Skip to content
Difesa

Armatevi e pagateci: così l’Italia è diventata uno dei grandi esportatori mondiali di armi

Nel 2020-2024 l'Italia è diventata il sesto esportatore mondiale di armi pesanti. Le zone d'ombra di un successo industriale e militare.

In un mondo attraversato da venti di guerra e tensioni crescenti, l’industria italiana degli armamenti vive un momento di straordinaria ascesa. L’Italia, con un balzo impressionante, si è affermata come uno dei principali esportatori di armi pesanti, scalando le classifiche globali e consolidando il suo ruolo in un mercato in continua espansione. Tuttavia, dietro i numeri trionfali si cela un dibattito complesso: tra il pragmatismo di un settore economico in crescita e le ombre di una trasparenza sempre più minacciata, il Governo Meloni sembra deciso a riscrivere le regole del gioco.

Un’ascesa vertiginosa

I dati parlano chiaro: secondo il Sipri, l’autorevole istituto di ricerca sulla pace di Stoccolma, l’Italia è passata dal decimo al sesto posto tra i maggiori esportatori mondiali di armi pesanti nel quinquennio 2020-2024, con un aumento delle vendite del 138%, il più alto in termini percentuali a livello globale. La quota italiana sul mercato internazionale è salita al 4,8%, con il Medio Oriente come principale destinazione, dove l’Italia si posiziona come il secondo fornitore dopo gli Stati Uniti, coprendo il 13% delle importazioni di armamenti della regione.

Questo exploit si accompagna a una crescita finanziaria altrettanto significativa. La Relazione della Presidenza del Consiglio sull’import ed export di armamenti per il 2024 certifica un valore complessivo delle autorizzazioni per l’esportazione di materiali bellici pari a 7,692 miliardi di euro, in aumento del 21,8% rispetto al 2023. Le autorizzazioni individuali di esportazione hanno raggiunto i 6,45 miliardi, con un incremento del 35,34% rispetto all’anno precedente e del 76,80% rispetto al 2021. Un settore in piena espansione, dunque, che vede protagoniste aziende come Leonardo, con un portafoglio ordini di 44 miliardi di euro, e Fincantieri, che tocca i 51,2 miliardi.

L’Africa come nuovo mercato

Un dato sorprendente emerge dall’Africa, che assorbe quasi il 14% del valore delle autorizzazioni all’export bellico italiano, pari a circa 893 milioni di euro nel 2024. Per la prima volta, l’Africa subsahariana (586,6 milioni) supera il Nordafrica, con la Nigeria che si distingue come terzo destinatario assoluto, dopo Indonesia e Francia, con acquisti per 480,7 milioni di euro. Questo balzo è in gran parte attribuibile a un contratto stipulato da Leonardo con Abuja per la fornitura di 24 aerei M-346, destinati all’addestramento avanzato e all’attacco leggero, di cui i primi quattro già consegnati.

Altri Paesi africani mostrano dinamiche interessanti: il Botswana si piazza al 22° posto con 61,4 milioni di euro, mentre il Ciad registra un incremento esponenziale, passando da 39.706 euro nel 2023 a quasi 21 milioni nel 2024 (+52.766%). In Nordafrica, l’Egitto spicca con 263 milioni di euro (+1600% rispetto al 2023), nonostante le persistenti preoccupazioni per le violazioni dei diritti umani nel Paese. Al contrario, il Sudafrica segna un calo nelle importazioni di armamenti italiani.

Riarmo e ambizioni Nato

L’Italia non si limita a rispondere alla crescente domanda globale di armamenti, ma si prepara a rafforzare il proprio apparato militare. La Nato aveva richiesto un aumento della spesa militare dall’1,5% al 2% del Pil, obiettivo che il Governo Meloni ha confermato di aver raggiunto in vista del vertice dell’Alleanza del 24-25 giugno 2025. Tuttavia, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato che il 2% è ormai solo un punto di partenza, mentre Washington spingerebbe per un target del 5%, ipotesi che, date le finanze italiane, appare irrealistica anche per l’attuale esecutivo.

Secondo Enrico Piovesana, analista dell’Osservatorio Milex, il riarmo italiano è già in pieno corso, con programmi pluriennali approvati per un valore superiore ai 73 miliardi di euro. Questi investimenti, destinati a trasformare l’Italia in una delle principali potenze militari europee, alimentano i profitti delle aziende della difesa, che registrano ordini record. Carlo Festucci, segretario generale dell’Aiad (Federazione delle aziende aerospazio, difesa e sicurezza), sottolinea che la sicurezza è oggi una priorità paragonabile alla sanità, un mantra che riflette l’urgenza percepita in un contesto globale segnato da conflitti e incertezze.

