che, attualmente, il loro storico alleato è meno disposto a sacrificarsi per la difesa altrui, pertanto il loro governo sta facendo cose un tempo impensabili per garantire la propria difesa.

Le difese passive, come i bunker, le fortificazioni o gli shelter per gli aerombili, erano una prassi consolidata durante la Guerra Fredda, ma gli Stati Uniti sembrano averla dimenticata come dimostrato durante la campagna aerea nel Golfo Persico che ha preso il nome “Epic Fury”. Una lezione, quella del recente conflitto tra USA e Iran, che molto probabilmente è alla base della decisione nipponica di cominciare a fortificare le proprie basi militari.

L’Iran, a ostilità appena aperte, ha dimostrato la capacità di colpire le basi statunitensi nella regione mediorientale con missili balistici e droni one way a lungo raggio. Tralasciando la strategia di saturazione adottata per superare le difese missilistiche, che sostanzialmente si è rivelata efficace in parecchi casi, gli attacchi iraniani hanno messo alla luce l’impreparazione generale del CENTCOM (Central Command) al conflitto per quanto riguarda la protezione passiva delle installazioni militari più importanti come le basi aeree o siti radar. Alcuni attacchi iraniani avrebbero potuto produrre danni molto minori se il comando statunitense avesse provveduto a costruire protezioni – anche improvvisate – per i suoi assetti come ripari con sacchi di sabbia per gli aeromobili, o prefabbricati coi quali mettere al sicuro depositi di munizioni, centri logistici, di comando e radar.

Come abbiamo già avuto modo di analizzare, è mancata anche la basilare procedurra di dispersione degli assetti presenti nelle basi aeree: l’attacco di marzo 2026 alla base saudita Prince Sultan situata ad Al Kharj, non lontano da Riad, ha danneggiato parecchie aerocisterne tipo KC-135 presenti nel sito oltre ad aver distrutto un aereo AWACS (Airborne Warning and Control System) E-3 “Sentry” proprio perché gli aeromobili erano parcheggiati a poca distanza gli uni dagli altri senza alcun tipo di protezione. Qualcosa che sarebbe stato inammissibile durante la Guerra Fredda in caso anche solo di crisi internazionale. La medesima situazione si ritrova anche in altre basi aeree, e non solo in Medio Oriente: immagini satellitari di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, mostrano la stessa identica metodologia di parcheggio dei velivoli.

Pertanto, è ragionevole pensare che il Giappone, considerando che la Repubblica Popolare Cinese possiede un arsenale missilistico, di droni e più in generale capacità di attacco aereo molto più grandi ed efficaci rispetto a quelle iraniane, le quali comunque sono state capaci di infliggere danni alle forze statunitensi, abbia deciso di rivedere completamente la sicurezza delle proprie basi militari avviando la costruzione di difese passive esattamente come quelle che era possibile osservare durante la Guerra Fredda.

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