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Nella nuova dottrina militare russa risalente al 2014, l’Artico viene menzionato come una regione in cui le forze armate devono proteggere gli interessi nazionali anche in tempo di pace. Interessi che sono multipli e non riguardano solamente le risorse minerarie presenti nella piattaforma continentale (che Mosca reclama per sé) o il controllo della Northern Sea Route, la via marittima collegante il Mare di Barents al Mare di Bering che, a causa dei cambiamenti climatici in atto, diventa percorribile per più tempo durante l’anno e quindi attira l’interesse delle potenze globali.

Per la Russia la regione artica, ed in particolare i suoi mari, rappresentano un nodo fondamentale per la difesa della nazione: quei freddi specchi d’acqua rappresentano il bastione in cui operano gli Ssbn (sottomarini nucleari lanciamissili balistici) della Flotta Russa, unico efficace strumento di deterrenza strategica in mano a Mosca e vero motivo per il quale la Russia, oggi, è da considerarsi una superpotenza globale. Difendere quei mari dalla presenza occidentale, fattasi più insistente anche per via della maggior praticabilità degli stessi, diventa quindi vitale per il Cremlino, anche più che cercare di ricacciare le unità navali della Nato fuori dal Mar Nero.

Questo concetto di utilizzo militare dell’Artico, in qualità di “bastione”, risale al periodo dell’Unione Sovietica e non è mai stato realmente accantonato nemmeno durante il periodo immediatamente successivo alla fine della Guerra Fredda, sebbene le pesantissime limitazioni dovute al collasso economico ne abbiano seriamente ridimensionato gli aspetti.

Nel 2007 la Russia, per la prima volta dal 1991, ha ripreso i pattugliamenti dei suoi bombardieri strategici nell’Artico, avvicinandosi agli spazi aerei di Stati Uniti e Canada. Ha quindi iniziato un’attività di “rimilitarizzazione” della regione per difendere i propri interessi regionali e ripristinare la propria influenza nel mondo a partire proprio da quello che viene definito “estero vicino” (near abroad).

Nonostante la politica obamiana del “reset” dei rapporti con Mosca del 2009, le relazioni sono andate deteriorandosi dopo l’annessione della Crimea ed il conflitto nel Donbass. La risposta della Nato per difendere gli alleati più prossimi ai confini della Russia, compresi quelli nell’estremo nord che hanno visto la ricomparsa di bombardieri e un maggior numero di esercitazioni aeree e navali, non ha fatto altro che innescare un meccanismo a spirale che ha portato Mosca a cercare di compensare il vantaggio strategico occidentale aumentando la sua attività militare nell’Artico, che ha visto anche l’apertura di sei nuove basi dal 2015 a oggi.

Sebbene non si possa dire che esista un modello generale di attività russa assertiva nell’Artico, e che la maggior parte delle unità militari e civili nella regione sono impegnate in operazioni di pattugliamento e in esercitazioni aventi lo scopo di reagire a sfide non convenzionali e di proteggere i confini della Russia, la militarizzazione in quella regione – e la conseguente attività – è andata aumentando molto rapidamente.

Proprio in quest’ottica quanto è accaduto lo scorso giovedì assume un significato simbolico particolare. L’8 luglio, come leggiamo in un comunicato ufficiale del ministero della Difesa russo, bombardieri strategici Tupolev Tu-160 e Tu-95MS hanno lanciato missili da crociera su bersagli terrestri nella regione artica.

I bombardieri sono decollati dalla base aerea di Engels, nella regione di Saratov, che è sede del 121esimo e del 184esimo reggimento bombardieri delle Guardie. La distanza percorsa, ci informa Mosca, è stata di più di 4mila chilometri e l’esercitazione – durata due giorni – si è conclusa con successo: i missili da crociera, probabilmente Kh-55 come si può notare dal filmato diffuso, hanno colpito i loro bersagli. Risulta molto interessante far notare che, nei giorni precedenti, come parte dell’esercitazione, i bombardieri strategici si sono dispiegati nell’estremo oriente siberiano, presso l’aeroporto di Anadyr – ridiventato operativo dal 2014 – nella regione di Chukotka. Successivamente sono tornati a Engels da dove sono decollati per l’esercitazione dei giorni 8 e 9.

Sappiamo anche che nel poligono di addestramento nella regione di Irkutsk, gli equipaggi dei Tu-95MS hanno effettuato tiri di addestramento coi cannoni caudali degli aerei: il “pungiglione” che i Bear hanno mantenuto sin dal loro ingresso in servizio.

Si è trattato quindi di una complessa manovra che ha visto i bombardieri – soprattutto i Blackjack – spostarsi in pochi giorni da un capo all’altro della Siberia: un test per verificare la prontezza operativa ma anche un modo di dimostrare la capacità di reazione rapida della componente da bombardamento della Vks (Vozdushno-Kosmicheskiye Sily – l’Aeronautica Militare russa) che per la prima volta dopo anni ha effettuato un lancio di missili da crociera nell’Artico.

Gli Stati Uniti hanno anch’essi ripreso a militarizzare il loro “fronte nord” attraverso il miglioramento della base di Thule, in Groenlandia, e il rafforzamento di quelle in Alaska, anche con la ricerca di nuovi siti per la costruzione di ulteriori avamposti militari. Del resto la questione artica vede la presenza di un nuovo attore che preoccupa Washington molto di più della Russia: la Cina.

Pechino è diventata uno dei 13 Stati osservatori del Consiglio Artico nel 2013 e nel 2018 ha pubblicato la sua “Politica artica” in cui delinea le sue priorità descrivendosi come uno “Stato vicino all’Artico”. Dal punto di vista cinese l’Artico rappresenta una delle numerose regioni in cui intende penetrare per cercare di aumentare la sua influenza globale. Nel 2017 ha infatti introdotto la Polar Silk Road, nel quadro della sua Belt and Road Initiative nel tentativo di collaborare con altre parti per sviluppare congiuntamente le rotte marittime artiche.

La Polar Silk Road dovrebbe servire come strumento per aumentare gli investimenti sino-russi e la cooperazione per la costruzione di infrastrutture per supportare il transito commerciale e l’esplorazione delle risorse lungo la Northern Sea Route. Questo, a lungo termine e stante l’attuale debolezza economica russa, potrebbe essere un punto di forte contrasto tra Mosca e Pechino, che, per via della “spinta” occidentale, si sono ritrovate a dover obbligatoriamente collaborare: un’amicizia forzata dove, secondo chi scrive, la Russia ha solo da perdere.

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