La Germania si trova ancora una volta al centro di una crisi che, più che geopolitica, sembra essere diventata una questione di dipendenza strategica. Secondo quanto riportato dalla Bild, il Ministero degli Esteri tedesco ha ammesso che i sistemi Patriot in dotazione non sono in grado di contrastare il nuovo missile ipersonico russo Oreshnik. La risposta del cancelliere Olaf Scholz è stata immediata: un assegno da miliardi di euro per l’acquisto del sistema di difesa israeliano Arrow. Una mossa che, a un primo sguardo, può sembrare necessaria, ma che a una lettura più attenta rivela molto di più sull’attuale stato della politica europea, intrappolata tra paura e dipendenza dai grandi complessi militari-industriali.
La difesa che alimenta l’escalation
Il missile ipersonico russo è l’ultimo capitolo di una narrazione che ormai si ripete: la minaccia viene amplificata, la risposta è sempre la stessa – più armi, più spese, più dipendenza. Invece di affrontare le vere cause delle tensioni, si sceglie la scorciatoia della militarizzazione. Scholz non fa eccezione. Con l’acquisto del sistema Arrow, la Germania dimostra di non avere una strategia autonoma per la propria sicurezza, affidandosi a tecnologie straniere, prima americane e ora israeliane. Ma c’è una domanda che nessuno si pone: queste armi, che hanno un costo economico e politico elevatissimo, servono davvero a rendere l’Europa più sicura? Oppure sono solo l’ennesimo regalo ai produttori di armamenti?
L’industria bellica: il vero vincitore
Dietro ogni missile ipersonico c’è un bilancio che sorride. Aziende come Rafael Advanced Defense Systems, Lockheed Martin e Northrop Grumman continuano a vedere crescere i loro profitti a ogni nuova crisi. L’acquisto del sistema Arrow rafforza ulteriormente il ruolo di Israele come leader nell’export di tecnologie militari. Ma a chi giova tutto questo? Sicuramente non ai cittadini europei, che vedono miliardi di euro spostarsi dai settori fondamentali – sanità, istruzione, energia – per finire nelle casse delle industrie belliche. E non certo alla Germania, che si ritrova sempre più dipendente da un mercato dominato da interessi esterni.
La militarizzazione dell’Europa non è solo una questione economica, ma anche politica. Acquistare armi da paesi esterni al continente significa cedere ulteriore sovranità. Significa che, di fronte a una crisi futura, l’Europa non avrà il controllo totale dei propri sistemi di difesa, ma dovrà fare affidamento su fornitori esterni che rispondono a logiche e interessi propri. In altre parole, significa indebolire ulteriormente la capacità dell’Europa di agire come attore indipendente sulla scena globale.
Un futuro fatto di paura
I missili ipersonici come l’Oreshnik non sono progettati solo per essere efficaci, ma anche per generare paura. E la paura è il carburante che alimenta il mercato delle armi. Ogni nuova minaccia, reale o percepita, spinge i governi a spendere di più in difesa, garantendo un flusso continuo di entrate per l’industria bellica. Ma la paura ha un costo. Ogni euro speso per un sistema come l’Arrow è un euro che non viene investito per costruire un futuro sostenibile. Non si tratta solo di una questione economica: si tratta di priorità. Invece di investire in energie rinnovabili, innovazione tecnologica o resilienza sociale, si sceglie di puntare tutto sulle armi. E questo, a lungo termine, indebolisce l’Europa molto più di qualsiasi missile russo.
Un’Europa senza visione
Questa vicenda non riguarda solo la Germania o Israele, ma tutta l’Europa. L’acquisto del sistema Arrow è l’ennesima dimostrazione che il continente non ha una visione strategica. L’Europa, invece di rafforzare la propria autonomia, continua a dipendere dagli Stati Uniti per la sua sicurezza, e ora anche da Israele. Non c’è un progetto europeo per una difesa comune, né un piano per gestire le relazioni con la Russia in modo realistico e costruttivo. C’è solo una reazione continua alle crisi, senza mai affrontarne le cause profonde.
E così, mentre i produttori di armi contano i profitti, l’Europa si indebolisce. Non perché manchino le risorse, ma perché manca il coraggio di rompere con le vecchie logiche di dipendenza e militarizzazione. La vera sicurezza non si costruisce con i missili, ma con la capacità di prevenire i conflitti, costruire alleanze e investire nelle persone. Questo, però, sembra essere un messaggio che nessuno vuole ascoltare.

