Mentre si avvicina il decennale del summit gallese della Nato che nel 2014 adottò l’impegno a portare al 2% la spesa militare in rapporto al Pil di tutti i Paesi membri, l’Alleanza atlantica riunita a Vilnius presenterà ambiziosi traguardi per ulteriori aumenti.
Il 31 dicembre scade l’ultimo termine per programmare le spese di bilancio per il 2024 e capire quanti Stati saranno pronti a soddisfare i target Nato. Nel 2014 solo tre Paesi soddisfacevano i parametri appena introdotti: gli Stati Uniti e il Regno Unito guidavano la corsa e, da “falchi” antirussi, proposero l’obiettivo di spesa dopo l’invasione della Crimea e lo scoppio della guerra civile in Ucraina. La Grecia era sopra il 2% in una fase che vedeva una drammatica contrazione del Pil dopo l’austerità non inficiare le spese militari.
Nel 2021 i Paesi in questione erano sette, quest’anno secondo le statistiche ufficiali dell’Alleanza Atlantica saranno un terzo dei partner atlantici: undici su trentuno membri complessivi della Nato. E ormai si parla per alcuni Stati non più del 2%, ma del 3% del Pil come obiettivo strategico da raggiungere.
La Polonia è oramai saldamente al comando: si prevede che nel 2023 spenderà il 3,9% del Pil in Difesa e sicurezza e sta avviando un piano di riarmo a tutto campo, superando perfino gli Usa al 3,49%. Anche la Grecia di Kyriakos Mitsotakis, che fa braccio di ferro con la Turchia nell’Egeo, è oltre il 3, al 3,01% per la precisione.
Dietro nel gruppo ci sono Stati che complice il sostegno all’Ucraina hanno aumentato fortemente i bilanci per la Difesa e puntano al 3%. L’Estonia (2,73%), la Lituania padrona di casa del summit (2,54%) e la neoentrata Finlandia (2,45%), assieme a Varsavia tra i Paesi con i russi più vicini ai confini, sono in testa alla corsa e stanno attrezzando le loro forze armate oltre che sostenendo Kiev con forza. E nel contempo ben dodici Paesi sono oggi nella fascia tra l’1,5% e il 2% di spesa, contro gli otto del 2021, ultimo anno pre-invasione dell’Ucraina, e i soli quattro del 2014. In sostanza, se nel 2014 solo un quarto dei membri, 7 su 28 dell’epoca, erano oltre l’1,5% e nel 2021 il totale era del 50% (15 su 30) oggi siamo sopra i due terzi: 23 su 31.
Nel frattempo Stati come Germania e Italia hanno promosso politiche di avvicinamento al 2%, e va sottolineato il fatto che in avvicinamento al decennale, che si celebrerà col summit americano del 2024, sarà possibile pensare anche a degli obiettivi di spesa differenziati. Per i Paesi ove i costi del personale raggiungono una quota inferiore della spesa militare totale, il “balzo” è dato dalle operazioni di rinnovamento dell’arsenale, che porta fino ai massimi di Polonia, Grecia e baltici le spese.
In prospettiva, dunque, è possibile ipotizzare che il target di spesa militare sarà piazzato, nei fatti, al 3% del Pil per i Paesi che intendono rinnovare arsenali vetusti, spesso risalenti all’era sovietica. Mentre cambierà per gli Stati a economia più avanzata e Pil maggiore focalizzando l’attenzione politica sul tema della quota di investimenti dedicati al potenziamento degli arsenali in quanto una componente maggiore delle spese è rappresentata da costi fissi come stipendi, indennità e altri spese da personale.
Secondo l’Air and Space Forces Magazine, questo obiettivo alternativo al totem del 2% potrebbe essere il continuo mantenimento dell’impegno ribadito più volte dai Paesi Nato a portare al 20% del totale del budget militare la spesa di ogni Paese per l’acquisto di nuovi armamenti moderni. In quest’ottica “mentre nel 2014, solo sette membri stavano raggiungendo l’obiettivo di spendere il 20% dei loro bilanci per la difesa in attrezzature militare, nel 2023, ogni membro lo sta raggiungendo, e la mediana è del 27,3%”.
Varsavia è al 52, tra acquisti di carri armati sudcoreani e americani e avvio di una produzione propria, Helsinki al 50, la Grecia al 36, spinta soprattutto dalla marina militare, l’Estonia al 35. I big europei si posizionano tra il 23% dell’Italia e il 29,2% della Francia. Si tratta degli investimenti più produttivi, perchè capaci di alimentare allineamenti nel processo di rifornimento di armamenti e di alimentare catene del valore industriali per il settore della Difesa nell’Occidente allargato.
Tutto questo è successo in un decennio in cui i principali Paesi della Nato hanno dovuto subire sfide notevoli: la pandemia ha colpito trasversalmente, i Paesi europei maggiori hanno subito gli effetti dello tsunami energetico e tra Stati Uniti e Regno Unito hanno morso rispettivamente l’inflazione e le conseguenze della Brexit.
La torsione securitaria è strutturale e la Nato è arrivata a 1.100 miliardi di dollari di spesa militare complessiva, 350 dei quali esterni alla spesa militare degli Stati Uniti, che rappresentano la maggioranza assoluta della spesa. Il totem del 2% si modifica mentre l’alta marea della guerra russo-ucraina alza tutte le barche e la Difesa, en passant, diventa un fattore di rilancio industriale per molti Paesi grazie al rinnovato keynesismo militare. Un fattore, quest’ultimo, da non sottolineare in tempi di ripresa economica post-pandemia e post-shock energetico.
Il dato politico di sdoganare il ritorno della sicurezza militare e nazionale come perno per gli investimenti e il principio che la Difesa è un investimento, non un costo, è assodato anche nella “Vecchia Europa” in passato restia a alzare la spesa militare. E Vilnius certificherà la diversificazione di soglie di spesa e obiettivi qualitativi delle politiche militari in nome di una tendenza ormai consolidata al rialzo delle spese. Che è quello che i leader dell’Alleanza, gli Stati Uniti, si aspettavano dai partner europei in nome della condivisione degli oneri securitari. Il 2% Nato non è come il 3% deficit/Pil del Patto di Stabilità, ovvero un parametro inciso nel marmo da prendere come riferimento: vale il principio. E il precedente politico di una Nato che rema all’unisono verso il graduale aumento degli investimenti strategici per una sicurezza vista sempre più come collettiva.