Il Mossad, custode della proiezione militare e dell’attivismo di politica estera, da un lato. Lo Shin Bet, garanzia della sicurezza interna, dall’altro. Non una faida, ma sicuramente una gara di popolarità quella che va in scena tra le principali agenzie di sicurezza di Israele in una fase critica seguita al ritorno al potere di Benjamin Netanyahu.

Al centro del dibattito, l’estensione degli accordi di Abramo, che per il Mossad hanno una chiara proiezione securitaria e strategica e per lo Shin Bet, invece, sono in accordo con il nuovo governo il perno per il contrasto muscolare agli avversari del Paese. In ordine crescente di pericolosità, Hamas, i guerriglieri libanesi di Hezbollah e l’arcinemico Iran. Dunque è una diplomazia parallela quella portata avanti dagli apparati di intelligence in una fase convulsa per il Paese.

Il governo di estrema destra e iper-nazionalista di Netanyahu ha dato in mano a Itamar Ben Gvir, tribuno radicale di Potere Ebraico, uno strategico ministero per la Sicurezza Nazionale operante negli ambiti di controllo sul fronte interno e ha invece nel moderato del Likud Eli Cohen il nuovo ministro degli Esteri. Si pone dunque per Israele il dilemma sulla necessità di proseguire o meno con la linea di politica estera di soft e hard power seguita a lungo con l’apertura ai Paesi Arabi. In particolare, la scelta è tra lo status quo e l’inserimento dei nuovi Accordi di Abramo in una politica estera più assertiva.



La strategia del Mossad

Il Mossad, che ha condotto senza esitazione la “guerra ombra” all’Iran nel Medio Oriente e nelle sue propaggini teme di perdere, in quest’ottica, il sostegno e l’appoggio decisivo degli Stati Uniti alla linea di mano libera seguita finora, che ha portato all’attacco a siti militari iraniani in Siria, a colpire le navi che portavano armi a Hezbollah e a eliminare gli scienziati nucleari di Teheran. Il monito del Segretario di Stato Usa Antony Blinken, come ha spiegato Allegra Filippi su queste colonne, di recente è stato chiaro: le faide interne allo Stato ebraico e la deriva estremista di settori della maggioranza rischiano di alienare parte del totale sostegno americano al sesto governo Netanyahu. E di conseguenza il Mossad vuole tutelarsi come attore che si mantiene negli alvei democratici, operativi e istituzionali.

Gabriele Carrer e Emanuele Rossi su Formiche hanno a tal proposito riconosciuto l’importanza di una vera e propria strategia diplomatica del Mossad, il cui direttore David Barnea ha di recente organizzato una visita a Gerusalemme del presidente del Ciad, Paese cruciale per la lotta al jihadismo in Africa, Mahamat Deby. “Da un lato, le intelligence (su tutte il Mossad) muovono le proprie attività per definire un’agenda che travalica i termini — temporali e operativi — dei governi, dimostrando la centralità degli apparati nel sistema di amministrazione del Paese”, scrivono Carrer e Rossi.

“Dall’altro (abbinato e conseguente) c’è la necessità anche per Israele di essere più presente in Africa — continente dove si muove parte dell’attuale e futura competizione tra medie e grandi potenze” e in cui, invece, lo Shin Bet presidia con il suo ex esponente Ron Levy, la strategia del ministero degli Esteri rivolti a un attore ben più ambiguo, il Sudan. Paese assai più autocratico del Ciad, così come lo è la Giordania in cui Ronen Bar, direttore dello Shin Bet, ha accompagnato in visita Netanyahu. Il citato Carrer ha dato visibilità a questi dati di fatto in un thread Twitter.

Lo scontro sugli accordi di Abramo

Il Mossad dà un’interpretazione a trecentosessanta gradi degli accordi di Abramo e vive ancora con le linee guida inaugurate nel 2020 dal quinto governo Netanyahu. “Bibi” ha invece una proiezione più diretta col suo sesto esecutivo, di matrice securitaria: gli Accordi di Abramo come garanzia dell’ottenimento del minimo disturbo possibile nella gestione del fronte interno, del giro di vite sulla Palestina e del rilancio degli insediamenti a Gaza e in Cisgiordania. In mezzo, diplomatici come Cohen provano a far coesistere le due anime.

Lo Shin Bet gioca la politica estera funzionalmente all’obiettivo di Netanyahu di erigere una fortezza in Israele e non manca di alzare muri tutt’altro che metaforici: a fine gennaio ha revocato d’arbitrio i permessi di ingresso in Israele a 230 palestinesi risiedenti nella Striscia di Gaza, accusandoli di essere membri di Hamas o loro fiancheggiatori. Inoltre, sta innalzando i livelli di guardia contro attentatori interni e sostenitori di Hezbollah, fatto comprensibile dopo la recente ondata di attentati ma che fa gioco alla strategia di una politica estera di stampo unicamente securitario. A cui il Mossad, “falco” interventista in diverse circostanze, non vuole però pienamente cedere il passo. Conscio che è dai legami politici di sistema, dalle alleanze politiche a tutto campo e dalla creazione di un clima disteso e non divisivo che si giudicherà la prospettiva di messa in sicurezza di Israele.

Naftali Bennett e Yair Lapid, tra 2021 e 2022, da primi ministri hanno capito questo dato di fatto, espandendo gli Accordi di Abramo a prescindere dalla volontà di avere alleati di primo piano contro Hamas, Hezbollah e l’Iran. Netanyahu sembra contraddire sé stesso dopo il ritorno al potere. E alle spalle del premier si apre la “guerra” tra le spie di Tel Aviv. Interpreti di visioni diverse della politica estera e della rete di alleanze. Con lo Shin Bet pronto a ogni tipo di alleanza pur di contrastare i nemici irriducibili del Paese. Esattamente come i falchi del nuovo governo.