Ankara e la diplomazia dei droni

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Difesa /

Recep Tayyip Erdogan ha parlato per l’ennesima volta con il collega russo Vladimir Putin e con il presidente ucraino Volodimir Zelensky, ribadendo l’impegno della Turchia per favorire il dialogo tra i due Paesi invischiati nella guerra in Ucraina. Il ritornello che ripete il governo turco è sempre lo stesso da mesi: Ankara continua a offrire le condizioni ideali per dare vita ad un negoziato che permetta di risolvere la crisi ucraina. E questo grazie al autoproclamatosi “mediatore” Erdogan, che da un lato ha sempre difeso l’integrità territoriale di Kiev e dall’altro non ha mai rinunciato agli affari con Mosca né ha preso parte alla crociata sanzionatoria contro il Cremlino.

A rendere ancora più ambigua la posizione del leader turco, lo scorso 27 giugno, c’ha pensato l’account Twitter ufficiale di Baykar, lo sviluppatore del veicolo aereo da combattimento senza pilota Bayraktar TB2 (UCAV), che ha cinguettato un messaggio trilingue (in turco, inglese e ucraino) spiegando che avrebbe inviato, gratuitamente, tre droni TB2 in Ucraina e chiarendo che i fondi raccolti attraverso la campagna di crowdfunding People’s Bayraktar sarebbero stati indirizzati al “popolo ucraino in difficoltà”.

Non ci sarebbe niente di strano, se non che Selcuk Bayraktar, chief technology della società di difesa privata Baykar, è il genero del “mediatore” Erdogan, lo stesso personaggio che, a parole, desidera non essere coinvolto nel conflitto. Al contrario, il presidente turco sta intelligentemente sfruttando la crisi ucraina pro domo sua galleggiando tra i due fuochi.

Da questo punto di vista, la Turchia ha fatto capire in maniera evidente come i droni possano essere considerati una potente risorsa di politica estera. Ci sono molti altri esempi che possono essere analizzati per sostenere questa tesi.



Droni e politica estera: il modus operandi di Erdogan

Sempre concentrandosi sulla Turchia, nel conflitto libico nell’aprile 2020, in meno di dieci giorni, le forze fedeli al governo di accordo nazionale hanno utilizzato i Bayraktar TB2 per fermare l’assalto di Khalifa Haftar a Tripoli. I droni turchi hanno cancellato i sistemi di difesa aerea di fabbricazione russa di Haftar e hanno spinto le sue forze – sostenute da Mosca, Il Cairo, Abu Dhabi e Parigi – ad una frettolosa ritirata dopo un assedio durato un anno. 

Gli stessi droni turchi hanno avuto un impatto decisivo anche in Siria, nel Nagorno-Karabakh e pure in Ucraina, dove l’esercito ucraino li ha già schierati contro i “separatisti” sostenuti dalla Russia nel Donbass.

Attenzione però, perché al netto delle seppur importanti capacità militari, il peso più significativo di questi droni potrebbe risiedere nelle opportunità economiche e nella leva politica che hanno fornito alla Turchia. Grazie alla loro efficacia e convenienza, infatti, gli UAV di Ankara  si sono evoluti da risorsa puramente militare a componente integrante della strategia di politica estera di Erdogan.

Come ha sottolineato lo European Council on Foreign Relations, i droni turchi sono economici ed efficaci. Un TB2 costa circa 5 milioni di dollari, e cioè 15 in meno rispetto ai 20 milioni necessari per portarsi a casa un MQ-9 Reaper di fabbricazione americana, e addirittura 23 in meno rispetto ai 28 milioni di dollari di un più avanzato Protector RG Mk 1, sempre made in Usa. A differenza di altri modelli a basso costo, come il cinese Wing Loong, i droni turchi forniscono poi la maggior parte delle capacità degli UAV occidentali a una frazione del prezzo. 

Non è un caso, dunque, che la Turchia abbia acquisito un ruolo di primo piano in un settore precedentemente dominato da Stati Uniti, Israele e Cina. Nel frattempo, l’elenco dei paesi che utilizzano droni turchi è salito a nove, mentre altri 16 – inclusi membri della Nato come Polonia, Lettonia e Regno Unito – hanno ordinato i Baykar o espresso un interesse a farlo. 

L’industria della difesa turca si sfregia le mani. Finora, si stima che la vendita dei droni abbia rappresentato almeno 700 milioni di dollari di vendite da parte delle società di difesa turche, e che abbiano portato ulteriori 3,2 miliardi di dollari nelle esportazioni di difesa turca. 

Dall’Africa all’Asia Centrale

La diplomazia dei droni spesso porta a lucrose partnership a lungo termine basate sulla fornitura di pezzi di ricambio, munizioni, addestramento e altra assistenza tecnica. Esistono del resto numerose zone calde dove la richiesta di questi strumenti militari è particolarmente alta.

La fiorente partnership militare tra Turchia e Ucraina ne è un esempio: Ankara acquista motori ucraini, mentre i due stati collaborano strettamente in ricerca e sviluppo. Ma la Turchia ha anche utilizzato i droni per sviluppare la sua politica in Africa, rafforzando le relazioni ad alto livello con Etiopia e Marocco, due Paesi nei quali tra l’altro ha notevoli interessi economici e geopolitici.

In generale, il mercato globale dei droni militari ha raggiunto i 4,4 miliardi di dollari nel 2015, ed è dominato da Stati Uniti, Cina, Israele, Iran e, come detto, anche Turchia. Attualmente, il suddetto mercato ha un valore di quasi 12 miliardi di dollari e si stima che raggiungerà più di 17 miliardi di dollari nel 2028.

Secondo il SIPRI Arms Transfer Database , gli stati dell’Asia hanno iniziato a ordinare UAV armati già nel 2013 per riceverli dal 2014 in poi, con l’Uzbekistan e il Kazakistan che hanno optato per il cinese Wing Loong-1 e il Turkmenistan che continua ad acquistare droni armati cinesi CH-3 e WJ-600

A proposito di Cina, i droni di Pechino hanno trovato terreno fertile in Medio Oriente e Africa. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno usato Wing Loong per mettere lo Yemen a ferro e fuoco; l’Egitto, invece, li ha utilizzati per togliere di mezzo gli insorti nel Sinai.

Il Dragone fa affari d’oro, come ha confermato il South China Morning Post, secondo il quale soltanto all’inizio del 2018 Pechino avrebbe esportato 30 droni CH-4B per un totale di 700 milioni di dollari.

Nonostante siano sempre più diffusi, i droni cinesi non sono considerati dagli esperti sofisticati come quelli americani soprattutto per quanto riguarda la robustezza di comando e la massima altitudine operativa raggiunta. Ma la realtà è che, proprio come succede per i prestiti, Pechino non guarda in faccia nessuno: gli affari vengono prima di tutto il resto.