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Difesa

Bahrain, il punto debole del sistema di sicurezza Usa nel Golfo Persico

Per il Bahrein, oggi, continuare ad affidare la propria sicurezza alla protezione Usa significa rimanere bersaglio della strategia iraniana.

Per decenni il Bahrein è stato considerato una retrovia sicura dell’architettura strategica americana nel Golfo Persico. Oggi quello scenario appare profondamente mutato. La guerra che coinvolge Iran, Stati Uniti e Israele ha trasformato il piccolo regno insulare in uno dei punti più delicati dello scontro regionale, dove la competizione militare si intreccia con divisioni confessionali, interessi energetici e stabilità finanziaria. La presenza della Fifth Fleet della Marina statunitense, tradizionale garanzia di sicurezza per la monarchia dei Khalifa, rischia infatti di trasformarsi nel principale fattore di esposizione militare del Paese. Le basi americane, da elemento di deterrenza, diventano obiettivi strategici in caso di escalation.

Una storia mai realmente conclusa

Le tensioni tra Teheran e Manama non nascono con il conflitto attuale. Per oltre due secoli l’Iran ha rivendicato una speciale relazione storica con l’arcipelago, arrivando nel Novecento a considerarlo formalmente parte del proprio territorio. L’indipendenza del Bahrein, riconosciuta dopo il processo promosso dalle Nazioni Unite nel 1970, chiuse formalmente la controversia territoriale ma non eliminò le diffidenze reciproche. La Rivoluzione islamica del 1979 riaprì una nuova fase, questa volta non fondata sulle rivendicazioni territoriali bensì sulla competizione ideologica tra la Repubblica islamica sciita e una monarchia sunnita strettamente legata agli Stati Uniti e all’Arabia Saudita. Da allora il Bahrain rappresenta uno dei principali teatri della cosiddetta guerra grigia combattuta tra Teheran e le monarchie del Golfo.

La frattura confessionale come vulnerabilità strategica

L’elemento che distingue il Bahrein dagli altri Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo è la sua composizione demografica. La maggioranza della popolazione musulmana appartiene infatti all’Islam sciita, mentre il potere politico, militare e amministrativo resta saldamente nelle mani della famiglia reale sunnita. Questa asimmetria costituisce da decenni uno dei principali fattori di vulnerabilità dello Stato. Dopo le proteste del 2011, represse anche grazie all’intervento militare saudita, il rapporto tra governo e opposizione sciita è progressivamente peggiorato. Secondo organizzazioni internazionali per i diritti umani, negli ultimi anni sono aumentati arresti, revoche della cittadinanza e procedimenti giudiziari nei confronti di esponenti dell’opposizione sciita, alimentando un clima di forte polarizzazione interna.

La Quinta Flotta: da garanzia a bersaglio

Il Bahrein ospita il quartier generale della Quinta Flotta americana, uno degli assetti navali più importanti degli Stati Uniti nel Medio Oriente. Questa presenza garantisce da decenni la protezione delle rotte energetiche, il controllo delle acque del Golfo e il contenimento della proiezione navale iraniana. Ma la guerra ha modificato radicalmente il significato strategico della base. Negli ultimi mesi Teheran ha più volte indicato le installazioni militari americane presenti nei Paesi del Golfo come obiettivi legittimi in caso di attacchi contro il territorio iraniano. In tale contesto, le recenti dichiarazioni diffuse dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) sull’operazione denominata “Nasr-2”, nella quale viene rivendicato un attacco contro infrastrutture militari statunitensi in Bahrein, rappresentano soprattutto un messaggio politico e strategico. Al momento, molte delle rivendicazioni diffuse dalle parti coinvolte richiedono verifiche indipendenti.

La crisi del modello economico

Il Bahrein possiede riserve petrolifere significativamente inferiori rispetto ai vicini del Golfo. Negli ultimi decenni ha quindi costruito la propria prosperità sviluppando servizi finanziari, investimenti esteri e attività bancarie, diventando uno dei principali hub finanziari della regione. Questo modello si fonda su due pilastri: sicurezza e stabilità. Se i mercati iniziassero a percepire il Bahrein come un teatro di guerra permanente, il danno economico potrebbe essere ben più grave degli effetti diretti degli attacchi militari. Per un’economia che vive di fiducia internazionale, la perdita della reputazione rappresenta un rischio sistemico.

Hormuz cambia le regole del gioco

La crescente militarizzazione dello Stretto di Hormuz modifica profondamente gli equilibri regionali. Per l’Iran, la capacità di minacciare il traffico energetico costituisce uno strumento di pressione strategica. Per il Bahrain, invece, significa vedere compromessa la libertà di movimento commerciale da cui dipende larga parte della propria economia. La sicurezza marittima non è più soltanto una questione navale, ma diventa un problema di sopravvivenza economica.

L’ombra degli Accordi di Abramo

La normalizzazione diplomatica con Israele, formalizzata attraverso gli Accordi di Abramo, ha ulteriormente rafforzato l’allineamento del Bahrain con il blocco occidentale. Per Teheran, questa scelta ha trasformato Manama in un tassello della rete strategica israelo-americana nel Golfo. Ciò aumenta inevitabilmente il valore militare e simbolico del Bahrain all’interno della competizione regionale.

Il dilemma della monarchia

La monarchia bahreinita si trova oggi davanti a una scelta difficile. Continuare ad affidare la propria sicurezza esclusivamente alla protezione americana significa accettare di rimanere uno dei principali bersagli della strategia iraniana. Tentare invece una maggiore neutralità richiederebbe una profonda revisione degli equilibri regionali costruiti negli ultimi cinquant’anni e una ridefinizione dei rapporti con Washington, Riyadh e Tel Aviv. Parallelamente, il governo dovrà affrontare una questione ancora più delicata: ricostruire un nuovo patto sociale con una popolazione sempre più divisa sul piano confessionale. Il vero rischio, infatti, non è soltanto quello di un conflitto militare, ma quello di una progressiva erosione della legittimità interna dello Stato. Ed è proprio questa la strategia che molti analisti attribuiscono all’Iran: non necessariamente conquistare il Bahrain, ma renderlo il punto più fragile dell’architettura di sicurezza costruita dagli Stati Uniti nel Golfo Persico. Se questo obiettivo dovesse realizzarsi, le conseguenze andrebbero ben oltre i confini dell’arcipelago, investendo l’intero equilibrio geopolitico del Medio Oriente.

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