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A quasi novant’anni, Mahmoud Abbas (Abu Mazen) sa che il tempo gioca contro di lui. La guerra di Gaza ha messo a nudo la debolezza dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), ormai relegata a un ruolo marginale nel destino del popolo palestinese. Per recuperare credibilità e consolidare il potere in vista di un’inevitabile transizione di leadership, Abbas ha avviato un’ampia ristrutturazione delle forze di sicurezza, l’unico pilastro che ancora controlla.

Le mosse recenti includono promozioni accelerate, nomine a sorpresa di generali e una riorganizzazione dei vertici dell’intelligence. A essere sotto i riflettori è soprattutto Majed Faraj, capo dell’Intelligence Generale e per anni braccio destro del presidente. Uomo chiave nei rapporti con la CIA, con Israele e con vari attori arabi, Faraj ha accumulato potere e influenza, tanto da diventare figura ingombrante per lo stesso Abbas.

Il dissidio con il capo spia Faraj

Dal 2009, Faraj è il volto operativo della sicurezza palestinese: ha guidato operazioni delicate in Cisgiordania, negoziato con i servizi israeliani e svolto un ruolo essenziale nel contenere Hamas. Ma la sua ascesa ha suscitato sospetti tra le diverse fazioni di Fatah, che lo accusano di coltivare ambizioni personali.

Secondo fonti palestinesi, Abbas starebbe valutando il licenziamento di Faraj per ridimensionarne l’influenza e prevenire fratture interne. La possibile rimozione è anche un segnale ai partner internazionali: il presidente vuole dimostrare che può controllare i suoi apparati e reagire alle critiche sull’inefficienza e sulla corruzione.

Purghe e lotta alla corruzione

La ristrutturazione non si limita ai vertici militari. Negli ultimi mesi Abbas ha avviato purghe mirate contro esponenti accusati di appropriazione indebita e cattiva gestione: il ministro dei Trasporti Tareq Zu’rob, accusato di frodi milionarie e fuggito in Canada; il capo dell’Autorità per i Confini Nazmi Muhanna, indagato per corruzione e riparato in Albania; e perfino Riyad Faraj, fratello di Majed, arrestato per malversazioni.

Queste mosse rispondono alle pressioni di Washington, di Israele e di alcuni Paesi arabi che chiedono al PA maggiore trasparenza e un apparato capace di gestire la sicurezza a Gaza senza alimentare clientelismi. Abbas punta così a mostrarsi come garante di riforme in vista di un possibile coinvolgimento dell’ANP nella fase post-bellica della Striscia.

Il fattore Gaza e la successione

Il vero nodo resta il futuro di Gaza. Gli Stati Uniti spingono per un ritorno dell’ANP nella Striscia, ma la leadership di Ramallah è percepita come debole e delegittimata. Faraj, per anni interlocutore privilegiato con Washington e Tel Aviv, era visto come il possibile architetto di una stabilizzazione di Gaza, ma ora la sua posizione vacilla.

Dietro le purghe si intravede anche la partita della successione ad Abbas: Faraj, pur fedele, è considerato troppo autonomo e con forti appoggi esterni. Il presidente teme che il suo capo spia possa diventare un candidato naturale alla leadership, sostenuto da servizi segreti stranieri e da segmenti della sicurezza interna.

Pressioni regionali e internazionali

Israele, soprattutto la destra nazionalista rappresentata da Itamar Ben-Gvir, considera l’ANP un’“autorità terroristica” e chiede di limitarne le prerogative. L’Egitto e la Giordania, invece, spingono per una riforma che renda l’ANP un attore credibile per la stabilità della Cisgiordania e di Gaza.

Gli Stati Uniti legano gli aiuti economici a riforme concrete, come l’abolizione del controverso programma “pay-for-slay”, ossia i sussidi alle famiglie dei detenuti accusati di terrorismo. La ristrutturazione di Abbas, dunque, non nasce solo da esigenze interne, ma riflette pressioni esterne e il tentativo di preservare l’ANP da un ulteriore declino politico.

Geopolitica di un apparato fragile

L’apparato di sicurezza palestinese, circa 80.000 uomini, è diviso in corpi rivali e frammentato da logiche clientelari. Nonostante ciò, rimane l’unico strumento con cui Abbas può esercitare autorità. Una sua crisi o un conflitto aperto con Faraj rischierebbero di accelerare il collasso dell’ANP, lasciando campo libero a Hamas o ad altre fazioni armate.

In prospettiva regionale, la debolezza della sicurezza palestinese alimenta l’instabilità e complica i piani di una soluzione a due Stati. Per gli attori esterni, mantenere un apparato funzionante a Ramallah è vitale per evitare che il vuoto di potere generi nuove ondate di violenza.

Una transizione irta di incognite

Il piano di Abbas appare come un tentativo di blindare il potere nel breve periodo e preparare un passaggio di consegne meno traumatico. Ma l’età avanzata del presidente, la frammentazione di Fatah e le tensioni sociali rendono la transizione tutt’altro che sicura.

La possibile caduta di Faraj sarebbe un segnale forte, ma potrebbe innescare lotte intestine e indebolire ulteriormente la catena di comando. Nel frattempo, la popolazione palestinese continua a percepire le riforme come manovre di palazzo lontane dai bisogni concreti di sicurezza, sviluppo e rappresentanza politica.

Conclusione

La ristrutturazione dell’apparato di sicurezza voluta da Mahmoud Abbas non è solo una questione amministrativa: è la cartina di tornasole della crisi di legittimità e di governance dell’ANP. Sullo sfondo di una guerra mai chiusa, di un’economia in ginocchio e di un futuro politico incerto, la sfida di Ramallah sarà mantenere coesione interna e credibilità esterna senza precipitare in un vuoto di potere che potrebbe destabilizzare l’intera regione.

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