Se la massima priorità nella politica estera degli Usa coincide con il contenimento della Cina nell’Indo-Pacifico, allora Washington dovrà dirottare gran parte dei suoi investimenti per realizzare questo obiettivo. Riorganizzando le proprie forze militari dislocate nella regione, ma anche finanziando nuovi progetti e, soprattutto, ascoltando le richieste dello Us Indo-Pacific Command (Usindopacom).
Già, perché il Comando Unificato delle Forze armate degli Stati Uniti, responsabile per l’area dell’oceano Pacifico e gran parte dell’oceano Indiano, ha appena presentato al Congresso un elenco formato da 30 importanti progetti per un costo complessivo di 3,5 miliardi di dollari. Progetti, va da sè, che non sono entrati nella richiesta di budget fiscale relativa al 2024 del Pentagono del valore di 842 miliardi di dollari.
In altre parole, lo Usindopacom ha stilato una vera e propria lista dei desideri, si è appellato ai legislatori nazionali e ha chiesto loro di concedere un extra budget rispetto a quanto messo a bilancio dall’amministrazione Biden, nel tentativo di rafforzare la presenza Usa nell’area indopacifica e scoraggiare la Cina dal compiere azioni indesiderate.
Occhi sull’Indo-Pacifico
Come ha sottolineato il sito Defense News, si tratta della più grande richiesta di priorità non finanziate dei sei comandi operativi statunitensi. L’Africa Command, al secondo posto di questa speciale classifica, ha chiesto 397,8 milioni di dollari per la sua lista di priorità non finanziata principalmente per sviluppare una “presenza persistente” in Somalia.
La lista dei desideri del Northern Command ammonta invece a 376,7 milioni, e comprende diversi aggiornamenti chiave all’architettura di difesa aerea del North American Aerospace Defense Command. Una parte significativa dei 278,3 milioni richiesti dal Southern Command, che sovrintende alle forze statunitensi in America Latina, è destinata alle difese aeree.
L’elenco di 159,5 milioni di dollari del Comando europeo include invece denaro per aggiornare le basi contro le minacce missilistiche, mentre il Comando centrale, che sovrintende alle forze statunitensi nel Grande Medio Oriente, cita la minaccia dei droni iraniani nella sua lista di priorità non finanziate da 280 milioni di dollari.
Ebbene, il totale delle richieste di questi cinque comandi ammonta a meno della metà dell’elenco delle priorità non finanziate del Comando Indo-Pacifico. Del resto, gli Stati Uniti stanno espandendo la loro presenza in quest’area intensificando la cooperazione con i vicini della Cina e cercando di ridistribuire le loro forze armate – situate per lo più nel nord-est asiatico – in tutta la regione, posizionando più truppe più vicino a Taiwan.
La lista dei desideri per contrastare la Cina
Scendendo nei dettagli, e cercando di capire quali sono le richieste dello Usindopacom, notiamo come la parte più consistente dell’elenco delle priorità non finanziate del Comando Indo-Pacifico consista nel chiedere al Congresso lo stanziamento di 511 milioni di dollari extra “per ammassare rapidamente le forze, più volte all’anno, come parte di un insieme sincronizzato di operazioni, attività e investimenti”.
L’elenco include inoltre finanziamenti per progetti di alto profilo, tra cui la difesa di Guam dai missili balistici, ipersonici e da crociera cinesi o nordcoreani, oltre ad aggiornamenti per intercettori missilistici, artiglieria a lungo raggio, sensori spaziali, effetti informatici offensivi e più esercitazioni nell’area.
Tra i desideri troviamo poi 493 milioni da destinare all’acceleramento dello “sviluppo di armi di precisione per colpire obiettivi a lungo raggio, a medio raggio e tattici”; 357 milioni per l’intercettore Sm-6 Block 1B, necessario al fine di aumentare la capacità di armi a lungo raggio terrestri e navali per colpire la capacità di guerra anti-superficie nemica; 275 milioni per la prossima generazione di architettura spaziale di difesa nazionale per consentire le operazioni militari statunitensi e le risposte alle minacce e agli avversari multidominio emergenti; e 151 milioni di dollari per il missile Precision Strike.
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La corsa al riarmo dell’Asia
Queste richieste, tra l’altro, come ha fatto notare Defense One, si aggiungono ai 9,1 miliardi di dollari che questa settimana il Pentagono ha chiesto al Congresso di approvare per la “deterrenza del Pacifico“. Stiamo parlando di fondi destinati a investimenti critici, tra cui basi aeree resilienti e distribuite, nuova architettura di allarme e tracciamento missilistico, costruzione per consentire una postura migliore, finanziamenti per la difesa di Guam e Hawaii e condivisione di informazioni, addestramento e sperimentazione multinazionale.
Come se non bastasse, gli Usa vogliono rafforzare la cooperazione militare con le Filippine e puntare su quattro basi militari dislocate in questo Paese asiatico; due dei siti potrebbero trovarsi nell’isola settentrionale di Luzon e nella provincia sudoccidentale di Palawan mentre non è chiaro dove sarebbero gli altri due. In cambio, gli Stati Uniti hanno offerto assistenza militare a Manila, compresi i droni, preziosi per consentire all’esercito filippino di monitorare l’attività della Cina nel Mar Cinese Meridionale.
Ma ad alterare i fragili equilibri asiatici troviamo anche le decisioni varate dai governi locali. I principali player dell’Asia stanno investendo ingenti risorse nella Difesa tanto che, tra il 2010 e il 2020, la spesa militare nella regione asiatica è cresciuta del +52,7%. Molto di più, ha fatto notare lo Stockholm International Peace Research Institute, del +14,4% fatto segnare nello stesso lasso di tempo dall’Europa e del -10,6% del Nord America.
La punta dell’iceberg che rappresenta nel modo migliore e più evidente questa necessità al riarmo è il Giappone, con Tokyo spinto ad intraprendere una nuova strategia: costruire un sistema di difesa che non dipenda esclusivamente dall’ombrello statunitense. E poi ci sono da monitorare la Corea del Sud, per la quale si sta parlando della possibile (ma complicata) introduzione di armi nucleari, la Cina stessa e la Corea del Nord.
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