Le esercitazioni navali dei BRICS nelle acque sudafricane non sono un semplice evento addestrativo. Il loro svolgimento, dal 9 al 16 gennaio, al largo di Città del Capo, restituisce l’immagine di un mondo che si riorganizza per blocchi anche sul piano militare. L’operazione, ribattezzata Will for Peace 2026, riporta il Sudafrica al centro di una dinamica geopolitica che inevitabilmente lo espone a nuove frizioni con Washington.
Per il governo sudafricano, ospitare le manovre è una scelta coerente con la collocazione strategica del Paese nel campo del multipolarismo. Le South African National Defence Force parlano apertamente di protezione delle rotte marittime e di rafforzamento della cooperazione per la sicurezza. Ma il contesto racconta altro: Pretoria continua a rivendicare una linea autonoma, mentre gli Stati Uniti osservano con crescente irritazione l’intensificarsi dei legami sudafricani con Russia, Cina e Iran.
Non è un caso che le tensioni si riaccendano proprio ora. Le esercitazioni BRICS del 2023, coincise con l’anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina, avevano già segnato un punto di rottura simbolico con l’Occidente. Da allora, il rapporto con Washington non si è più ricomposto del tutto.
La presenza cinese e russa: molto più di una bandiera
La regia dell’esercitazione è affidata a Pechino. Un cacciatorpediniere lanciamissili cinese ha attraccato a Simonstown, ex base britannica e oggi cuore della marina sudafricana. Un dettaglio che pesa più di molte dichiarazioni ufficiali. La Cina non si limita a partecipare: guida, coordina, mostra capacità di proiezione navale lungo le rotte che collegano l’Oceano Indiano all’Atlantico.
Mosca, dal canto suo, schiera unità leggere ma simbolicamente rilevanti, confermando la volontà di mantenere una presenza navale visibile anche lontano dai propri mari tradizionali. L’Iran completa il quadro, rafforzando l’idea di un asse marittimo che sfida apertamente l’ordine di sicurezza dominato dall’Occidente.
Il BRICS allargato e la dimensione politica
Le manovre riflettono l’evoluzione dei BRICS, ormai ben oltre il nucleo originario. L’ingresso di nuovi membri mediorientali e africani ha trasformato il gruppo in una piattaforma politica e strategica che ambisce a incidere anche sugli equilibri militari. La sicurezza marittima diventa così un linguaggio comune, un terreno “tecnico” dietro cui si cela una chiara affermazione di autonomia strategica.
Negli Stati Uniti, la lettura è opposta. Le esercitazioni nel Sud globale, con navi cinesi, russe e iraniane a pochi chilometri da una delle principali rotte commerciali del pianeta, sono percepite come una provocazione indiretta. Il precedente dell’esclusione del Sudafrica dal prossimo G20 negli Usa pesa come un macigno: un segnale politico che Pretoria non ha dimenticato e che contribuisce a irrigidire ulteriormente le posizioni.
Il mare come anticamera del nuovo disordine
Al di là dei dettagli operativi, Will for Peace 2026 racconta una verità più ampia: il mare è tornato a essere uno spazio di competizione sistemica. Le esercitazioni BRICS non minacciano direttamente nessuno, ma servono a dimostrare che esiste un’alternativa all’ombrello di sicurezza occidentale. Per il Sudafrica è una scommessa rischiosa, per Cina e Russia un tassello di lungo periodo, per Washington un segnale che il controllo degli oceani non è più scontato.
In questo quadro, le navi al largo di Città del Capo non stanno solo facendo addestramento. Stanno scrivendo, manovra dopo manovra, un capitolo del nuovo equilibrio globale.
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