Baghdad e le milizie: così l’Iraq prova a disarmare se stesso mentre gli Usa se ne vanno

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Il primo ministro iracheno Ali al-Zaidi si trova davanti a un test di sovranità senza precedenti. Dopo il summit dello scorso 14 luglio alla Casa Bianca con Donald Trump, il governo di Baghdad ha fissato per il 30 settembre 2026 la scadenza tassativa per il disarmo e lo scioglimento delle principali milizie sciite legate all’Iran, in coincidenza con il ritiro programmato delle truppe d’occupazione internazionali. Ma la promessa rischia di schiantarsi contro una realtà strutturale: almeno cinque grandi fazioni hanno già rigettato l’ultimatum. Il vero nodo non risiede soltanto nei depositi di droni, missili o artiglieria pesante da recuperare. Il problema è che le Forze di mobilitazione popolare (PMF) sono oramai intrecciate in modo viscerale all’ossatura costituzionale, ai partiti di governo e all’economia della Repubblica irachena.

Il paradosso di una forza armata nell’ombra

Comprendere perché Baghdad fatichi a disarmare questi gruppi richiede di superare un equivoco di fondo. Non ci troviamo di fronte a bande clandestine da stanare nei deserti, ma a soggetti istituzionalizzati. La legge approvata dal Parlamento iracheno il 26 novembre 2016 ha riconosciuto ufficialmente le Forze come una componente indipendente e legale delle forze armate nazionali, posizionandole sotto la diretta autorità del comandante in capo. Questa architettura legale crea un corto circuito paralizzante. Quando una rete armata possiede la doppia veste di fazione politica e brigata statale, ordinare la “consegna delle armi allo Stato” equivale a chiedere a una struttura di trasferire materiale bellico da una mano all’altra. Gli annunci di facciata non sono mancati: il 2 giugno 2026 la presidenza del Parlamento ha lodato movimenti come Asaib Ahl al-Haq e Kataib al-Imam Ali per l’avvio del disimpegno e la restituzione di alcune dotazioni pesanti. Tuttavia, diverse fonti sul campo confermano un sospetto diffuso tra gli addetti ai lavori: dato che tali fazioni controllano direttamente le brigate 40, 41, 42 e 43 all’interno dell’organigramma delle PMF, i missili restano sotto le medesime catene di comando, cambiando solo etichetta burocratica.

50 mila uomini e reti finanziarie

Le dimensioni del fenomeno sono mastodontiche. Stime accreditate indicano in almeno 50.000 i combattenti operativi sotto l’ombrello dell’ampia galassia della resistenza sciita, equipaggiati con sistemi antiaerei e missili a lungo raggio. Rapporti d’intelligence basati sul tracciamento di segnali e geolocalizzazioni indicano che circa la metà delle 70 brigate ufficiali delle PMF garantisce supporto materiale o partecipa attivamente ad operazioni cinetiche sotto l’influenza dei Pasdaran iraniani.

Per gli Stati Uniti la questione si è trasformata da tempo da problema puramente tattico a nodo finanziario. Tra aprile e maggio 2026 l’ufficio OFAC del Dipartimento del Tesoro americano ha varato sanzioni pesanti contro comandanti apicali, società di facciata e alti dirigenti del settore petrolifero iracheno, accusati di deviare i proventi del greggio verso i conti delle milizie e di Teheran. La pervasività economica si affianca al rischio militare, rendendo ogni tentativo di smantellamento un’operazione a cuore aperto sulle finanze del Paese.

L’arresto del 17 agosto

Che la forza dello Stato incontri barriere altissime lo ha dimostrato un evento passato quasi inosservato a metà agosto. L’arresto condotto dalle forze di sicurezza irachene contro il capo dell’intelligence di Harakat al-Nujaba, il 17 agosto 2026, si è celermente trasformato in un pericoloso “stress test” istituzionale. La reazione del gruppo armato, condita da velate minacce di ritorsione contro gli apparati statali e da un immediato lavorio di mediazione politica dietro le quinte, ha mostrato quanto possa costare a Baghdad l’uso diretto della coercizione. Quando l’uso della forza pubblica contro un singolo comodo obiettivo genera un’onda d’urto in grado di minacciare la tenuta dell’esecutivo, la via giudiziaria o militare diretta diventa quasi inapplicabile. Kataib Hezbollah, una delle sigle più agguerrite, ha già messo in chiaro le proprie condizioni per sedersi a trattare: nessuna garanzia di disarmo verrà discussa senza l’uscita totale degli americani dal territorio e la fine dell’ingerenza economica di Washington sulle scelte finanziarie irachene.

Processo di facciata o reale controllo operativo?

In questo scenario è del tutto irrealistico attendersi che la data limite del 30 settembre porti a una smobilitazione istantanea o a sfilate con deposizione delle armi. Più probabile che la scadenza si converta in un lungo negoziato formale: consegne selettive di vecchi arsenali, un battage mediatico sul reinserimento dei quadri e il congelamento temporaneo delle attività cinetiche. Il vero indicatore della sovranità di Baghdad non sarà il computo dei fucili consegnati durante le cerimonie ad uso della stampa, ma l’effettiva titolarità della catena di comando. Fino a quando le chiavi dei depositi di munizioni, la gestione dei valichi di confine verso la Siria e la nomina dei comandanti di brigata rimarranno appannaggio dei singoli leader di fazione, il disarmo dell’Iraq continuerà ad assomigliare a una pericolosa illusione burocratica.

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