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Difesa /

L’accordo Aukus sui sottomarini a propulsione nucleare concessi all’Australia da Regno Unito e Stati Uniti può essere un vero punto di svolta della politica atomica internazionale. L’allarme non è stato lanciato soltanto dalla Cina (primo obiettivo implicito del patto tripartito) e in parte dalla Russia, ma adesso anche dalla stessa agenzia internazionale per l’energia nucleare, l’Aiea. Il direttore generale, Rafael Grossi, ha confermato di avere incaricato un team di esperti per valutare il nuovo accordo internazionale e di aver sollevato le perplessità dell’agenzia anche nel suo colloquio con il vertice del Dipartimento di Stato, Antony Blinken. “Dobbiamo aver accordi specifici per garantire che quello che ricevono come tecnologia o materiale, lo ricevano sotto misure di controllo” ha detto Grossi. E sul trasferimento del materiale fissile, ha chiesto a Londra, Washington e Canberra “un impegno formale, in modo tripartito”.

La questione non è secondaria per l’Aiea. E i dubbi erano già stati espressi in alcuni ambiti della Difesa, soprattutto in Russia. Aukus non è solo un cambiamento strategico nello scenario dell’Indo-Pacifico e il rafforzamento della Marina australiana con sottomarini a propulsione nucleare. Aukus rappresenta soprattutto la prima volta in cui un Paese senza armi nucleari viene autorizzato a possedere sommergibili con propulsione nucleare. Un problema che significa creare un precedente pericoloso specialmente per quei Paesi che vivono in un’area poco chiara del rispetto delle regole del diritto internazionale. E questa clausola di fatto crea una situazione sui generis anche per ciò che riguarda il trattato di non proliferazione del 1968.

Il problema è che a questo punto risulta difficile credere che i Paesi più desiderosi di ottenere tecnologia nucleare a scopo bellico (seppur non per armi atomiche, come appunto l’Australia) si lascino negare questa possibilità. L’ambizione di possedere mezzi atomici è insita in qualsiasi Stato con velleità di potenza in ambito navale. E soprattutto per quelle Marine che operano con le enormi distanze degli oceani e nella speranza di essere il più a lungo possibili invisibili e lontani dai propri limiti territoriali, è molto importante ottenere la tecnologia nucleare. Non tutti possono avere le stesse tecnologie di cui entrerà in possesso Canberra, dal momento che l’autorizzazione britannica e americana è anche un promemoria del legame strettissimo tra i Paesi dell’Anglosfera. Tuttavia non può escludersi che altri Paesi, piò o meno potenti, siano in grado di raggiungere questo know-how o addirittura entrare in accordi simili anche con il sostegno di Washington. Una volta sdoganato questo tipo di unità per l’Australia, sembra complicato, per esempio, pensare che gli Stati Uniti neghino a priori l’accesso al materiale fissile a un Paese come il Canada. La stessa Corea del Sud, alleata di lunga data degli Usa, ha da tempo puntato su un autonomo programma per sommergibili atomici ed è intenzionata a proseguire per questa strada. In Giappone diversi leader stanno iniziano a riflettere sulla possibilità che anche la Marina del Sole Levante si doti di questi mezzi. E il Brasile, Paese la cui proiezione oceanica non è certo discutibile, ha già in cantiere un sottomarino di questo tipo: l’Alvaro Alberto. Nei cantieri di Itaguaí – si legge sull’Economist – si pensa addirittura al raggiungimento dell’obiettivo entro il 2030, cioè prima dell’Australia.

Il problema si pone poi per un altro Paese che è da tempo nell’occhio del ciclone e che da diversi anni tratta con l’Aiea sul proprio programma nucleare: l’Iran. Grossi ha ricordato proprio di recente che Teheran avrebbe informato già nel 2018 l’agenzia internazionale sul desiderio di avviare il programma per sottomarini nucleari. Ed è anche per questo motivo che la Russia, come ricordato da diversi esperti legati al mondo della Difesa, ha iniziato a comprendere bene le prospettive di Aukus nel medio e nel lungo termine. Qualche analista, come ricordato anche qui su InsideOver, ha parlato proprio di uno scenario da “vaso di Pandora” per l’Indo-Pacifico e per tutto il pianeta. Ma c’è anche chi ha sottolineato, molto più prosaicamente, le possibilità che si possono aprire dopo il patto siglato per i sottomarini all’Australia. Se Aukus liberalizza il mercato del materiale nucleare anche a Paesi che non hanno armi, e che quindi non fanno parte di quel club di possessori di arsenali atomici che da tempo si autoregolano per evitare l’Apocalisse, allora anche Mosca può pensare di vendere le proprie tecnologie ai partner più consolidati, specialmente in un contesto sempre più instabile e con una corsa alle armi che può portare diversi Stati a ritenere opportuno blindare i propri interessi strategici.