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Arriva il Consiglio Europeo e l’Europa accelera sul piano di riarmo, con dei distinguo rispetto alla proposta originale di Ursula von der Leyen. Sì alla proposta di Emmanuel Macron, riproposta nell’audizione al Senato di martedì da Mario Draghi, sulle politiche di utilizzo dei 150 miliardi di euro di prestiti europei per il piano ReArm Europe: il problema, che su InsideOver avevamo preventivamente sottolineato, degli eccessivi acquisti di armamenti dagli Stati Uniti sarà sanato escludendo Washington dai Paesi destinatari di questa tranche di fondi erogata dalla Commissione, assieme a Regno Unito e Turchia.

Passano gli avvertimenti che Draghi aveva promosso nel suo rapporto sulla competitività europea, in cui sottolineava come l’Ue comprasse il 78% dei suoi armamenti fuori dal blocco e il 63% dai soli Usa. Viene messa in campo la richiesta del piano “Buy European” di Macron, che mira a fare del ReArm Europe una manna per l’industria transalpina degli armamenti.

Il piano è già cambiato

Una cosa è certa: il piano, come lo ha inteso originariamente l’esecutivo Ue di Frau Ursula, è destinato a mutare in corsa. E in particolar modo a essere preso in contropiede è l’attivismo tedesco che – semplifichiamo – mirava a portare la Germania a usare la scorciatoia del finanziamento europeo per finanziare un riarmo capace di soddisfare anche le aziende di oltre Atlantico.

No, ricorda il Financial Times, ai miliardi europei per comprare i Patriot americani con cui alimentare l’European Sky Shield Initiative, no agli armamenti di Paesi esterni a meno che, sottolinea il Ft, i due terzi della spesa per costruire ogni asset di aziende esterne al blocco (con solo una scappatoia per Norvegia e Ucraina) sia investito sul suolo comunitario. Ma no anche a finanziamenti europei per riarmare a sbafo dei pubblici denari europei chi, come la Polonia, concentra su Usa e Corea del Sud il suo procurement.

La ratio della mossa è chiara: le aziende extra Ue potranno beneficiare dello scorporo delle spese in Difesa dal deficit europeo nel Patto di Stabilità, e sarà dunque l’attivazione delle clausole di salvaguardia a consentire loro di fare affari. Macron in rappresentanza della Francia e Draghi supplendo a un vuoto di progettualità italiano in materia hanno spinto il blocco a sanare questa prima criticità. Ne restano, però, molte altre.

Il monito di Draghi: no a sacrificare il Welfare per le armi

L’ex premier italiano, parlando al Senato, ha poi posto in campo una riflessione: bisogna rifuggire da qualunque tentazione volta a sacrificare la spesa sociale e il Welfare per il riarmo. Tale tentazione, sostanziata nel motto “meno pensioni e più cannoni” dai suoi fautori sui social appartenenti soprattutto al campo liberale, è stata richiamata dal segretario generale della Nato Mark Rutte. Per Draghi, “contrazioni nella spesa sociale e sanitaria sarebbero non solo un errore politico ma soprattutto la negazione di quella solidarietà che è parte dell’identità europea che vogliamo proteggere”. Non è chiaro in che misura Ursula von der Leyen sia dello stesso avviso, ma chiaramente, se un’ipotesi del genere si verificasse, la rottura tra popolazioni europee ed élite sarebbe quantomeno fragorosa.

Facciamo nostra, sul tema delle armi, la riflessione di Thomas Maragno, attento lettore di InsideOver che spesso interagisce con i nostri autori su X.

Resta poi il palese vuoto di strategia europeo di cui abbiamo dato conto: in direzione di che sfide rafforzare il nostro strumento militare? Per priorità atlantiche e filo-statunitensi, come il contenimento duro della Russia dopo la fine della guerra in Ucraina, o per un’architettura di sicurezza stabile nella “casa comune europea”? Questo dilemma è esiziale. Draghi si era spinto fino a chiedere una catena di comando comune per acquisti e forze armate comunitarie, che per ora la Commissione Von der Leyen non sembra destinata a concedere, anche perché imporrebbe un ripensamento strategico a tutto campo.

Un’Europa senza rotta

In fin dei conti, la madre di tutte le problematiche del piano ReArm Europe è quella che sottolineava Fulvio Scaglione in occasione della presentazione del piano: il nodo cruciale è che il piano sembra fatto per consolidare non l’Europa ma questa Europa, l’Europa del vuoto di progettualità geopolitica e che marcia sonnambula in un mondo in fiamme provando a perpetuare un’ormai inesistente primazia economica, strategica, diplomatica, tecnologica e, purtroppo per noi, culturale.

Un’Europa che sembra essere la realizzazione dell’ammonimento di Alcide De Gasperi, pronunciato a Strasburgo all’Assemblea del Consiglio d’Europa il 10 dicembre 1951: “Se noi non costruiremo altro che delle amministrazioni comuni senza che vi sia stata una volontà politica superiore, vi­vificata da un organismo centrale, nel quale le volontà nazionali s’incontrano, si precisano e si animano in una sintesi superiore, noi rischiamo che questa attività europea compaia al confronto delle vitalità nazionali particolari senza colore, senza vita ideale; potrebbe anche apparire ad un certo momento una sovrastruttura superflua“. La Commissione Von der Leyen non sta facendo nulla per sanare questo rischio, ed è proprio questa la madre di tutte le problematiche.

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