Artico, il nuovo fronte cieco dell’Occidente

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Difesa /

L’Artico è tornato ad essere una frontiera strategica. I radar di allerta in Groenlandia, nati per la Guerra fredda e aggiornati nel tempo, oggi vedono bene i missili balistici ma faticano con quelli da crociera ipersonici che volano bassi, cambiano traiettoria e comprimono i tempi di reazione. Se una base come Pituffik è “l’occhio più esterno” della difesa nordamericana, allora l’occhio vede ma non sempre distingue. E nell’Artico distinguere vuol dire sopravvivere.

Radar e difesa: il tallone d’Achille polare

La linea d’allerta groenlandese resta fondamentale per individuare lanci e tracce in orbita, ma l’assenza di una difesa integrata a più livelli nel settore centrale del Polo apre una finestra di vulnerabilità. La ricetta è nota: sensori diversificati (radar per alte e basse quote, radar oltre l’orizzonte, velivoli di sorveglianza) e una “cupola” di fuoco corto-medio raggio. In pratica batterie controaeree adattate al clima estremo, capacità a cortissimo raggio per protezione di punto, e — in prospettiva — difese a energia diretta. Il problema non è solo tecnico: neve, ghiaccio, escursioni termiche e vento riducono performance e affidabilità. Nell’Artico, ogni bullone costa il doppio e si rompe il triplo.

Mosca e il “secondo colpo”nella penisola di Kola

La Russia concentra nella penisola di Kola sottomarini, armi strategiche e nuovi vettori. È la cerniera del suo “secondo colpo” nucleare e la porta per l’Atlantico. Qui la Flotta del Nord testa sistemi, mette in mare nuove unità e integra capacità ipersoniche come il Tsirkon. L’obiettivo è chiaro: controllare i varchi e tenere lontani gli alleati. Se Mosca blinda il “bastione”, alza il prezzo di qualsiasi intervento NATO nel Grande Nord.

Due colli di bottiglia decidono i rifornimenti in guerra: il varco tra Norvegia e Svalbard, e il varco tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito. Chi li presidia incanala traffico militare e commerciale, chi li nega isola i nemici. Con lo scioglimento dei ghiacci, le nuove rotte dimezzano le distanze tra Europa e Asia: un affare d’oro in tempo di pace, una leva d’acciaio in tempo di guerra.

Il nodo politico della Groenlandia

Geograficamente Nord America, istituzionalmente autonomia danese, militarmente tassello della NATO. Pituffik opera in base ad accordi bilaterali storici, ma la catena di comando oggi coinvolge difesa aerospaziale nordamericana, comando settentrionale statunitense e comando europeo per l’integrazione con i piani alleati. Tradotto: per difendere una pista ghiacciata serve una regia a più mani. La politica deve correre quanto i missili.

Scenari economici

L’Artico non è solo ghiaccio e radar: è rame, ferro, terre rare, grafite, nichel, oro. L’apertura delle rotte riduce costi e tempi per merci strategiche, ma aumenta il rischio di incidenti e contese. Per gli Stati Uniti e gli alleati significa investimenti pesanti in infrastrutture polari, catene di approvvigionamento resilienti, cantieri navali capaci di rompighiaccio moderni. Per la Russia, royalties, basi rinnovate e un corridoio nordico che monetizza il controllo politico. In assenza di regole condivise, la concorrenza tra porti, assicurazioni e compagnie energetiche spingerà verso una “corsa all’Artico” con premi al primo arrivato e costi al pubblico.

Valutazione strategico-militare

Il vantaggio attuale di Mosca sta nella prossimità: basi, cantieri, scorte e personale sono già sul posto. Il vantaggio alleato è l’ampiezza: sensori distribuiti, interoperabilità, potenza industriale se mobilitata. La priorità è chiudere la falla sugli ipersonici con un mosaico di sensori e fuochi, oltre a collegare il settore centrale del Polo con i fianchi norvegese e canadese. Senza una catena continua, ogni batteria è un’isola. Servono pattugliamenti navali e aerei costanti nei varchi, equipaggiamento artico per fanterie leggere, droni resistenti al freddo e capacità antisommergibile dedicate. Le difese a energia diretta possono diventare il “pareggio tecnico” contro sciami e vettori veloci, ma vanno testate sul ghiaccio, non nei laboratori.

Valutazione geopolitica e geoeconomica

Il Grande Nord è ormai una partita a più tavoli: difesa collettiva, economie dell’energia, catene tecnologiche. La Groenlandia, ponte tra America ed Europa, è anche chiave per il ribilanciamento delle terre rare e dei materiali per batterie, oggi dominati da attori esterni alla NATO. Integrare difesa e sviluppo minerario con standard ambientali severi riduce la dipendenza, legittima la presenza militare e crea consenso locale. Al contrario, una postura solo militare alimenta diffidenze e offre a Mosca margini narrativi. Il messaggio è semplice: sicurezza sì, ma con benefici tangibili per le comunità artiche.

Che fare: tre mosse concrete

Primo, architettura a strati in Groenlandia con sensori plurimi e difese corte-medie, collegate ai comandi nordamericano ed europeo in un’unica rete di scoperta, identificazione e ingaggio. Secondo, presidio permanente dei varchi con gruppi navali antisommergibile, pattugliatori a lungo raggio e pre-posizionamento di scorte, carburanti e pezzi di ricambio in porti artici. Terzo, piano geoeconomico: esplorazione responsabile di minerali strategici, accordi con le comunità locali, corridoi logistici a prova di inverno, assicurazioni e finanza dedicate.

L’Artico non è più il margine del mondo: è la soglia. Chi protegge l’occhio di Pituffik, chi tiene aperti i varchi e chi dà un futuro economico al Nord scriverà le regole del prossimo decennio. Tutto il resto è ghiaccio che si scioglie.

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