L’Australia attende di modernizzare la propria flotta con almeno otto sottomarini a propulsione nucleare, oltre a ricevere e sviluppare nuove tecnologie e missili ipersonici, grazie al contributo di Regno Unito e Stati Uniti. L’Aukus, questo il nome dell’accordo tripartito che unisce Canberra, Londra e Washington, vale oltre 350 miliardi di dollari e prevede, tra gli altri aspetti, anche la condivisione delle informazioni d’intelligence tra i tre Paesi coinvolti nell’intesa.
Stiamo parlando di un’intesa creata ad hoc per conseguire il generico obiettivo di garantire la stabilità dell’Indo-Pacifico e, di pari passo, un secondo traguardo parallelo: contenere le spinte della Cina, desiderosa di ottenere vitale spazio di manovra nel suo cortile marittimo.
Attenzione però, perché, oltre a quanto prevederà Aukus, nell’area indopacifica si registrano o si sono registrati altri movimenti di armi, veicoli ed equipaggiamenti militari in grado, almeno sulla carta, di cambiare gli equilibri asiatici. Del resto, la vendita di armi si è rivelata spesso essere il cuore delle varie partnership di sicurezza stipulate da tutti i Paesi del mondo. Una regola non scritta – di semplice buon senso – vuole che più stretta sia la relazione tra due governi, e più avanzate e complesse siano le attrezzature che possono condividere tra loro.

La diplomazia dei sottomarini
Questo approccio, come ha sottolineato il portale Defense & Security Monitor, si nota nei recenti accordi sui sottomarini stretti nell’Indo-Pacifico, nello scacchiere dove Cina e Stati Uniti si contendono l’influenza.
La punta dell’iceberg può essere fatta coincidere con il settembre 2021, quando Australia, Regno Unito e Stati Uniti hanno annunciato la loro intenzione di stabilire un nuovo patto militare e di condivisione delle rispettive tecnologie. Stiamo parlando del citato Aukus, l’accordo incentrato sulla decisione di fornire a Canberra i mezzi e il know how necessario per costruire sottomarini a propulsione nucleare.
Allo stesso tempo, le marine dell’area indopacifica hanno gradualmente sempre più fatto leva sulle capacità dei sottomarini per rafforzarsi militarmente. L’Indonesia, ad esempio, ha acquistato i suoi sottomarini di classe Nagapasa dalla Corea del Sud; la Malesia ha fatto lo stesso con le barche classe Perdana Menteri dalla Francia; Singapore sta sostituendo i suoi ex sottomarini svedesi con nuovi sottomarini di classe Invincible di costruzione tedesca; il Vietnam, infine, ha acquistato le navi classe Hanoi dalla Russia.
Le mosse della Cina
Da parte sua, la Cina ha iniziato a utilizzare le vendite di sottomarini come parte di una minuziosa diplomazia regionale. Pechino ha venduto sottomarini usati di classe Ming (Type 035G) a Bangladesh e Birmania, nonché sottomarini di classe Yuan alla Thailandia e Pakistan.
Mentre, negli ultimi anni, la Repubblica Popolare Cinese è diventata un attore chiave nel mercato dei sottomarini, gli Stati Uniti sono gradualmente finiti ai margini – al netto della potenziale vendita di componenti e sottosistemi – a causa della mancanza di un costruttore nazionale di sottomarini convenzionali.
L’ultimo sottomarino convenzionale Usa, l’Uss Blueback (Ss 581), è entrato in servizio nel 1959 ed è stato dismesso nel 1990. La Cina, come la Russia, continua invece a costruire imbarcazioni, sia convenzionali che nucleari. I recenti progressi del Dragone nella tecnologia dei sottomarini hanno così permesso a Pechino di aggiungere barche convenzionali alla sua strategia regionale di esportazione di armi.
Tali intese possono offrire alla Cina teste di ponte regionali e rafforzare i legami con Paesi che, altrimenti, non potrebbero permettersi attrezzature occidentali o che sono politicamente ostili all’Occidente. Come se non bastasse, gli accordi di manutenzione e supporto consentono al personale cinese di schierarsi temporaneamente all’interno della nazione acquirente di sottomarini o altri mezzi. Un’occasione da non perdere, per Pechino, tanto più per bilanciare i futuri effetti di Aukus.