Le banche armate e la trasparenza a rischio

Parallelamente alla crescita del settore, il comparto finanziario legato all’export bellico registra un’espansione del 17% nel 2024, con operazioni bancarie per circa 4,9 miliardi di euro rispetto ai 4,2 miliardi del 2023. I principali attori sono Unicredit, Deutsche Bank e Intesa Sanpaolo, che insieme coprono il 69% del valore totale. Tra le banche italiane, spicca l’exploit di Monte dei Paschi di Siena (+542,5% rispetto al 2023), seguita da Banco Bpm (+110,8%) e Bper Banca (+65,9%). La Banca Popolare di Sondrio si conferma al quinto posto, con operazioni per 391 milioni di euro (+9%).

Tuttavia, questa crescita avviene in un contesto di crescenti pressioni per ridurre la trasparenza. Il disegno di legge governativo, attualmente in discussione alla Camera ma già approvato al Senato, mira a depotenziare la legge 185/90, che regola il commercio di armi con l’obiettivo di garantirne la tracciabilità. Il provvedimento prevede di accentrare le decisioni sull’export bellico nelle mani del Governo, riducendo il ruolo del Parlamento e degli organismi tecnici. Ancora più grave, si propone di abrogare l’obbligo di pubblicare i dati sulle operazioni finanziarie delle cosiddette “banche armate”, una mossa che renderebbe opache le transazioni legate all’export di armamenti.

Giuseppe Cossiga, presidente dell’Aiad, non nasconde il fastidio del settore per i vincoli imposti dalla legge 185/90, definendo i “vincoli etici” delle banche un ostacolo per le piccole e medie imprese della difesa. Per Cossiga, tali restrizioni rappresentano una “palla di piombo” in un mercato competitivo. Eppure, i dati della Relazione governativa smentiscono l’idea che il settore soffra di eccessiva burocrazia: il volume delle operazioni finanziarie e delle autorizzazioni all’export dimostra una macchina ben oliata, capace di rispondere con rapidità alla domanda globale.

Un dibattito polarizzato

L’espansione dell’industria bellica italiana si inserisce in un clima culturale e politico segnato da profonde divisioni. La guerra è tornata a dominare l’immaginario collettivo, alimentando un lessico di scontro e polarizzazione. Le manifestazioni per la pace, spesso frammentate da contraddizioni interne, vedono convivere figure improbabili, come Matteo Salvini, noto per le sue pose con armi, e pacifisti storici come padre Alex Zanotelli. Come osservato da Mattia Feltri su La Stampa, una parte di chi sventola la bandiera arcobaleno sembra mossa più da opportunismo che da convinzione, mentre chi si oppone al riarmo viene liquidato come “anima bella”, un epiteto che riflette il disprezzo per ogni critica al dogma della sicurezza militare.

In questo contesto, il Governo Meloni sembra deciso a cavalcare l’onda del riarmo, non solo per rispondere alle pressioni della Nato, ma anche per consolidare un settore economico strategico. Tuttavia, il tentativo di smantellare la legge 185/90 solleva interrogativi cruciali: in un’epoca di crescenti tensioni globali, è possibile conciliare la crescita dell’industria bellica con la necessità di trasparenza e responsabilità? E fino a che punto l’Italia può permettersi di ignorare le implicazioni etiche di un export che, in Paesi come l’Egitto, alimenta regimi accusati di gravi violazioni dei diritti umani?

Un bivio per l’Italia

L’Italia si trova a un crocevia. Da un lato, l’industria della difesa rappresenta un volano economico, capace di generare profitti e consolidare la posizione del Paese sullo scacchiere internazionale. Dall’altro, la corsa al riarmo e la progressiva erosione della trasparenza rischiano di compromettere i principi di accountability che dovrebbero guidare un settore tanto delicato. In un mondo dove la sicurezza è diventata un imperativo, la sfida per l’Italia è trovare un equilibrio tra pragmatismo e responsabilità, senza cedere alla tentazione di un “caos organizzato” che privilegi il profitto a scapito dell’etica.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto

Perché abbonarsi

Sostieni il giornalismo indipendente

Questo giornale rimarrò libero e accessibile a tutti. Abbonandoti lo sostieni.