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Ottimizzare le relazioni militari con i partner della regione, in modo tale da migliorare la capacità di colpire, all’occorrenza, le forze cinesi. Rafforzare le difese di Taiwan, così che l’isola possa resistere ad un’eventuale e futura offensiva di Pechino. Coordinarsi con le potenze europee, che negli ultimi anni hanno iniziato a muovere le loro navi verso l’Asia. Infine, rendere ancora più efficienti i vari accordi esistenti, dal Quad all’Aukus, giocando spalla a spalla con importanti attori locali.

La lista delle cose da fare è piuttosto lunga. Ma, nel caso in cui gli Stati Uniti vogliano davvero blindare l’Indo-Pacifico, bruciando sul tempo la Cina, in continua ascesa, allora Washington deve seguire una road map intensissima.

Più nello specifico, l’amministrazione Biden deve giocare su più tavoli riguardanti tre ambiti distinti ma tra loro complementari: il coordinamento con i citati alleati asiatici, il perfezionamento degli accordi già esistenti, magari cercando di arruolare nuovi governi, e il potenziamento dell’apparato militare, da intendere sia come riorganizzazione di mezzi che come rinnovamento a livello logistico.

Mappa di Alberto Bellotto

Il dinamismo dei governi europei

Per quanto riguarda l’Europa, nel 2021 l’Unione europea ha pubblicato la sua strategia per l’Indo-Pacifico. Si tratta di una strategia ambiziosa e di ampio respiro, con l’obiettivo principale di “mantenere un Indo-Pacifico libero e aperto, costruendo nel contempo partenariati forti e duraturi”. Tuttavia, la decisione dell’Ue di tentare di consolidare la sua presenza nella regione indo-pacifica si è verificata in un momento di significativi disordini regionali e globali, causati per lo più dal continuo deterioramento delle relazioni sino-americane.

Certo, il recente dinamismo dei governi europei deriva dalla loro vicinanza agli Usa, ma anche perché l’Indo-Pacifico detiene il 60% della ricchezza globale, i tre quinti della popolazione mondiale e una crescente impronta strategica negli equilibri geopolitici. In ogni caso, l’agenda europea ha individuato sette settori chiave di intervento, tra cui: la prosperità sostenibile e inclusiva, la transizione verde, il governo degli oceani, la governance digitale e i partenariati, la connettività, la sicurezza e la difesa.

Al di là dei temi generici, in passato sul campo militare l’Ue aveva sempre delegato i temi della difesa e della sicurezza locale agli Usa, mentre con l’avvento della Cina di Xi Jinping sono aumentate le esercitazioni militari congiunte tra le potenze europee e i vari partner asiatici, in concerto con la regia statunitense.

Dalla Francia alla Germania, senza scordarci l’Italia, diverse navi europee hanno recentemente solcato i mari asiatici, consentendo a Washington di lanciare a Pechino un messaggio mediaticamente efficace: esiste una nutrita schiera di partner pronti a contrastare la Cina nel suo cortile di casa. Il dinamismo europeo, al momento, rischia però di non portare sviluppi concreti.



Il problema di Aukus

Il patto tra Stati Uniti, Regno Unito e Australia, meglio noto come Aukus, è l’ultima mossa avanzata dal blocco occidentale nei mari dell’Indo-Pacifico per cercare di ingabbiare il Dragone. C’è però un piccolo problema: Pechino guida la ricerca in 19 delle 23 tecnologie stabilite come priorità dalla suddetta partnership di difesa, tra cui ipersonici, guerra elettronica e droni sottomarini, evidenziando la necessità per gli alleati di Washington di unire le loro forze anche sul campo della ricerca.

Il problema, come ha sottolineato l’Australian Strategic Policy Institute (Aspi), è che la condivisione della tecnologia di difesa degli Stati Uniti è strettamente controllata. Al punto che gli ostacoli burocratici potrebbero rallentare non solo il programma di sottomarini nucleari relativo ad Aukus, ma anche cosiddetto Pillar Two, e cioè la spinta alla collaborazione tra le nazioni partner degli Usa nella tecnologia ipersonica e contro-ipersonica, quantistica, Intelligenza artificiale e guerra elettronica.

In alcune aree, i Paesi Aukus combinati hanno avuto un ruolo guida nella ricerca globale, inclusa la robotica avanzata, l’ingegneria inversa dell’intelligenza artificiale avversaria, le capacità di sicurezza informatica e i sensori quantistici. “In una serie di aree tecnologiche, il vantaggio della Cina è però così grande che nessuna aggregazione di Paesi supera la sua quota, sottolineando l’importanza dell’effetto accelerante di una maggiore collaborazione tra partner che la pensano allo stesso modo”, ha spiegato Aspi.

La forza combinata delle tre nazioni Aukus le ha rese competitive con la Cina solo nella metà delle tecnologie. Ecco perché gli esperti ritengono che sia fondamentale per gli Stati Uniti accelerare con i partner asiatici la condivisione di alcune tecnologie.

Un F/A-18E Super Hornet, durante operazioni notturne nel Mar Cinese Meridionale il 15 giugno 2023. Foto: U.S. Navy

La risposta diplomatica

Come ha evidenziato il think tank Rand, la mancanza di una strategia economica competitiva da parte dell’amministrazione Biden in tutto l’Indo-Pacifico sta offrendo e ha offerto alla Cina opportunità uniche per sfruttare la sua Belt and Road Initiative. Ciò nonostante, Washington ha saputo ottenere importanti guadagni geostrategici in Oceania, dato che Pechino ha gestito molto male la sua diplomazia in loco.

È vero, nel 2022 la Cina ha firmato un accordo di sicurezza con le Isole Salomone, ma in seguito gli Usa hanno recuperato terreno stipulando patti simili con Filippine e Papua Nuova Guinea. Non solo: gli Stati Uniti hanno rinnovato i propri Compacts of Free Association (Cofa) con due dei tre stati liberamente associati, gli Stati Federati di Micronesia e Palau, mentre il terzo, con le Isole Marshall, probabilmente si rinnoverà nelle prossime settimane.

Ricordiamo che i Cofa sono accordi internazionali che consentono alle forze armate statunitensi di mantenere un accesso quasi esclusivo alle acque territoriali dei tre Paesi citati, un’area nel Pacifico settentrionale grande quanto gli Stati Uniti continentali. Fondamentalmente, queste acque si trovano nelle vicinanze di due territori statunitensi, le Isole Marianne Settentrionali e Guam, l’ultima delle quali ha tre basi militari statunitensi. Detto altrimenti, l’accordo Cofa equivale a fornire alle forze armate statunitensi una “superstrada di proiezione di potenza” nell’Indo-Pacifico per rispondere a potenziali contingenze nello Stretto di Taiwan, nel Mar Cinese Meridionale, nel Mar Cinese Orientale o nella Penisola Coreana.

Gli analisti sottolineano inoltre che questo vantaggio nei confronti di Pechino potrebbe addirittura aumentare quando e se Micronesia e Palau dovessero portare avanti i loro piani per consentire a Washington di costruire basi militari sui loro territori.

Last but not least, entro il 2026 l’esercito americano prevede di installare a Palau un nuovo sistema radar di allerta precoce. Washington può puntare, poi, sui rapporti sempre più stretti con l’Australia e la Nuova Zelanda. Soltanto giocando su più tavoli gli Usa riusciranno a blindare l’Indo-Pacifico dalla fame del Dragone.

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